Elezioni il 25 settembre dopo la caduta del governo Draghi

Senato intervento Mario Draghi
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 Si è sciolto ieri, in una giornata torrida in tutti i sensi, quel nodo che ancora teneva legati il Presidente Draghi e tutti i partiti che formavano la sua maggioranza. Si vota il 25 settembre prossimo.

La tensione era palpabile. Draghi, dopo aver riassunto l’opera svolta dal suo esecutivo, coerentemente con quanto annunciato nei giorni scorsi, ha richiesto la fiducia per proseguire il lavoro; ha chiesto anzi una rinnovata fiducia, convinta, non di facciata, che desse nuovo ossigeno al patto di quella eterogenea alleanza, che unita avrebbe dovuto finire in qualche modo il lavoro iniziato.

Da questa impostazione deriva l’apparente rigidità di Draghi quando ha dichiarato che senza il M5S non ci sarebbe stato un futuro per il governo. L’esortazione era chiara; forse, l’estrema linearità di quella proposta ha accentuato le fibrillazioni in alcuni gruppi parlamentari.

Il M5S ha continuato a torcersi fino allo strangolamento, con il suo leader Conte già pronto a depennare i nomi dei possibili parlamentari pronti a lasciare il partito perché, sostanzialmente, decisi ad accogliere l’invito di Draghi.

Il centro-destra, con l’esclusione di Fratelli d’Italia, da sempre schierato all’opposizione, era impegnato in un serrato dibattito interno, con Lega e Forza Italia intenti a vagliare le possibili variabili, senza dimenticare di tenere sott’occhio le istanze del loro elettorato, probabilmente non del tutto convinto di abbandonare la coalizione di governo.

Possibile che il semplice richiamo alla coerenza e alla coesione governativa richiesta dal presidente Draghi, abbia avuto l’effetto di una bomba lanciata senza alcun preavviso? Sempre è sembrato evidente che tra il blocco dei partiti e il loro timoniere non fosse nata una comprensione reciproca.

Già l’esperienza del c.d. “Conte 1” nel 2018 (conosciuto come il “Governo giallo-verde”, perché formato da M5S e Lega), seguito dal “Conte 2” nel 2019 (con M5S e PD, ora quindi “Governo giallo-rosso”), aveva creato malumori perché alla guida del governo sedeva un avvocato, un non politico, un non parlamentare, quasi un “oggetto” estraneo a quell’istituzione che non ammette diversità tanto più se fatte calare dall’alto.

Seguendo questo filo rosso, immaginiamo che cosa può aver determinato la discesa nella competizione politica di un top-player come Mario Draghi. Attenzione, ovviamente anche il Presidente Draghi non può essere ritenuto immune da colpe o, quantomeno, da una certa freddezza culturale verso alcuni temi cari a parte della sua compagine.

La visione parziale del suo profilo, tutto appiattito sulle sue competenze economiche, ha fatto additare ancora una volta, gli italiani, come irrazionali, sconclusionati e irriconoscenti, dimenticando che l’insoddisfazione è nei confronti del Draghi “politico”.

Mario Draghi è giunto al governo con il compito arduo, ma esclusivo, di guidarci fuori dalla pandemia e dare un’ossatura al PNRR; obiettivi raggiunti alla fine del 2021. Da quel momento cominciano i primi scricchiolii nell’anomala coalizione, con i quotidiani affondi di Salvini e le teatrali improvvisazioni di Conte, legato a doppia mandata, dal veggente Grillo, ad un movimento che aveva perso la sua bussola. In quel il momento è forse emerso lo scarso acume politico di Draghi.

Ci sarebbe voluta una sterzata, un passo meno tecnico e più politico. Una sensibilità e una “intelligenza” che avrebbero dovuto determinare scelte legate anche ai temi bandiera dei partiti della coalizione, stabilirne i tempi, i limiti, mediare sull’azione politica: insomma porre in atto tutte quelle azioni che permettessero di ridurre la forbice fra competenza tecnica e agire politico. Non dobbiamo perdere di vista il fatto che le ragioni della politica sono, sempre e comunque, ispirate dalla razionalità di pensiero, ma non possono essere esercitate in astratto.

La conferma l’ha offerta il presidente Mattarella quando ha chiesto al premier Draghi di indirizzare la crisi di governo nel dettato della Costituzione, cioè in Parlamento; non per una ritualità consolidata nel tempo, ma perché rivolgersi all’Assemblea parlamentare è un’azione “materiale”, se vogliamo il banco di prova su cui verificare le eventuali reciproche criticità o, nel nostro caso, rigidità. Il presidente Mattarella, seppure nel silenzio imposto dalla Carta Costituzionale, ha ricordato a tutti che il rispetto dell’etica costituzionale è l’unico esercizio che permette di tenere fermo il baricentro dell’azione politica. Il messaggio costituzionale, ribadito con la forza del silenzio presidenziale, è stato malamente interpretato dalle forze politiche che hanno voluto vedere nel confronto parlamentare sulla riconferma della fiducia, l’occasione per poter forzare la mano e far cascare il governo.

Se questi incontestabilmente sono i fatti, altra cosa è il come hanno avuto luogo: le contorsioni del M5S, indeciso su tutto, anche sull’assurda strategia di non votare la fiducia e di andare all’opposizione, dichiarandosi comunque disponibile a sostenere il Governo; il centro-destra che rompe gli indugi cercando di mettere Draghi con le spalle al muro, per scandire un secco “no” alla provocazione, Si alla fiducia, purché dalla compagine governativa venissero espulsi i 5 Stelle. L’asse Berlusconi-Salvini, intanto, non trova un accordo su come procedere e allora è la Lega che tenta lo strappo.

A guardar bene, se ci poniamo dal punto di osservazione della Lega, era questa, infatti, l’occasione adatta per ricominciare la corsa per recuperare rispetto alla Meloni che, con il suo partito, era già pronta dal giorno dell’investitura di Draghi per andare ad elezioni. Salvini ha, quindi, fatto una fuga in avanti, mettendosi alle spalle i dubbi e le perplessità del governista Giorgetti e ha lasciato in mezzo al guado il riluttante Berlusconi, più propenso ad un accomodamento e a rimanere nel governo. Con il cerino in mano, Forza Italia non ha avuto scelta; non seguire la Lega avrebbe rappresentato l’inizio della fine del partito. Tutti sono saliti sull’unica scialuppa disponibile, tranne la ministra Gelmini e il ministro Brunetta, che hanno preferito la coerenza all’opportunità. Un merito che gli va riconosciuto.

Se l’occasione si era dimostrata ghiotta per il centro-destra, altrettanto lo sarebbe stata per il c.d. “fronte largo” che si sta costruendo a sinistra. Dopo l’affondo della Lega, il M5S, avrebbe potuto ribaltare la situazione votando la fiducia, additando così l’intero centro-destra come il vero nemico del Paese. Letta ha provato a lanciare questo richiamo al suo “alleato” in nuce; Conte però, proprio per la fragilità del suo potere all’interno del Movimento, non è riuscito a sfruttare l’occasione, ritrovandosi a sua volta con il cerino in mano.

Ora si prospetta per il Paese l’inizio di una campagna elettorale che non prevederà esclusione di colpi.

Stefano Ferrarese

 

 

 

 

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