Elezioni 25 settembre: il presidenzialismo della destra

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Manca poco al voto di queste elezioni politiche che rimarranno impresse, tra le altre, per la sgangherata cornice elettorale nella quale avranno luogo. Potremmo dire al limite dell’incostituzionalità grazie alla legge elettorale, il “Rosatellum”, voluto fortemente da Renzi che prevede, come noto, un sistema elettorale misto, dove il 37% dei seggi è attribuito con un sistema maggioritario uninominale mentre 61% è assegnato mediante un meccanismo proporzionale con sbarramento e il rimanente 2% è riservato agli eletti dagli italiani all’estero.
Questa combinazione, viene aggravata dal taglio del numero dei parlamentari e in ultimo anche da una “svista” non sempre evidenziata dai mezzi d’informazione e cioè il mancato venir meno – per chi raccoglie le firme – di richiedere il certificato d’iscrizione alle liste elettorali, richiesta illegittima ai sensi della legge del 7 agosto 1990 n. 241 “Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi”.

Inoltre, questo perimetro risulta essere ancora più fragile e a rischio d’implosione causa la previsione di un astensionismo che ormai ha assunto forme patologiche e la cui responsabilità, forse frettolosamente, viene imputata quasi sempre ad un generico disinteresse del cittadino per la politica, senza mai ricordare che tale atteggiamento è anche direttamente proporzionale alla qualità di una classe politica mai stata così mediocre, opportunista e incapace di presentare una vera offerta politica, chiara e non contraddittoria e fumosa, in un momento nel quale il Paese è in una crisi profonda sia sociale che culturale ed anche demografica.

Negli ultimi anni, più volte e da più parti, sono state presentate ipotesi di riforma in senso presidenzialista che ha anche illustri predecessori come uno dei padri fondatori della Carta, Piero Calamandrei. Il rifiuto di organizzare la Repubblica in forma presidenziale piuttosto che in forma parlamentare, discende non da una presa di posizione ideologica bensì da un’accorta visione della realtà sociale, la quale imponeva la costruzione di un impianto pluralista e garantista al massimo livello proprio per dare voce a quella dialettica che si stava appena sviluppando fra le forze politiche e per impedire aperture verso percorsi che ci avrebbero fatto ricadere in forme di autoritarismo o, peggio, dittatoriali.

Adesso, in un contesto con cambiamenti costituzionali già avvenuti e con i limiti della legge elettorale che si sarebbe dovuta cambiare per attenuare i problemi di rappresentanza con il taglio dei parlamentari, arriva la proposta di riforma costituzionale presentata da Fratelli d’Italia concernente l’elezione diretta del presidente della Repubblica.

Ma sul tema delle riforme costituzionali, il centro destra non sembra pensarla allo stesso modo se proprio Salvini ha tenuto a precisare: ”La riforma della Costituzione è fondamentale, il presidenzialismo e un Paese più moderno sono necessari, ma ora la priorità è rappresentata dalle bollette. E una politica seria deve ragionare in questi termini” [1]. Con maggiore decisione è il segretario del PD Letta a bocciare senza appello ogni progetto di riforma costituzionale: ”Siamo contro il presidenzialismo, non è la soluzione per il nostro Paese. Noi lotteremo contro qualunque stravolgimento della Costituzione” [2].

Insomma una proposta, che come in passato, farebbe leva sulla presunta maggiore governabilità e sulla necessità di indicare direttamente il capo del governo, responsabile della politica del Paese. Al di là delle considerazioni sul tema della governabilità è impossibile non vedere – nel caso della proposta di Fratelli d’Italia 21– lo sgretolamento dell’intero impianto costituzionale. Non solo, ma c’ è il rischio concreto che la riforma verrebbe predisposta da un Parlamento che non esprimerebbe correttamente la rappresentanza del Paese, visti per esempio i premi in termini di seggi che verrebbero riconosciuti al vincitore.

Il testo della legge di modifica proposto alle Camere da Fratelli d’Italia, si articola in 13 punti che vanno ad incidere su 12 norme costituzionali che riguardano: il Presidente della Repubblica (artt. da 83 a 89), il Governo (artt. da 92 a 96) e il Consiglio Superiore della Magistratura (art. 104). Da qui, si arriva a disegnare una nuova forma di governo che dovrebbe articolarsi nei seguenti punti che, per brevità, provo a riassumere così: A) elezione a suffragio universale e diretto del Capo dello Stato che rimarrà in carica per 5 anni e che può essere rieletto per una sola volta; B) al Capo dello Stato verrà affidata la Presidenza del Consiglio dei Ministri, la direzione della politica generale del Governo e l’unità dell’indirizzo politico attraverso il coordinamento dell’attività dei ministri; C) affidamento al Capo dello Stato di ulteriori poteri simili a quelli oggi sua prerogativa come nomina del Presidente del Consiglio, capo delle Forze Armate, promulgazione delle leggi; D) viene garantito il potere di sfiducia delle Camere nei confronti del Governo ma nella forma della “sfiducia costruttiva” cioè con l’obbligo per le Camere di indicare al Capo dello Stato il nuovo Presidente del Consiglio. L’unico potere che viene sottratto al Presidente della Repubblica, secondo il disegno di legge, è quello che riguarda il Consiglio Superiore della Magistratura che verrà affidato al Presidente della Cassazione [3].

In questa forma, il progetto di legge non ha trovato grandi estimatori ed anzi non sono poche le obiezioni sollevate da giuristi e costituzionalisti. Ad esempio, Sabino Cassese pur non chiudendo la porta in linea di principio ad una riforma della Carta in senso presidenzialista avverte  che

“Una modificazione in senso presidenziale della Costituzione dovrebbe essere compiuta con la massima cautela, rispettando tutte le garanzie che sono previste nell’articolo 138 (Revisione della Costituzione; n.d.r) della Carta costituzionale“[4].

Dubbi profondi più che perplessità sull’intero disegno di legge, sono quelli espressi dal professor Gustavo Zagrebelsky il quale pur ribadendo, in linea generale, l’assenza di contrarietà al modello presidenzialista, ricorda di porre maggiore attenzione alle conseguenze che potrebbero verificarsi in Italia. Di fatto, spiega:

”La prima incongruenza riguarda la figura del Presidente della Repubblica. Se si realizzasse la proposta di Meloni, diventerebbe un soggetto governante e iperpoliticizzato: eletto a suffragio diretto, con il sostegno di una forza politica, nomina il primo ministro, su proposta del premier nomina e revoca i ministri, e presiede il Consiglio dei ministri salva delega al primo ministro. Ora una figura di questo genere è espressione di una sola parte politica, quella che ha vinto, non è più super partes e quindi non si può pretendere che sia garante della Costituzione che è un bene di tutti” [5].

Questo assunto ci conduce inevitabilmente anche a considerare che la trasformazione della funzione attualmente spettante al presidente della Repubblica in organo di governo, porterebbe di fatto alla paralisi politica delle minoranze, che si vedrebbero private dell’effettivo godimento di quella tutela istituzionale garantita proprio dal Presidente come soggetto super partes. Non solo, ma la presenza come abbiamo visto nel disegno di legge della c.d. “sfiducia costruttiva” – estrapolata dal modello costituzionale tedesco – che permette al Parlamento di sfiduciare il governo in carica indicando il nome del nuovo capo dell’esecutivo, viene a presentarsi come una clamorosa contraddizione al sistema auspicato in quanto tale procedura ha senso solo se inquadrato in un sistema tipicamente parlamentare.

Mi sembra evidente che, al netto dei buoni propositi, questo progetto di riforma costituzionale alquanto nebuloso, di fatto porterebbe come conseguenza deleteria lo smantellamento dell’intero architrave costituzionale così come pensato nel 1948 e che a tutt’oggi ha retto a più di una crisi. Ma al di là di ciò, non si può non vedere come nella nostra attuale situazione generale qualunque intervento in profondità, che tocchi le basi istituzionali, porterebbe ad indebolire ancora di più, e forse in maniera irrecuperabile, un assetto politico già pesantemente reso fragile dal distacco con la base sociale. Per questo motivo ritengo dannosa  questa radicale trasformazione del dettato costituzionale che, torno a ripetere, nel miraggio di garantire una stabilità al governo in carica, trascura di considerare la sostenibilità dell’intero sistema politico.

Stefano Ferrarese

[1] https://www.italiaoggi.it/news/presidenzialismo-salvini-e-meloni-divisi-sull-ipotesi-bicamerale-202209080959357893, 20 settembre 2022
[2] https://www.italiaoggi.it/news/presidenzialismo-salvini-e-meloni-divisi-sull-ipotesi-bicamerale-202209080959357893, 20 settembre 2022
[3] Enzo Cheli, https://www.rivistailmulino.it/a/perch-dico-no-al-presidenzialismo, 8 settembre 2022
[4] Raffaella De Santis, https://www.repubblica.it/cultura/2022/08/07/news/sabino_cassese_presidenzialismo_si_solo_se_i_poteri_restano_divisi-360782899/, 7agosto 2022
[5] Simonetta Fiori, https://volerelaluna.it/rimbalzi/2022/08/16/il-pericolo-del-presidenzialismo-intervista-a-gustavo-zagrebelsky/, 16 agosto 2022

 

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