Elezioni in Argentina: tornano la destra e le vecchie politiche neoliberiste

Argentina terra del fuoco Ushuaia
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La lettura di qualsiasi analisi o commento dopo la vittoria alle elezioni presidenziali del 22 novembre di Mauricio Macri, leader dell’alleanza conservatrice Cambiemos parla della  fine di un’era, quella del kirchnerismo, iniziata con l’avvento di Néstor prima e Cristina poi e che aveva seguito quella di Carlos Menem dal 1989 al 1999.
Un cambio di politiche che forse sarebbe avvenuto anche se uno degli altri due candidati avesse vinto: il favorito della vigilia e sostenuto dalla Presidente, Scioli e il peronista dissidente Sergio Massa.
Una valutazione condivisibile che però presenta diversi interrogativi circa le tempistiche e la profondità dei cambiamenti anche in considerazione di possibili effetti negativi che si potrebbero innescare su una popolazione già colpita nella sua vita quotidiana.


Argentina. Buenos Aires, Casa Rosada

Prima di provare a districarsi nelle problematiche post-elezioni farei un’osservazione che andrebbe tenuta bene in mente quando si valuteranno le azioni e gli interventi che la destra con il nuovo Presidente metterà in pratica:
l’Argentina con tutti gli errori che la leadership attuale ha indubbiamente commesso non è il Paese della crisi del 2001, una crisi figlia delle politiche liberiste e di austerità a cui gli argentini hanno dovuto sottostare su volere del Fondo Monetario Internazionale la cui colpevolezza è stata evidenziata da un Nobel come Joseph Stiglitz.

Per la prima volta dalla riforma elettorale degli anni ‘70 queste la vittoria è stata assegnata al ballottaggio. A vincerlo come dicevamo è stato il cinquantaseienne, figlio di un ricco imprenditore di origini italiane, Mauricio Macri leader della coalizione che lui stesso ha creato, Cambiemos, sindaco di Buenos Aires (2007-2011), lui stesso facoltoso imprenditore ed ex presidente (1995-2008) della squadra di calcio Boca Juniors, il club più famoso in Argentina. L’80% dei 32 milioni di aventi diritto è andata alle urne e con il 51,4% dei voti contro il 48,6%, meno di un milione di voti, ha consentito la vittoria contro il candidato ‘kirchnerista’ Daniel Scioli.

Come spiega Fabio Marcelli che riprende l’analisi di Gennaro Carotenuto la Presidente ha conseguito molti successi ma ha pagato per «una certa immaturità delle istituzioni, non del tutto superata in questi quindici anni, con i conseguenti fenomeni di corruzione e incapacità di sradicare il potere di talune cricche, ha, unitamente alla crisi economica, alimentato la frustrazione della classe media che ha costituito il fattore determinante dell’affermazione di Macri» [1].

Liliana De Riz, sul Clarin uno dei tanti media che hanno avversato Cristina Fernández de Kirchner scrive che Cambiemos «ha saputo interpretare l’umore della società e dare voce alla voglia di futuro della classe media. […] un processo cresciuto insieme alla crisi morale e istituzionale che è seguita alla morte del procuratore Alberto Nisman, il 18 gennaio 2015» [2].

Non vedo come la classe media possa migliorare con politiche che saranno fatte di tagli al welfare, dalla sanità ai trasporti ai sussidi per gas e energia in favore dei più poveri, privatizzazione delle imprese statali da una parte e tutela delle proprietà delle multinazionali dall’altra, e liberalizzazione del commercio. Politiche che in tutto il mondo non hanno fatto altro che peggiorare la situazione non solo dei meno abbienti ma anche delle classi medie.

Del resto se è vero che l’inflazione è al 30%, il bilancio statale è in forte  deficit e l’economia è in recessione è altrettanto vero che la disoccupazione è ai minimi storici, la povertà non è quella della crisi del default anche se resta alta.
Come scrive Geraldina Colotti «il ritorno in forze del campo conservatore fa leva sulle debolezze del kircherismo e della società argentina: e cerca di approfittare della congiuntura generale, che vede il grande motore economico del continente — il Brasile — influenzato dalla battuta d’arresto cinese e ostaggio di equilibri parlamentari favorevoli alle destre» [3].
Tanto per fare chiarezza sul blocco di potere che andrà occupando i gangli del sistema, la nuova governatrice della Provincia de Buenos Aires, María Eugenia Vidal, appartenente al fronte elettorale Cambieremos quello di Mauricio Macri, ha annunciato che Leonardo Sarquís, ex direttore generale della divisione sementi della Monsanto, diventerà Ministro delle risorse agrarie della provincia di Buenos Aires [4]. E tanto per far chiarezza sul clima che potrebbe esserci in Argentina dal ritorno delle destre basta leggere l’editoriale de La Nación del giorno dopo le elezioni dove si «sostiene che è arrivato il momento di mettere da parte i desideri di vendetta verso i militari che si sono macchiati di crimini contro l’umanità durante l’ultima dittatura militare (1976-1983)» [5].

La politica estera prenderà sicuramente un’altra direzione, come lui stesso ha annunciato subito dopo la vittoria. Innanzitutto si punta a migliorare le relazioni con gli Stati uniti anche se questo dovesse significare un arretramento a favore dei fondi avvoltoio sul tema della restituzione del debito, e di questo a Washington ne sono convinti. Peggioreranno e di molto i rapporti con il Venezuela, dimenticando gli aiuti ricevuti, per il quale chiederà la sospensione dal Mercosur per le violazioni delle libertà in quello stato. In generale l’appoggio dato da Cristina Kirchner a tutte quelle scelte come l’Alba, l’Alleanza bolivariana per i popoli delle nostre Americhe ideata da Cuba e Venezuela e autonome dal potere degli USA non faranno più parte della politica estera di Buenos Aires.

E ha spiegato che intende revocare l’accordo sottoscritto dalla Kirchner con l’Iran per indagare congiuntamente sull’attentato del luglio1994 quando un furgone carico di tritolo esplose nel parcheggio seminterrato dell’edificio ospitante gli uffici dell’Associazione Mutualità Israelita Argentina e della Delegazione delle associazioni israelite argentine provocando 85 vittime e oltre 200 feriti e per il quale sono stati accusati funzionari israeliani e addirittura le maggiori cariche dello stato iraniano [6].

All’inizio dicevamo che le valutazioni sono quelle della fine di un’era. Ma queste analisi devono tener conto della resistenza della Presidente che, nel primo incontro con il suo successore presso la residenza di Olivos a Buenos Aires, non si è mostrata per nulla collaborativa nella gestione della transizione dei poteri che invece vuole mantenere fino al 9 dicembre, il giorno prima della successione effettiva.

Non solo ma Macri dovrà fare i conti con le sedici province in cui domina il peronismo, con la diffusa presenza nell’apparato statale fedeli alla Presidente e con i due rami del parlamento nelle mani dell’opposizione. Se alla Camera qualche appoggio con gli ex peronisti lo troverà al Senato sarà molto più difficile.
Le sfide che ha di fronte il nuovo presidente sono tante. Vorrà mettere mano alle restrizione datate 2011 sull’acquisto di valuta straniera e in generale smontare le barriere protezionistiche che in questi anni hanno difeso gli argentini dagli avvoltoi, dovrà dimostrare che le sue politiche liberistiche rimettano  in moto dopo quattro anni le produzioni industriali e agricole e che queste misure mantengano occupazione e che non peggiori inflazione e crisi valutaria.
Pasquale Esposito

[1] Fabio Marcelli, “Elezioni Argentina, il Berlusconi delle pampas vince di misura”, www.ilfattoquotidiano.it, 23 novembre 2015
[2] Liliana De Riz, “L’Argentina sceglie il cambiamento”, in Internazionale, 27 novembre 2015, pag. 16
[3] Geraldina Colotti, “Argentina al voto per allontanare gli Stati uniti”, www.ilmanifesto.info, 21 novembre 2015
[4] “Argentina, si comincia male: l’ex direttore di Monsanto ministro dell’agricoltura di Buenos Aires”, www.greenreport.it, 26 novembre 2015
[5] in Internazionale, 27 novembre 2015, pag. 17
[6] Simon Romero e Jonathan Gilbert, “Mauricio Macri Took Detour From Life as Scion to Argentine Presidency”, www.nytimes.com, 23 novembre 2015

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