Egitto. Il ritorno “laico” dei militari sancito dalla nuova Costituzione

Egitto Il Cairo
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La nozione di “primavera dei popoli arabi” è entrata ormai a far parte del dizionario della geo-politica come un momento storico ben definito e circoscritto. Per l’opinione generale resta un’accezione, un segno comunque positivo, nonostante le rivolte popolari, ad esempio in Tunisia e Libia, siano presto sfociate in un caos politico. Almeno per il momento, in questi paesi, si sono palesati solo antichi rancori, divisioni, contrasti etnici e prevalgono principalmente violente faide “di gruppo” a discapito di inermi popolazioni.
Per “noi” che viviamo sulle sponde europee del Mediterraneo, la prossimità e  la suggestione collettiva sembrano aver coinvolto, e sconvolto, persino la consapevolezza di quegli strati di popolazione solitamente più restii alla riflessione politica e all’inclinazione solidaristica e che fino a poco tempo prima, magari,  consideravano questi luoghi con una esotica percezione “turistica” di convenienza e un paradiso per “tutte le tasche”. Non chiedersi mai cosa accada immediatamente al di fuori dei perimetri alti e ben sorvegliati del proprio residence-vacanze ci pone tutti in una condizione di colpevole complicità col sistema globale di sfruttamento. La deriva ultima e definitiva di un neocolonialismo globale e a buon mercato. Poi, qualche volo  charter annullato e qualche soggiorno “sconsigliato”, hanno costretto a quei cinque minuti di riflessione che servono ai più per lavarsi la coscienza.


Egitto, Il Cairo. 2008. Foto Davide Pisano
In questo contesto, il caos istituzionale, politico e sociale che impera incontrastato in Egitto è l’ultimo esempio, ma probabilmente è destinato a perdurare ancora a lungo. Non si tratta di una profezia funesta, di un malevolo auspicio: è semplicemente la presa d’atto di una situazione sempre più ingestibile e contrastata, che persevera nel mantenere il “Paese delle piramidi” in una perpetua condizione di feroce instabilità. Una infinita tragedia umanitaria che sembra veramente non poter avere fine.

Tre anni or sono, all’inizio del 2011, la rivoluzione di “Piazza Tahrir” sembrava invero aver finalmente portato, seppur allo smisurato prezzo delle tantissime vittime lasciate sull’asfalto, il respiro trasparente di un’aria nuova. Strati interi di popolazione, non immediatamente individuabili, e riconducibili trasversalmente ad ogni classe e ceto sociale, soprattutto tra i più giovani, avevano deciso di prendere in mano le sorti del proprio futuro, sfidando l’arrogante e prepotente autorità organizzata di polizia e militari, reggenza secolare nel paese. Sembrava come si fossero dati un appuntamento, rimandato per oltre quaranta anni: il tempo della durata dei governi di Sadat prima e di Mubarak poi. La grande “novità” sulle rive del Nilo era rappresentata da una rivolta civile e “giusta”, una richiesta di riscatto lasciata per decenni sorda e orfana, che si autoproclamava finalmente come reale e organizzata. Questa rinascita politica era sfociata poi, nel giugno 2012, nelle prime consultazioni libere da secoli, che avevano portato alla vittoria “pesante”, ma libera, di un candidato vero: Mohamed Morsi, rappresentante autorevole del partito Libertà e Giustizia, l’organo politico del movimento islamista dei “Fratelli musulmani”. Una serie di provvedimenti di stampo, per così dire, “teocratico” avevano però suscitato da subito le perplessità della comunità internazionale, sempre attenta alla verifica di credibilità “collaborativa” di paesi per così dire “sensibili” e “strategici”. Contestualmente avevano però anche gettato di nuovo nello sconforto gran parte di quella popolazione che, una volta uscita dal giogo sciovinista dell’esercito, aspirava ad approdare finalmente a una società realmente affrancata. Da una parte dalla casta militare ma dall’altra dal pericolo di islamizzazione del Stato. Dubbi che si andavano concretizzando dopo la promulgazione di una nuova Costituzione, nel dicembre 2012, votata solo da un terzo dell’elettorato, che di fatto andava in direzione dell’ideologia dei “Fratelli musulmani” e che certamente non ampliava troppo il campo in tema di concessioni e di diritti civili, tanto agognati.

In questo quadro, il pretesto per un nuovo intervento “armato” dall’interno, veniva alla luce la scorsa estate attraverso il colpo di stato militare e la conseguente deposizione di Morsi. Così, quella che a tutti gli effetti si può definire una nuova guerra civile, ha disvelato nuovamente le profonde divisioni insite nella società egiziana tra militari, islamisti e il resto della popolazione: perlopiù democratici, progressisti e laici. Forse la parte “migliore”, più propensa al vero cambiamento del grande Paese e per questo vittima principale dell’istaurato nuovo-vecchio ordine politico. La tendenza atavica al conflitto non ha resistito dunque alla “seduzione del male”, alla contrapposizione a oltranza e, proprio in questi giorni, in cui si celebra l’anniversario di una emancipazione, si assiste tristemente alla constatazione di un fallimento.


Egitto, Il Cairo. 2008. Foto Davide Pisano
Il governo di transizione Adly Mansour, insediatosi immediatamente dopo il golpe, ha guidato in questi mesi il Paese con l’intento principale di smorzare ogni tentativo di resistenza o protesta e con quello di scrivere una nuova Costituzione. Indiscusso protagonista di questa ultima fase è stato senza alcun dubbio un ufficiale dalla grande personalità e autorevolezza,  Abdel Fattah El-Sisi. La sua notorietà e popolarità, soprattutto tra i ceti medi della popolazione, ha velocemente scalato le posizioni, tanto da arrivare in poco tempo ad occupare, con la sue effige, le pareti di molte case e negozi. Il Generale El-Sisi viene considerato al pari di un “redentore” laico, e ben si aggrada a chi fomenta le paure di una deriva “islamista”. È colui infatti che si è distinto per aver soffocato tutte le rivolte, soprattutto quelle dei giovani studenti musulmani, a cominciare dal massacro di Rabaa Al-Adawiya, piazza dove sorge l’omonia mosche una della più importanti del Cairo, dove simpatizzanti e militanti di “Giustizia è libertà”, nell’agosto scorso, protestavano contro la congiura anti-Morsi che aveva ribaltato con la forza l’esito elettorale dell’anno precedente.
Il Paese quindi è di nuovo saldamente in mano ad una giunta militare, che esercita il potere con la consueta mano ferma e autoritaria. Per quanto riguarda la stesura della nuova Costituzione, invece, questa è stata sottoposta al voto popolare, attraverso un referendum, lo scorso 14 gennaio. Una consultazione che ha visto la partecipazione di solo il 38% della popolazione e che è stata ulteriore occasione di incidenti con almeno dodici morti e più di quattrocento arresti.

Se è vero che in generale la nuova Carta vira decisamente verso la laicizzazione dello stato, lo fa concentrando ancora più potere nelle mani dell’esercito. Di fatto impedisce ai partiti di ispirazione religiosa di  partecipare alle elezioni, colpendo così, non solo i “Fratelli musulmani”, ma anche il grande partito salafita e ultraconservatore al-Nour. Inoltre  al-Azhar, la principale scuola islamica del Paese e fonte principale di legislazione, viene relegata a un ruolo di second’ordine e non più considerata come “istituto ispiratore”. Questo nonostante l’articolo 2 mantenga ancora il principio secondo cui la legge islamica, la Sharia,  sia considerata come principale derivazione del diritto.
Qualche tiepida concessione rispetto al passato si intravede invece nel campo della difesa dei diritti umani, forse anche per tranquillizzare gli alleati e i governi internazionali. Viene così eliminata qualsiasi forma di tortura e proibiti trasferimenti e rimpatri forzati per i rifugiati politici, mentre si stabilisce che gli interrogatori dei fermati dovranno avvenire entro 24 ore dall’arresto e sempre alla presenza di un avvocato. E poi stabilito definitivamente il principio di uguaglianza tra uomini e donne e garantito il diritto di sciopero, così come quello all’abitazione. Provvedimento quest’ultimo molto importante se si considera che dodici milioni di persone, ovvero un egiziano su sette, vivono in condizioni alloggiative precarie e degradate.
Come detto, queste moderate, seppur tardive, concessioni sono solo piccole riforme se confrontate con l’enorme fetta di potere e di decisionismo che la Costituzione garantisce ancora all’esercito. Innanzitutto viene stabilito che per i prossimi otto anni la nomina del ministro della Difesa dovrà avvenire con l’approvazione del Consiglio Supremo delle forze armate. Così come viene data la possibilità ai tribunali militari di giudicare anche i civili. Restano poi in vigore ancora provvedimenti dall’ambigua interpretazione o in contrasto tra di loro. Come è il caso dell’articolo 73, che riconosce si il diritto di manifestare, mantenendo però nelle mani del ministro dell’Interno il larghissimo potere di porre il veto e di far disperdere i raduni anche con l’uso della forza. La libertà d’espressione, in forma scritta o orale, è garantita, fatta eccezione però per non meglio definiti “reati legati all’incitamento alla violenza o alla discriminazione tra i cittadini” e per le offese all’onore e per l’insulto alla bandiera o ad altri simboli nazionali.

Cosa resta della “primavera egiziana” non è facile da rintracciare e all’orizzonte si intravedono di nuovo decenni bui di potere militare assoluto. In questo senso la figura preponderante di El-Sisi, di fatto già designato candidato a divenire il prossimo capo di Stato, rappresenta la garanzia per quella parte di popolazione ostile al cambiamento. La breve presenza politica al potere dei “Fratelli musulmani” ha rappresentato senz’altro un’esperienza nuova, seppur non del tutto limpida e a tratti minacciosa. Resta però il dubbio che affibbiare un carattere troppo “teocratico” alle riforme intraprese durante la presidenza Morsi, sia stato più che altro un affrettato pretesto e un alibi per poter ripristinare prontamente il vecchio ordine, magari un po’ restaurato e ripulito. Tuttavia per i mesi a venire una speranza, seppur labile, si affaccia nella società egiziana, e cioè quella che, superando i contrasti, quella spinta innovativa e rivoluzionaria, proveniente soprattutto dai più giovani, possa trovare nuovo slancio e vigore in una alleanza democratica e che coinvolga anche frange moderate delle rappresentanze religiose.
Se si eccettua il periodo di Nasser, millenni di storia non sono stati ancora sufficienti a dare all’Egitto, fondatore della nostra civiltà, un ordine finalmente libero e democratico e che rifiuti nettamente l’autoritarismo. Se necessario però attenderemo altre primavere, nel frattempo a chi potrà e vorrà, il compito di denunciare e condividere.
Cristiano Roccheggiani

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