Elezioni in Catalogna: quale futuro?

history 6 minuti di lettura

La Catalogna e il suo futuro restano un altro momento cruciale per l’Europa. A Bruxelles la posizione è stata netta: appoggio totale a Mariano Rajoy e alla sua scelta di applicare l’articolo 155 della Costituzione spagnola dopo aver usato la polizia per impedire il referendum. Non poteva essere altrimenti, non tanto perché si tratta di appoggiare la Spagna, ma di sostenere la sua compattezza che passa fondamentalmente per la sua governance finanziaria.
Si sta perdendo un’altra occasione, dopo la Brexit, per discutere e avviare un processo di revisione delle fondamenta dell’Unione che dovrebbero essere ricostruite sulla base dei diritti dei cittadini per una quotidianità migliore.

Se ne parla poco tra i media delle elezioni del 21 dicembre prossimo in Catalogna. Elezioni blindate, elezioni anomale. La leadership indipendentista è stata per buona parte messa a tacere: metà governo del President Carles Puigdmeont in carcere e gli altri, compreso il President, in esilio in Belgio. Va detto che potrebbe essere accettate la richiesta del vicepresidente Oriol Junqueras e dei sette ministri di essere liberati anche per partecipare alla campagna elettorale.
Ciudadanos presenta come candidata alla presidenza Inés Arrimadas e mantiene le proprie posizioni legaliste. Inés Arrimadas, trentaseienne e unica donna candidata presidente si ispira a Macron con un discorso centrista, liberale ed europeista che attrae gli anti-indipendentisti.
Scrive Stephen Burgen, «oratrice appassionato e articolata, ha galvanizzato la metà della popolazione eterogenica e antindipendente e sta prendendo voti sia dal partito popolare (PP) che dai socialisti. I critici dicono che i Ciutadans non sono altro che una versione più giovane del PP con poche politiche chiare. Ora Macron ha dato al partito un punto di riferimento. […] “Nei primi 100 giorni di governo, la questione della coesione sociale sarà fondamentale. ]Abbiamo bisogno di un piano per riportare gli affari, velocemente e bene, […]. Dobbiamo deviare tutti i soldi che ora vengono spesi per la propaganda per l’indipendenza per salute pubblica e ad altri servizi sociali” »[1].
Tornando agli altri partiti Luca Tancredi Barone ci spiega che «il panorama elettorale così «normalizzato» si caratterizza per lo strepitoso passo indietro dei protagonisti della battaglia indipendentista che peraltro, senza che nessuno ne abbia spiegato i motivi, stavolta concorrono autonomamente. Fino a pochi giorni fa erano nella stessa lista e nello stesso governo di cui nessuno ha rinnegato esplicitamente le azioni. Ma la strategia politica sia di Esquerra republicana, sia del PdCat [Partito Democratico Europeo Catalano, partito di destra nazionalista di Puigdemont, ndr ] ha virato di 180º senza colpo ferire, e senza apparenti ripercussioni sul loro elettorato. Ora è tutto un assicurare che la via unilaterale non è quella da percorrere, […]. Sull’altro fronte, invece, sono rimasti granitici sia Ciudadanos che Pp: dicono che bisogna recuperare la legalità, archiviare il procés, ristabilire la convivenza. I socialisti sono gli unici che cercano di svincolarsi dall’abbraccio mortale in cui li vorrebbero stringere gli altri due partiti sedicenti «costituzionalisti», e aggiungono qualche abbozzo di proposta catalanista al discorso centralista, […]. I Comuni e Podemos, gli unici che hanno mantenuto, sommersi dalle critiche di tutti gli altri, la stessa posizione (priorità ai temi sociali, diritto all’autodeterminazione ma negoziato e a lungo termine, difesa delle istituzioni catalane ma non delle politiche del governo Puigdemont), […] » [2].
Carles Puigdmeont avrà una sua lista, Junts per Catalunyà (Uniti per la Catalogna) lanciata in Belgio dove i candidati sono arrivati per sostenerlo.
Secondo il politologo e professore di Scienze politiche all’Università autonoma di Barcellona, Oriol Bartomeus «Dentro ai due fronti e dentro ai partiti ci sono movimenti che potrebbero cambiare il senso dei risultati elettorali e di quello che avverrà dopo il voto: potranno essere determinanti la mancata presentazione di liste comuni, l’evoluzione delle inchieste giudiziarie […] così come ogni fatto eclatante che dovesse avvenire da qui al 21 dicembre. L’incognita maggiore riguarda infatti il grande spazio degli indecisi moderati che nel 2015 votarono, da un lato, per Junts per Sì (che univa Puigdemont e Junqueras) e, dall’altro, per gli unionisti di Ciudadanos. Il loro voto è mobile, definirà i risultati e resterà incerto fino alla fine» [3].

Andrebbe a questo punto dato uno sguardo più approfondito al senso di questa spinta nazionalista e indipendentista anche per collocarlo in un contesto politico e sociale più ampio come hanno fatto Franco Berardi e, in un articolo a doppia firma, Steven Forti e Giacomo Russo Spena.
Il primo spiega come non sia più in tema di nazioni da rivendicare e che questo processo è all’interno di un’Europa in disfacimento.
«La crisi catalana, come la Brexit, non hanno vie d’uscite ragionevoli, e sono solo i casi più evidenti di uno sgretolarsi d’Europa che coesiste con l’irrigidirsi della gabbia. Può la gabbia ingabbiare lo sgretolarsi? […]. Il disgregarsi degli stati nazionali è un effetto della compressione sociale determinata dal saccheggio finanziario della società europea.
La crisi catalana è l’ennesima prova del fatto che l’Unione europea ridotta all’essenziale è solo il fiscal compact: austerità infinita che succhia risorse dalle società nazionali per riversarle nel sistema finanziario. Nient’altro. L’Unione europea non ha tempo per null’altro: lo sterminio dei migranti alle frontiere meridionali non la riguarda. La disgregazione degli stati nazionali non la riguarda. L’arroganza coloniale delle truppe borboniche in Catalogna non la riguarda. Il nazismo che dilaga nelle provincie orientali non la riguarda. Il fascismo che riemerge nelle provincie meridionali non la riguarda» [4].
Gli altri pur su una strada simile dove l’Europa è allo sbando e le spinte nazionaliste sono una risposta alla crisi che ha dilagato per ogni dove, riflettono più approfonditamente sul tema delle grandi città che sono un punto di miglior contatto con la popolazione e sulle responsabilità di chi ha governato la Catalogna.
«Una frattura enorme tra lo spazio urbano, la città, e la creazione di nuove statualità, più piccole di quelle esistenti. L’indipendentismo si presenta come un feticcio. Un’illusione sovranista. Fondata, per di più, su quello che lo scrittore e attivista Fredy Perlman chiamava “il persistente fascino del nazionalismo”. Si palesa come una soluzione alla crisi economica, sociale e democratica quando la soluzione non è. E la Catalogna ne è una prova. […]. L’egemonia in Catalogna l’ha mantenuta il partito di Puigdemont – Convergència Democràtica de Catalunya ora ribattezzato Partit Demòcrata Europeu Català – che ha governato ininterrottamente dal 1980, tranne un breve intermezzo dal 2003 al 2010 con il Tripartito di sinistra di Pasqual Maragall e José Montilla. Prima con Jordi Pujol, caduto in disgrazia tre anni fa per una serie di casi di corruzione che riguardano direttamente la sua stessa famiglia. Poi con Artur Mas, uno dei politici più neoliberisti della destra catalana. […]. Quando Mas è andato al governo, nel novembre del 2010, ha applicato i maggiori tagli al Welfare della storia della Catalogna democratica: durante il 2011 nemmeno in Grecia si era arrivati ad applicare così duramente e convintamente le politiche di austerity richieste da Berlino e Bruxelles» [5].
Tutti puntano i riflettori su Barcellona e in particolare Steven Forti e Giacomo Russo Spena identificano nel processo – includente e che rompe l’accerchiamento delle oligarchie al potere – avviato dalla sindaca Ada Colau come la strada da percorrere diversamente da quanto accaduto in questi anni di governo.
Pasquale Esposito

[1] Stephen Burgen, “Catalonia poll vow: if elected I’ll use first 100 days to unravel independence row”, https://www.theguardian.com, 29 novembre 2017
[2] Luca Tancredi Barone, “L’indipendentismo vacilla, la Catalogna torna quasi normale”, il manifesto, 26 novembre 2017
[3] Luca Veronese, “Catalogna, una crisi da 17 miliardi”, http://www.ilsole24ore.com/, 22 Novembre 2017
[4] Franco Berardi Bifo, “Barcellona nello sgretolarsi d’Europa”, https://www.alfabeta2.it/, 22 novembre 2017
[5] Steven Forti e Giacomo Russo Spena, “Puidgemont o Ada Colau? Il feticcio dell’indipendentismo e l’alternativa possibile”, http://temi.repubblica.it/micromega-online, 27 novembre 2017

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: