Elezioni in Ungheria: un’oligarchia in bilico tra nazionalismo e dipendenza economica dall’estero

Ungheria Budapest memoriale centenario unificazione
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L’Ungheria, con una serie di aggravanti che vedremo, è forse l’esempio più limpido di  post-democrazia come l’ha definita il columnist del Telegraph Ambrose Evans Pritchard: un misto di revanchismo nazionalista e leggi liberticide [1].
Aggiungerei che il dominio di un’oligarchia che ruota intorno al  presidente Viktor Orbán appena eletto potrebbe mettere in dubbio anche il termine democrazia.

Eppure Orbán dopo un lungo periodo di reprimende da parte dell’UE per le leggi emanate e per la costituzione costituzione stravolta ha ricevuto il supporto dei Popolari tedeschi, di quelli europei e i complimenti per «l’impressionante vittoria elettorale» da parte del commissario uscente José Manuel Barroso. La cancelliera tedesca Angela Merkel lo ha invitato ad utilizzare la maggioranza in parlamento con «prudenza, moderazione e sensibilità» [2].
Chissà se tutto questo scrosciare di applausi sia dovuto alla necessità di contrastare l’avanzata di Gabor Vona  e del suo partito Jobbik, molto vicino al nazionalsocialismo hitleriano e potentissimo megafono delle tesi antieuropeista o invece sia dovuto, più prosaicamente, ai grandi vantaggi in favore degli investimenti tedeschi in Ungheria.

Riprendendo il tema della post-democrazia e introducendo i risultati elettorali, va precisato che ha votato poco più del 60% degli aventi diritti che se rapportato al 44,4% dei voti presi dal premier ungherese con la destra nazionalista (Fidesz) di  fatto solo il 27% dei cittadini li  hanno votati, ma grazie al porcellum in salsa ungherese hanno una maggioranza che non consente opposizione.
È difficile pensare ad democrazia vera, ma questo è quanto accade in tutto il mondo occidentale con sempre minori eccezioni.
Va inoltre detto che questa vittoria schiacciante è avvenuto al ribasso perché Fidesz ha perso molti volti e percentuali rispetto alle elezioni del 2010.
I razzisti dello Jobbik hanno continuato  ad avanzare arrivando a superare il 20% con centomila voti in più, anche se il loro leader puntava a ben altri risultati per poter meglio influenzare il governo.
I progressisti di Alleanza democratica si fermano al 26% circa e i Verdi con il 5,2% entrano per il rotto della cuffia in parlamento visto il sistema di sbarramento della legge elettorale.

Le spiegazioni che si possono dare ai risultati usciti dalle urne sono diverse e, come accade spesso per le elezioni, si sovrappongono.
Iniziamo dall’inconsistenza dell’Alleanza anche se non mi sembra il fattore decisivo.  L’opposizione si è composta dopo lunghe trattative e comunque su basi politiche non omogenee. Una coalizione obbligata dalla nuova legge elettorale che favorisce i raggruppamenti. Come scriveva Claudia Leporatti prima del voto «anime così diverse non sono facili da mettere insieme e i tempi lunghi che hanno segnato la nascita di questo progetto politico sembrano aver esasperato non pochi elettori indecisi, ma anche parte di quelli di centrosinistra e di sinistra, per i quali resta il dubbio se astenersi o meno» [3].
Orbàn ha fatto in modo che la campagna elettorale si svolgesse senza confronti seri l’opposizione (nessun duello televisivo) e assenza di pubblicità radiofonica e/o televisiva nei media privati mentre continuava a invadere quelli pubblici emarginando gli altri partiti. In generale il partito del premier ha anche usufruito di tutto l’appoggio degli ambienti pubblici “occupati” e di molti ambienti economici.
Ma sono state i meccanismi della legge elettorale che oltre ad obbligare la formazione di coalizioni prevede delle circoscrizioni ad uso e consumo della Fidesz. E qui senza voler insistere sul fatto che il Berlusconi ungherese ha pesantemente messo mano alla Costituzione, limitato la libertà di stampa, trasformato il sistema giudiziario per appiattirlo sulle esigenze del potere.

C’è anche un tema di comunicazione che nel tempo, da una parte ha posizionato il partito in difesa dell’Ungheria e della sua identità nazionale contro il mondo esterno (UE inclusa) e dall’altra ha consentito l’affermarsi di una certa opinione pubblica circa i risultati raggiunti in questi anni. L’assurdo che i due messaggi se analizzati sono in forte contraddizione perché i risultati di cui ci si bea sono spesso gli stessi richiesti da quelle istituzioni esterne. Stiamo parlando di deficit e debito di bilancio in regressione, diminuzione delle aliquote fiscali, aumento sia pur di misura del Pil e diminuzione della disoccupazione. Il tutto ottenuto con politiche di austerity, utilizzo di fondi europei e investimenti di industrie europee  (vedi in particolare Audi, Mercedes, Siemens) ed asiatiche [4].
Non sono mancate anche scelte economiche non liberiste come tasse su alcuni settori economici come le banche o la nazionalizzazione di fondi pensione privati o l’obbligo delle aziende straniere di diminuire la bolletta energetica. Ma alla fine nulla ha di fatto intaccato una politica di classe mascherata da iniziative populiste che rinsaldavano il legame con il sentimento nazionalista.

Cecilia Tosi riprendendo il discorso sulle relazioni economiche con l’estero e la contraddizione implicita con il nazionalismo spiega che «il benessere del suo paese è dipendente più che mai da quello della Germania, verso la quale sono dirette la maggior parte delle sue esportazioni. Se la crescita persisterà, sarà solo perché Budapest non scontenterà Berlino, con un mix di rigore e nazionalismo che alla Merkel non dispiace. […]. Per non parlare delle relazioni con la Russia, che sia Berlino sia Budapest coltivano in nome del benessere energetico. Nel suo secondo mandato, Orbán non combatterà con l’Europa: giocherà con le sue contraddizioni» [5].

In Ungheria la realtà è che lo stato sociale è stato smantellato e la povertà continua a crescere. La soglia di povertà è stabilità in 220 euro mensili e al di sotto di questa vi si trovano quattro milioni di persone contro i tre dell’anno duemila e su un totale di dieci milioni di abitanti. Di contro un ristretto numero di oligarchi e imprenditori dell’entourage del premier e del partito hanno potuto mettere le mani «sui mercati pubblici più succosi», un’oligarchia che «si avvale di un sistema clientelare che si sviluppa a tutti i livelli della società, alimentandosi di paura e indifferenza» [6].
Pasquale Esposito

[1] Le tesi di Ambrose Evans Pritchard sono riportate in, “L’Ungheria sta diventando la ragione principale per lasciare l’Unione Europea”, www.lantidiplomatico.it, 8 aprile 2014
[2] Barbara Ciolli, “Orban, l’Ungheria sceglie l’autocrate dell’Ue”, www.lettera43.it, 7 aprile 2014
[3] Claudia Leporatti, “UNGHERIA: Elezioni 2014. L’opposizione a Orbán, questa sconosciuta”, www.eastjournal.net, 1 aprile 2014
[4] Andrea Tarquini, “Ungheria, Orban stravince. Crescono i neonazisti”, www.repubblica.it , 6 aprile 2014
[5] Cecilia Tosi, “L’Ungheria si fida di Orbán, odiato a Bruxelles e amato a Budapest”, temi.repubblica.it, 9 aprile 2014
[6] Corentin Léotard,“I nazional-conservatori in Ungheria”, le Monde diplomatique – il manifesto, aprile 2014, pag. 8

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