Egitto: repressione all’interno e politica estera interventista

Egitto Il Cairo
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Nel luglio 2013 il comandante in capo delle forze armate egiziane Al-Sisi, dopo il golpe con la relativa deposizione del presidente islamista Mohamed Morsi, annunciò un piano che prevedeva l’elaborazione di una nuova Costituzione seguita da elezioni presidenziali prima e da elezioni legislative poi.
La Costituzione è stata adottata nel gennaio del 2014 e il maggio successivo le presidenziali vedevano la vittoria con il 97% dei voti dello stesso Al-Sisi. Le elezioni si tennero dopo che, di fatto, tutte le opposizioni alla nuova leadership fossero state eliminate [1], anche fisicamente, e indipendentemente dall’essere religiose (Fratelli Musulmani in primis) o laiche.

L’Egitto dovrà ancora aspettare dei mesi prima di poter eleggere i parlamentari perché la legge elettorale è stata dichiarata incostituzionale. Subito dopo l’approvazione nello scorso anno ci furono dubbi che portarono a tre ricorsi: il primo riguardava la costituzionalità della legge sui diritti politici, il secondo sul regolamento stesso e il terzo sulla definizione delle circoscrizioni elettorali. Nemmeno a dirlo, la Corte ha ammesso e poi stabilito che i dubbi erano legittimi solo per quest’ultima.  La norma è stata bocciata perché non assicurerebbe agli elettori delle varie circoscrizioni un’equa rappresentanza così come previsto dalla legge costituzionale.
Di fatto il Parlamento egiziano non esiste dall’inizio del 2011 quando il Consiglio Supremo delle Forze Armate, successivamente alla caduta dell’allora Presidente Hosni Mubarak, lo sciolse. Un nuovo organo legislativo venne eletto agli inizi del 2012, ma la Corte costituzionale pochi mesi dopo lo dichiarò illegittimo sempre per un tema di regolamenti elettorali. E così chi detta legge continua ad essere il solo Governo ed il controllo del Presidente è totale.

Intanto l’impianto securitario si allarga anche per l’instabilità interna a causa di attentati, quasi quotidiani, come quello di domenica in un ipermercato ad Alessandria che ha provocato la morte di una persona e il ferimento di altre sei. Ma è soprattutto il Sinai a tenere in grande apprensione l’apparato militare egiziano che, fin dall’inizio del golpe, aveva dichiarato di volerne riprendere il controllo, non solo per la leadership del suo capo ma anche per la rilevanza economica, «la presenza del canale di Suez, capace di schiudere ampi orizzonti commerciali, è stata affiancata dalla sempre maggiore centralità dell’altopiano sia dal punto di vista turistico che da quello petrolifero» [2]. Senza dimenticare il traffico d’armi esploso dopo il collasso della Libia dopo l’intervento occidentale.
Fino a che non si smetterà di ignorare le popolazioni beduine locali, sempre escluse da qualsiasi piano di investimento, continueranno a sopravvivere con «pastorizia, lavoro migratorio verso i centri urbani della Penisola o del resto dell’Egitto, ma anche traffico di cibo, armi e persone attraverso il valico di Rafah e i tunnel sottostanti che collegano il Sinai alla striscia di Gaza» [3].
Non solo ma dalla presa del potere di Al-Sisi e in particolare dopo l’aver inserito i Fratelli Musulmani nella lista delle organizzazioni terroristiche il livello di fuoco è aumentato. «Sebbene non sia dimostrabile un nesso causale diretto tra la crescita delle attività finalizzate ad atti di terrorismo nel Sinai e la messa al bando dei Fratelli Musulmani, i quali hanno pubblicamente denunciato le violenze che hanno avuto luogo in Sinai in nome dell’Islam, quello che è certo è che Al-Sisi sta cercando di dirottare il discorso politico egiziano verso una convergenza tra Fratelli Musulmani e islamismo militante in Sinai » [4].

Ma è con il tentativo di accreditarsi come potenza centrale nello scontro contro il terrorismo islamico ed in particolare contro l’Isis che le gerarchie militari coprono le malefatte al loro interno. Di fatto dopo il brutale assassinio dei coopti, l’Egitto ha iniziato ad intervenire militarmente sul suolo libico sostenuto da un variegato numero di paesi, dall’Inghilterra alla Russia dall’Arabia Saudita alla Francia e perché no da Israele che da una mano nel Sinai contro i jihadisti, ai quali risulta conveniente l’interventismo armato, eventualmente anche con l’esercito, del Cairo. E poco importa se questo dovesse significare un allargamento della sfera d’influenza dell’Egitto e una Libia smembrata. Il sogno del Grande Egitto non è mai stato abbandonato. E quando finirà il lavoro sporco per interposta nazione i paesi occidentali penseranno a come ridimensionare il progetto geo-politico egiziano.

Nel frattempo l’Egitto con i suoi novanta milioni di abitanti vede peggiorare le condizioni economiche e sociali per una grave crisi energetica dovuto al calo degli investimenti [5] e della produzione, per la crisi idrica di altrettanta gravità che attanaglia l’agricoltura egiziana [6], per il fatto che oltre il 26% dei cittadini vivono al di sotto della soglia di povertà e il 40% sopravvivono con 2 dollari al giorno e con la sperequazione tra i redditi e i patrimoni ancora in crescita viste le scelte anche qui neoliberiste fin dai tempi di Mubarak.
Pasquale Esposito

[1] Un recente articolo sulla repressione del dissenso, Giovanni Zagni, “Altro che riforma, Al-Sisi stronca il dissenso”, www.linkiesta.it, 24 febbraio 2015
[2] Davide Covelli, “EGITTO: L’Isis in Sinai, la spina nel fianco di al-Sisi”, www.eastjournal.net, 18 febbraio 2015
[3] Davide Covelli, ibidem
[4] Davide Covelli, ibidem
[5] Cfr. Giovanni Andriolo, “Egitto sull’orlo del collasso energetico”, www.lindro.it, 17 dicembre 2014;
[6] Cfr. Giovanni Andriolo, “Egitto, no all’acqua del Congo” www.lindro.it, 25 febbraio 2015

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