Elezioni in Cambogia. Tra povertà dimenticata e i fantasmi di Pol Pot

Cambogia Phnom Penh arrivo dal Mekong
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La Cambogia è un paese ancora molto povero. Quasi quindici milioni di abitanti e un terzo dei quali vive con meno di un dollaro al giorno. Il salario minimo stabilito dalla legge, spesso non rispettata, è di 74 dollari. La Nike afferma di averlo portato anche 102 dollari in alcuni casi [1], quanto più o meno, il prezzo di un paio di scarpe sportive. Non sono solo le multinazionali occidentali, ma anche le aziende cinesi a contribuire allo sfruttamento delle persone e dell’ambiente. La corruzione fa la sua parte in paese in cui il suo livello è tra i più alti al mondo.


Cambogia. Komphong, Democrat street. Agosto 2013. Foto Ciro Ardiglione
La povertà rende vulnerabili al cospetto di interlocutori che non hanno altro obiettivo che il profitto. E non basta sostenere che la Cambogia grazie agli investimenti esteri è un dei paesi che più cresce al mondo, con il Pil che nel 2012 è aumentato di più del 6% e che nel 2013 non sarà molto distante.
Questo paese soffre di un feroce processo di deforestazione (solo nel Congo accade di peggio) e il fenomeno dell’accaparramento delle terre ad opera «di complessi agroindustriali soprattutto cinesi e vietnamiti, ha sottratto alle risorse nazionali 2,1 milioni di ettari di terreno: almeno 400 mila persone, in una nazione che conta poco più di 15 milioni di abitanti, sono state private della loro terra» [2].
E questo è particolarmente incomprensibile nel  distretto di Svay Leu non troppo distante dal sito archeologico, patrimonio dell’Umanità, di Angkor Wat dove grazie al turismo arrivano risorse che però non favoriscono lo sviluppo sostenibile delle comunità locali. Al momento senza l’aiuto di progetti di organizzazioni no profit come Oxfam Italia non riescono a far rispettare i loro diritti [3].


Cambogia. Angkor Wat, templi Ta Prohm. Agosto 2013. Foto Ciro Ardiglione
E di tutto questo si è parlato molto poco durante la campagna elettorale per le elezioni legislative che si sono svolte il 28 luglio scorso. Solo il 12 agosto la Commissione elettorale ha proclamato i risultati assegnando la vittoria al Partito del popolo cambogiano del primo ministro Hun Sen con il 49% dei 6,6 milioni di voti espressi. All’opposizione, rappresentata dal Partito della salvezza nazionale della Cambogia e dal suo leader Sam Rainsy è andato il 44%. Per l’assegnazione dei seggi bisogna attendere ancora qualche giorno.
La situazione resta ancora infuocata per le accuse di disparità di risorse impiegate, pesanti condizionamenti e brogli da parte dell’opposizione.  Ancora oggi la tensione resta alta tra i due leader né più né meno di quanto accaduto nel corso della campagna elettorale alla quale Sam Rainsy non ha  potuto prendere parte perché la grazia, concessa dal re, per un condanna a undici  anni di prigione per il suo rientro in esilio è arrivata dopo la chiusura delle liste.
Il direttore esecutivo di Transparency International Cambodia Kol Preap ha dichiarato che non è stata data la stessa opportunità al leader dell’opposizione e in generale l’accesso ai media è risultato limitato per cui è complicato poterle definire elezioni libere. Human Rights Watch ha parlato di clima intimidatorio, a vantaggio del governo, da parte militari e polizia alla vigilia del voto [4].
Secondo il portavoce Yim Sovann del partito di opposizione sono scomparsi migliaia di nomi dalle liste elettorali impedendo ai seguaci del partito di votare. Molti osservatori sul campo hanno denunciato la facilità nel cancellare l’inchiostro che doveva marchiare  indelebilmente le dite dei cittadini votanti al seggio [5].
Altri osservatori sono stati meno preoccupati di quanto accaduto tanto che riferiscono di elezioni sostanzialmente libere e regolari [6].

Cambogia. Siem Reap, manifesto elettorale. Agosto 2013. Foto Ciro Ardiglione

Come si diceva lo scontro durante la campagna elettorale è stato duro e spesso collegato alla drammatica storia recente di questo paese con riverberi sulle questioni collegate ai due ingombranti vicini: Cina e Vietnam. Come dice Youk Chhang – presidente del Centro di documentazione della Cambogia (DC-Cam) – «La Cambogia è presa nel mezzo dalla tigre, la Cina, ed il coccodrillo, il Vietnam, e ha bisogno di trovare una sua posizione» [7].
Il ritorno continui sui  crimini del regime dei Khmer Rossi e del loro capo Pol Pot (1975-1979) ha generato ulteriori divisioni tra i due contendenti con Rainsy che ha accusato Sen di non chiudere i conti con il passato del paese e di ospitare tra nel partito personaggi colpevoli di crimini perpetrati durante il regime dei Khmer Rossi. Rainsy è incolpato di far precipitare nell’anarchia più totale la Cambogia come ai tempi di Pol Pot.


Cambogia. Phnom Penh, il museo degli orrori di Tuol Sleng. Agosto 2013. Foto Ciro Ardiglione

In un articolo Milton Osborne  scrive che «Le elezioni nazionali del 2013 mettono la storia dei Khmer Rossi sotto una luce cattiva attraverso la risorgente politicizzazione della storia, del diniego del genocidio e dell’incitamento razzista. Tirare la discussione della storia moderna del paese dentro la politica porterebbe alla divisione sociale, alla classificazione politica e alla violenza. Il partito al governo del CPP e quello di opposizione CNRP hanno usato la retorica dei Khmer Rossi come una strategia per conquistare il voto della gente. Mettere in luce i crimini dei Khmer Rossi e promuovere la guida del CPP come salvatori della patria è sempre stata la strategia fondamentale del CPP dato che tutte le famiglie hanno almeno un loro membro che è morto o è scomparso in quel periodo. […]  Allo stesso tempo è emerso in modo senza precedenti un senso di negazione del genocidio. Un esponente dell’opposizione come Kem Sokha ha commentato ad una manifestazione pubblica che proprio l’esistenza della prigione di TuolSleng è una scenata e che la prova della tortura e delle esecuzioni dentro il famoso centro erano state costruite dal Vietnam per giustificare l’invasione della Cambogia.
Sebbene il commento sia stato poi ritratto, ha fatto molto arrabbiare le vittime dei Khmer Rossi, […] Il capo dell’opposizione Sam Rainsy, in modo simile, ha attaccato il CPP legandolo a varie istanze non popolari legate al Vietnam e ai Khmer Rossi. La sua strategia era di illuminare la gente sulle istanze di flussi incontrollati in entrata di Vietnamiti che sarebbero ancora in atto. Questa accusa crea una congettura antica tra i cambogiani di una morsa vietnamita sulla politica e gli affari interni cambogiani, dei contesi posti di frontiera e delle recenti irregolarità elettorali in cui avrebbero preso parte anche elettori vietnamiti […].
Se si vuole dare alla Cambogia dei forti principi democratici, il governo secondo la legge e un rispetto per i diritti umani, si deve smettere di politicizzare la storia, e dare istruzione ai 3,5 milioni di giovani che sono nati dopo i Khmer Rossi. Senza lo studio scientifico e la ricerca i nostri giovani perderanno la possibilità di conoscere la propria storia. Si deve dare loro la possibilità di studiare, analizzare e valutare la loro storia in un modo che renderà istituzionale una cultura che apprezza i diritti umani, la democrazia e il governo della legge. Empatia storica, tolleranza e perdono sono i fondamenti di credo importanti per una democrazia che esce da un conflitto… »[8].

Pasquale Esposito

[1] In occasione di uno sciopero per gli aumenti salariali in una fabbrica fornitrice un portavoce della Nike, in un’email alla Reuters, ha spiegato che «la fabbrica paga già al di sopra di quel salario minimo, fino a 102 dollari al mese», in “Cambogia, guerriglia degli operai contro la Nike. Chiedono aumento di salario”, www.blitzquotidiano.it, 4 giugno 2013
[2] Carla Reschia, “Cambogia, tra la gente in difesa della foresta”, www.lastampa.it, 29 agosto 2013
[3] Carla Reschia, ibidem
[4] “Ombre di irregolarità sul voto, l’opposizione contesta la vittoria del premier Hun Sen”, www.asianews.it, 29 luglio 2013
[5] “Cambogia, il premier Hun Sen rivendica la vittoria”, www.lettera43.it, 28 Luglio 2013
[6] Mong Palatino, “Cambogia: elezioni al Partito Popolare, tra accuse di frodi e irregolarità”, www.lastampa.it, 5 agosto 2013; traduzione di E. Intra e S. Gliedman
[7] Milton Osborne, “Cambogia: La storia appartiene a tutti”, terresottovento.altervista.org, 24 agosto 2013
[8]  Milton Osborne, ibidem

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