Elezioni Francia: le coordinate di un voto indecifrabile

le bandiere della Francia e dell'Europa
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Si vota in Francia, si vota (anche) per l’Europa. Questa duplice natura attribuisce alle prossime elezioni presidenziali francesi una valenza ben maggiore rispetto al semplice risultato elettorale, tra l’altro per nulla scontato. Ci deve pur essere qualche motivo se si tratta di un appuntamento su cui da tempo convergono riflettori e attenzioni della comunità internazionale e su cui è stato fantasticato a lungo, tra sondaggi più o meno affidabili, retoriche populiste e presunti scenari apocalittici.

Certamente, quella di Marine Le Pen è una candidatura scomoda, che destabilizza l’establishment e, allo stesso tempo, disorienta e stimola l’opinione pubblica. Il suo cavallo di battaglia è un programma anti-Schengen, anti-immigrazione, anti-europeista e sovranista, destinato inevitabilmente a risvegliare le preoccupazioni dei politici di Bruxelles, costretti, però, questa volta, a restare in guardia per evitare di farsi travolgere da un nuovo eventuale spiazzante scossone come era accaduto allora per la Brexit.
A prescindere dal fatto che risulti o meno vincitrice, sarà fondamentale vedere il consenso che la Le Pen sarà stata in grado di raggiungere al primo turno per valutare lo stato di salute collettivo, innanzitutto nazionale e, di riflesso, anche europeo. Al di là delle guardinghe affermazioni, probabilmente nessuno è davvero convinto che la Le Pen possa effettivamente vincere, ritenendo che una spallata nei suoi confronti possa provenire dal sistema elettorale e da una fetta di elettori non troppo convinti di una scelta che, apparentemente, sembra radicale. Eppure, nonostante questo, le elezioni in questione continuano ad alimentare riflessioni (e preoccupazioni) di ogni tipo.
Dalla parte della leader del Front National ci sono certamente un terrorismo che continua a mietere vittime, un livello crescente di corruzione e scandali politici, un clima generale di instabilità socio-economica che da tempo alimenta tensioni e paure collettive. A suo sfavore gioca, invece, un sistema elettorale che difficilmente le si potrebbe rivelare benevolo. Il ballottaggio solitamente non giova a un candidato presentato come anti-sistema e contro il quale, compattamente, sono pronti a schierarsi élite, istituzioni, comunità internazionale e via dicendo. Ma tutto ciò è praticamente fantapolitica. Prima del ballottaggio c’è un primo turno di votazioni, che non è semplicemente un filtro, come invece accade nelle elezioni per l’assemblea legislativa francese, quando la prima consultazione è una sorta di allenamento per i partiti, per misurare forza e radicamento e serrare così i ranghi in vista del secondo turno. Nel caso delle presidenziali, come avviene per esempio nelle comunali in Italia, il primo turno è già una sentenza, e non solo un banco di prova. Infatti, accedono al secondo turno i due candidati più votati e dunque la partita si gioca già da domenica. Nessun rinvio, nessun tentativo, nessuna valutazione. Se la presidenza è un obiettivo raggiungibile, occorre dimostrarlo sin da subito.

Nella situazione attuale, con una rosa di candidati tutti potenzialmente competitivi e in grado di arrivare al secondo turno, con i sondaggi che continuamente modificano pronostici e prospettive, con un paese sempre più diviso e lacerato, il voto di domenica rappresenta uno spartiacque fondamentale. Innanzitutto, perché dirà chi ha davvero le carte in regola per ambire all’Eliseo. Ma soprattutto perché mostrerà il vero volto della Francia: quello deluso dagli ultimi anni di governo, che penalizzerebbe il socialista Hamon; quello spaventato, che ovviamente farebbe trionfare l’agguerrita Le Pen; quello desideroso di nuovi volti e programmi, che potrebbe convergere sul dinamico Macron o sull’outsider Mélenchon; quello sostanzialmente più tradizionalista, che potrebbe dare fiducia a Fillon, nonostante gli scandali che lo hanno coinvolto recentemente, limitandone, ma non compromettendone, ambizioni e percentuali di consensi.

In un quadro così variegato formulare più di una semplice ipotesi è già rischioso. Tanti sono i fattori che possono risultare decisivi, tra cui spicca ovviamente quello legato al terrorismo islamico e alla sicurezza nazionale. I recenti fatti di cronaca gettano la loro ombra su una competizione elettorale che si annuncia già infuocata, oltre che giocata, presumibilmente, sul filo del rasoio. Forse è troppo superficiale ritenere che l’uccisione del poliziotto possa spostare milioni di voti. Di certo avrà un’influenza, visto la rilevanza di un tema con cui tutti i candidati hanno, per forza di cose, dovuto confrontarsi. La conseguenza potrebbe essere quella di disorientare ancora di più un elettorato che continua a dare segni di cedimento, fluttuando tra ripetuti ribaltamenti nelle intenzioni di voto e la possibilità di un’astensione di massa.
Suggestioni, queste, di un voto di estrema centralità, che travalica dimensioni e confini nazionali e di cui risulta impossibile prevederne l’esito. Sarà decisivo il modo con cui i francesi andranno a votare: frustrati, arrabbiati, sconvolti, o semplicemente spaesati? Ma per tutto ciò non esistono sondaggi, rilevazioni, termometri. Esiste solo l’urna e un responso che, in ogni caso, sarà percepito come sorprendente. Conseguenza inevitabile di un mondo privo ormai di certezze.
Lorenzo Di Anselmo

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