Elezioni in Tunisia: ce ne parla Clara Capelli

tunisia
history 13 minuti di lettura

Si aprono giornate decisive per la giovane democrazia tunisina. Il 15 settembre ci saranno le elezioni presidenziali figlie del processo nato dalle primavere arabe e della successiva Costituzione del 2014.
Abbiamo chiesto alla dottoressa Clara Capelli di aiutarci a dipanare una realtà ancora in divenire e piena di contraddizioni.
Clara Capelli è un’economista dello sviluppo esperta di Medio Oriente e Nord Africa. Ha vissuto a lungo in Tunisia per ricerca e lavoro.

Il 15 settembre prossimo in Tunisia ci svolgeranno le elezioni presidenziali, anticipate rispetto alla scadenza originale per la morte del presidente . Prima di addentraci tra politici, campagne elettorali, elettori possiamo riepilogare gli aspetti salienti delle istituzioni tunisine e il meccanismo elettorale nati con la nuova Costituzione del 2014?

L’assetto istituzionale della Tunisia, nato con la Costituzione entrata in vigore il 7 febbraio 2014, è complesso, perché risultato della complessità stessa del processo di transizione tunisino e delle lotte di potere che lo hanno influenzato. In una recente analisi apparsa su Middle East Eye, il giornalista e ricercatore Thierry Brésillon l’ha correttamente definito un sistema parlamentare “duale” e “bicefalo”, in cui il Presidente della Repubblica ha diverse e importanti prerogative. La nuova Costituzione, infatti, è figlia di una rivoluzione del 2010-2011 contro l’autoritarismo e la corruzione del clan di Ben Ali (e molto ci sarebbe da dire anche sugli anni di Bourguiba): nella “nuova era”, la sovranità popolare non poteva che essere espressa attraverso meccanismi di tipo parlamentare. Tuttavia, i primi anni della transizione sono anche quelli in cui il partito dell’Islam politico Ennahda – che aveva ottenuto il 37% dei voti alle elezioni per l’Assemblea Costituente del 23 ottobre 2011 – era considerato una forza da contrastare e contenere. Forse non tutti ormai lo ricordano, ma il 2012 e il 2013 furono anni di scontro durissimo, segnati da due omicidi politici (Choukri Belaïd il 6 febbraio 2013 e Mohammed Bahri il 25 luglio 2013) e da animate proteste presso il Bardo (sede dell’Assemblea Costituente e del Parlamento ora), che chiedevano a gran voce al governo di transizione guidato da Ennahda di ultimare la Costituzione per andare finalmente a elezioni. Di nuovo emerge il bisogno di una personalità forte che sblocchi la situazione, ragione per cui l’attuale Costituzione attribuisce significativi potere alla carica presidenziale, creando questo sistema ibrido che oscilla tra parlamentarismo e presidenzialismo.
Il Presidente Essebsi, leader del partito Nidaa Tunes e scomparso il 25 luglio di quest’anno (il che ha implicato l’anticipazione delle elezioni presidenziali dal 17 novembre al 15 settembre, al fine di rispettare le predisposizioni costituzionali), è stato centrale nelle vicende politiche degli ultimi 5 anni (Nidaa nasce nel 2012 proprio in funzione anti-Ennahda, per poi governare in coalizione con quest’ultimo dopo le legislative del 2014), ulteriore ragione per cui anche noi osservatori esterni finiamo per guardare con maggiore attenzione le elezioni presidenziali, che come da Costituzione avverranno in due turni qualora il 15 settembre nessuno dei 26 candidati ottenga la maggioranza assoluta. Le elezioni parlamentari sono invece previste per il 6 ottobre, e si svolgeranno secondo meccanismi proporzionali (per altro con un articolato sistema di quote per garantire la rappresentanza di donne, giovani e persone con disabilità).

Mohammed Nasser, Presidente della Repubblica incontra Associazione Magistrati. Foto sito ufficiale della Presidenza della Repubblica

La storica tunisina, Sophie Bessis recentemente ha scritto a conclusione di un suo articolo che «è difficile vedere per il momento quale miracolo potrebbe portarla fuori dal fosso in cui la mediocrità della sua classe politica l’ha immersa». 26 candidati tra cui anche nostalgici del regime, islamisti, populisti, laici e di sinistra, di cui forse 5 o 6 possono arrivare al secondo turno, partiti divisi al loro interno, pensa ce ne sia qualcuno che possa smentire la storica? E chi ritiene abbia più chance e perché?

Anche le precedenti elezioni sono state caratterizzata da un elevato numero di candidati, non tutti di grande levatura. Piuttosto, è interessante osservare come i candidati riescano a coprire molte anime della società tunisina, dagli islamisti ai nostalgici del regime, come appunto notava. Le candidature riflettono anche le spaccature interne alle principali formazioni politiche tunisine, ossia Nidaa Tunes ed Ennahda: il primo ministro Youssef Chahed ha abbandonato Nidaa nel 2018 a seguito delle polemiche per i deludenti risultati delle elezioni municipali, fondando il suo partito Tahya Tunes (Viva la Tunisia); Abdelkarim Zbidi, Ministro della Difesa, è considerato un indipendente, ma ha in realtà il sostegno di Hafedh Essebsi, figlio dello scomparso presidente, e della sua rete; il candidato di Ennahda è Abdelfattah Mourou, ma partecipa alla campagna anche l’ex Primo Ministro del governo di transizione Hamadi Jebali, il quale, in polemica con la dirigenza del partito, è uscito da Ennahda nel 2015.
La candidatura di Mourou è una mossa politica molto interessante; gli osservatori della vita politica tunisini sono concordi nel riconoscere che Ennahda abbia avuto come obiettivo primario in tutte le tornate elettorali la maggioranza parlamentare e non la carica presidenziale: la fine di Morsi nell’estate del 2013 in Egitto e la violenta repressione della Fratellanza Musulmana sono stati sicuramente un chiaro segnale sui pericoli di una politica troppo “visibile e muscolare”. In generale Ennahda, guidata da Rachid Ghannouchi, abilissimo politico, presta molta cura alla sua immagine di partito moderno (si pensi alla sindaca di Tunisi Souad Abderrahman, donna non velata, una figura dal potenziale comunicativo importante), appunto per non “spaventare” l’opinione pubblica. Alle elezioni presidenziali Ennahda si limitò a dichiarare il proprio appoggio al candidato Moncef Marzouki (nuovamente in corsa per queste elezioni), leader del Congrès pour la République allora in coalizione con Ennahda e Presidente della Repubblica ad interim. Mourou, come accennavo prima, è una candidatura interessante, perché si tratta della prima dichiaratamente nahdawuiyya, ma alcuni osservatori fanno notare che sia stato scelto proprio lui appunto con l’intento di non vincere.
Infine abbiamo Nabil Karoui, magnate delle telecomunicazioni e proprietario di Nessma TV, soprannominato da qualcuno “il Berlusconi di Tunisi”. Karoui e Nessma TV finirono sotto i riflettori nel 2011 per avere trasmesso il film Persepolis di Marjane Satrapi, scatenando le ire dei salafiti e subendo un processo per blasfemia. Dall’altra parte Karoui rappresenta nell’immaginario collettivo l’imprenditore di successo, che vuole liberare il Paese dai lacci soffocanti della burocrazia e della corruzione; altra mossa chiave è stata la fondazione di un’associazione di beneficenza, Khalil Tounes, con la quale percorre in lungo e largo il Paese distribuendo aiuti di vario tipo. Può sembrare bizzarro a occhi esterni, ma la pratica della beneficenza spicciola porta a porta per raccogliere consensi politici era piuttosto diffusa sotto Ben Ali e, inoltre, così facendo Karoui ha mostrato interesse per le zone più remote della Tunisia, proprio quelle che si sono rese protagoniste delle grandi proteste nel 2010-2011 e poi negli anni a seguire, zone che si sentono completamente ignorate dalla politica di palazzo.
Sebbene Karoui abbia inizialmente sostenuto Nidaa, è successivamente entrato in conflitto con la sua dirigenza. A giugno ha annunciato la sua candidatura alle presidenziali con il partito Qalb Tunes (Il cuore della Tunisia), scatenando le ire di Nidaa che lo vede come un rivale forte. Il Presidente Essebsi è morto prima di vagliare la possibilità di firmare alcuni emendamenti di legge che di fatto avrebbero impedito a Karoui di correre per la carica presidenziale, ma in ogni caso il 23 agosto Kaouri è stato arrestato con l’accusa di riciclaggio. Può comunque continuare la campagna, occorre capire cosa accadrà se dovesse essere eletto Presidente. Personalmente trovo difficile esprimermi riguardo alle possibilità di vittoria dell’uno o dell’altro candidato, ma sono d’accordo con la Bessis riguardo al fatto che non avremo una Presidenza tunisina di grandi valori e ideali; inoltre, Essebsi – con le sue luci e le sue ombre – era un politico di lungo corso capace di tenere tra compromessi e pugno duro le fila delle varie fazioni di potere, sarà interessante osservare se e come il nuovo Presidente riuscirà nel medesimo compito.

La democrazia tunisina, a mio parere, ha come principale ostacolo al suo definitivo decollo nella devastante condizione socio-economica della popolazione. Alta disoccupazione, abbandono delle comunità agricole, inflazione galoppante, investimenti produttivi in calo, il turismo in caduta libera… Qualcuno ha proposto ricette programmatiche credibili? Chi raccoglie le istanze dei più deboli?

Le proteste del 2010-2011 nascono proprio sulla base di profonde sofferenze socio-economiche, particolarmente nelle zone dell’interno, come ho accennato prima. Purtroppo il processo transizionale che ho appena descritto ha di fatto messo da parte l’istanza economica, nonostante il malcontento sociale abbia continuato a manifestarsi, penso all’inizio del 2016, oppure al gennaio 2018. Storicamente, la classe politica tunisina è espressione delle élites saheliennes, delle zone costiere, che poca attenzione hanno dato alle zone dell’interno e alle periferie, applicando piuttosto nei loro confronti un modello estrattivista e di sfruttamento (penso per esempio al bacino minerario di Gafsa); senza contare che da decenni questo modello rincorre i capitali stranieri per delocalizzazioni di fatto attirate sulla base della manodopera a basso costo (e lo stesso principio si potrebbe applicare al turismo, ora in ripresa, ma comunque fondato sul contenimento salariale). Infine, la Tunisia, già di per sé un’economia piccola e quindi completamente assoggettata alle logiche della globalizzazione, si trova ad affrontare un ambizioso programma di riforme nel quadro dell’intervento del Fondo Monetario Internazionale che hanno implicato tra le altre cose la forte svalutazione del dinaro tunisino: trattandosi di un’economia marcatamente importatrice, il costo della vita è significativamente aumentato, deteriorando il potere d’acquisto anche della piccolo-media borghesia.
Tristemente osservo che a parte qualche caso isolato a sinistra, i principali candidati – sia per le elezioni presidenziali, sia per le elezioni parlamentari – non offrono programmi che comportino un radicale ripensamento di questo modello economico. Sicuramente occorrerebbe un piano di investimenti massiccio, non solo per diversificare le attività economiche e cercare di aumentare la produttività e diminuire la dipendenza dall’estero, ma anche per creare adeguate e funzionali infrastrutture nell’interno del Paese. Di questo poco si parla, se non con triti slogan; anche lo stesso Ennahda, tradizionalmente considerato vicino agli ambienti rurali e periferici, si trova in buona sostanza allineato su posizioni neoliberali, forse avendo come unica differenza significativa il tipo di interlocutori e partner in affari (Ennahda insiste molto infatti sulle partnership con imprenditori turchi).

La fragile democrazia tunisina ha un altro avversario pericoloso: il terrorismo islamico. Più volte il paese ha subito attacchi terroristici destabilizzanti, anche qualche settimana fa. Ci sono milizie islamiche nelle aree interne e poi ci sono i ritorni dei cosiddetti foreign fighters dalla Siria, dall’Iraq e dalla Libia. Quanto è grave questo pericolo? Può poggiare sul supporto di frange della popolazione e perché no di ambienti politici?

Non sono un’esperta di terrorismo e quindi trovo difficile esprimermi sul grado di “pericolosità”. La questione che riguarda il rientro di uomini e donne partiti per unirsi alle fila dell’Esercito Islamico e di altre fazioni (le ultime cifre parlerebbero di oltre 6000 tunisini) è estremamente complessa. La preoccupazione che agita le autorità tunisine e l’opinione pubblica del Paese è che questi individui costituiscano appunto un “pericolo per la stabilità”, ragione per cui sono pochissimi i cittadini rientrati con il supporto e l’aiuto delle istituzioni, molti sono invece rientrati in modo “non ufficiale”, oppure – spesso donne con i figli avuti nel corso di questi anni – si trovano ora in un limbo.
Le mie lenti di lettura sono marcatamente sociali, quindi ritengo che il problema principale non siano i returnees in sé, quanto la mancanza di strutture di supporto per il reinserimento di queste persone, tutto questo in un Paese che non ha ancora risolto i nodi della crisi socio-economica che ha portato alle proteste del 2010-2011. La radicalizzazione ideologica è un fenomeno complesso e non riconducibile unicamente a questioni socio-economiche, ma la biografia dei responsabili dell’attentato al Bardo (18 marzo 2015), a Port El Kantaoui (26 giugno 2015), alla Garde Presidentielle (24 novembre 2015) così come di molti cosiddetti foreign fighters dice molto a riguardo: l’oppressione, la povertà, la marginalizzazione influiscono significativamente.
Riguardo al supporto degli ambienti politici, credo che il riferimento sia al fatto che Ennahda sia accusato di aver guardato con favore e addirittura facilitato l’avvicinamento di giovani tunisini a gruppi radicali armati, fino alle partenze verso Siria, Iraq, Libia. Di nuovo, non sono un’esperta e mi astengo da fare considerazioni, tanto più che Ennahda è un partito con molte anime e posizioni, solo degli studiosi del tema avrebbero titoli per esprimersi. Indubbiamente, in un contesto di lotta per il potere, le varie fazioni in campo cercano di aumentare e consolidare la propria base di sostenitori, ma ritengo errato guardare alla Tunisia solo attraverso il prisma della radicalizzazione religiosa: è una società con forti sacche di vulnerabilità sociale, questo sicuramente, ma le dinamiche in campo sono molteplici.

Donne tunisine
La primavera siamo noi. Foto di Cristina Mastrandrea

Parliamo ora di un argomento per noi importante: la condizione della donne. Qualcosa è stato fatto come la legge contro la violenza sulle donne del luglio 2017 e l’abolizione della norma che vietava i matrimoni tra una donna di fede musulmana e un non-musulmano. Le associazioni femminili e le rappresentanti cosa hanno in programma per il futuro? E qual è la condizione reale della donna in Tunisia?

Queste due leggi sono piaciute molto all’opinione pubblica straniera. Dal canto mio, ricordo sempre che la circolare 73 – che appunto vietava il matrimonio tra una donna musulmana e un uomo non musulmano – fu abrogata il giorno dopo l’approvazione assai controversa della cosiddetta “legge per la riconciliazione amministrativa”. Fortemente voluta proprio dallo scomparso Essebsi, questa legge condona i reati commessi dalla funzione pubblica durante la presidenza di Ben Ali, cosa che ha scatenato la reazione della piazza. Riconosco che sia impopolare dirlo, ma già con Bourguiba la Tunisia tendeva a seguire una sorta di “doppio binario”: da una parte politiche moderniste, “liberatorie” della donna (si pensi al Code du Statut Personnel tunisino), dall’altra una linea di governo autoritaria e clientelare.
La condizione della donna in Tunisia è variegata. Ci sono donne che ricoprono ruoli importanti e di responsabilità nel settore privato e nelle istituzioni, così come ci sono donne sfruttate e oppresse. Penso solo a titolo di esempio alla tragica morte di 7 operaie agricole nella regione di Sidi Bouzid nel maggio di quest’anno a seguito di un incidente stradale: in quelle aree le donne lavorano in condizioni tremende, sono pagate pochissimo e si fanno carico della famiglia. Una vita d’inferno.
Le associazioni femministe tunisine, a cominciare dall’Association Tunisienne des Femmes Démocrates, sono interlocutori molto forti nel Paese, anche se soprattutto le nuove generazioni le accusano di essere troppo “laiche” e di avere come unico problema la questione dell’hijab, curandosi invece molto poco delle istanze socio-economiche delle più marginalizzate e vulnerabili. Interessante per esempio sarà capire se dopo le elezioni si riprenderà il discorso sulla legge per la parità fra uomo e donna in materia di eredità, promossa anch’essa da Essebsi ma fortemente osteggiata dagli ambienti più patriarcali e conservatori della società.

Un’ultima domanda. I rapporti con l’Italia sono molto importanti ma negli ultimi anni sono sembrati ruotare solo sulla questione dei migranti. Cambierà qualcosa? Che linee di scambio proficuo vede lei?

L’Italia è storicamente un partner importante per la Tunisia, oltre che su il secondo partner economico dopo la Francia. Purtroppo come ha giustamente fatto notare Lei, il principale punto di interesse sembra essere la questione dei migranti, sia tunisini sia provenienti da diverse direttrici migratorie. La miopia italiana nella politica italiana si è vista anche nel ruolo giudicato dai tunisini troppo defilato del Ministro degli Esteri Moavero Milanesi al funerale di Essebsi, ma mi limito a riportare malumori espressi dalla stampa tunisina. Personalmente ritengo più importante interrogarsi su come l’Italia intenda interfacciarsi come Paese e non come somma delle iniziative dei singoli imprenditori con la Tunisia, indipendentemente dai risultati elettorali di questi mesi, anche in rapporto all’interlocuzione con Francia e Unione europea.

Pasquale Esposito

canale telegram Segui il canale TELEGRAM

-----------------------------

Newsletter Iscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article