Elezioni Marocco. Nulla di nuovo sotto il potere di Mohammed VI

Marocco Merzouga
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Niente di significativamente nuovo nel panorama istituzionale e politico dopo le elezioni del 7 ottobre in Marocco. Anche nel fatto che nemmeno una parola è stata detta in campagna elettorale sui diritti negati al popolo Sahwari. Del resto se, dopo la riforma costituzionale del 2011, si può criticare il re ma «c’è un delitto d’opinione che nessuno perdona, una linea rossa che nessun oppositore osa mai valicare: criticare l’occupazione del Sahara occidentale, conquistato dalle truppe di Rabat nel 1975 e ancora protetto da un “muro” costruito nelle sabbie» [1].

Se è vero che c’è stato un risultato che polarizza il sistema su due partiti, quello del premier uscente Abdelilah Benkirane, il Partito della giustizia e dello sviluppo (PJD) e il Partito dell’autenticità e della modernità (PAM) di centrosinistra e guidato da Ilyas el Omari, la suddiivisione dei 395 seggi alla Camera, è anche vero che non cambierà nulla. A comiciare dalla investitura da parte del re al capo del Governo uscente che dovrà ricorrere nuovamente ad una coalizione, come lo è stato finora e che ha visto anche quattro ministri minori per il Partito comunista.
Il motivo di questo “immobilismo” politico è legato al sistema istituzionale del Marocco e che spiega anche la scarsa affluenza alle urne. Erano 16 milioni su 34 milioni di abitanti (70% arabi, 29% berberi 1% altro) ad aver diritto di voto per assegnare 395 seggi (60 sono riservati alle donne) alla Camera dei Rappresentanti, ma alle urne l’affluenza è stata ancora più scarsa di quella del 2015 con circa il 43%, a conferma di quanto poco rappresentativi siano i risultati così come accade nelle democrazie liberarli del mondo occidentale.
In Marocco bisogna spiegare che tutte le istituzioni sono limitate dai poteri che cumula il re Mohammed VI, sul trono dal 1999, dalla presidenza del Consiglio Supremo di Giustizia, al Consiglio dei Ministri, al Consiglio per la Sicurezza Nazionale fino alle cariche religiose. Il re è un emiro. E senza dimenticare le proprietà anche di attività produttive che compongono l’immensdo patrimonio del monarca.
Se a questo aggiungiamo che «il sistema elettorale in Marocco è finalizzato a disperdere il consenso tra i 27 partiti in modo che nessuna forza politica sia in grado di ottenere maggioranze schiaccianti. […]. La maggiore polarizzazione emersa dal voto di venerdì perciò non deve ingannare» [2], si completa il quadro politico ingabbiato che evidentemente incide sul quadro evolutivo del paese. Il sistema elettorale prevede una soglia di sbarramento del 6 per cento nelle circoscrizioni locali e del 3 per cento nel collegio unico nazionale. Secondo i dati del ministero dell’Interno, sono state presentate 1.410 liste per un totale di 6.992 candidati.
L’invito a disertare le urne è arrivato direttamente dall’escluso movimento islamico Giustizia e Carità che considera antidemocratico il potere, come ha spiegato in un’intervista, il portavoce Fathallah Arsalane e secondo il quale «nelle democrazie che si rispettano, le elezioni permettono ai partiti politici di essere in competizione per governare e poter attuare il loro programmi elettorali. Non è questa la realtà in Marocco  perché la nostra Costituzione concentra tutti i poteri nelle mani del re»[3].

Ad onor del vero bisogna tener conto che la real politik mostra un paese messo meglio rispetto a tutto il Nord Africa, dopo la primavera araba per la stabilità interna dove, sia pur con azioni di polizia feroci, il terrorismo è stata marginalizzato, dove dal 2000 il Pil è raddoppiato, le infrastrutture del paese si sono estese a diverse parti del territorio, l’accesso al web è diffusissimo e aiuta il dibattito, la consapevolezza dell’importanza della laicità è cresciuta. E questo grazie anche all’azione del monarca.
Nel reportage di Pietro del Re, dove si leggono di luci e ombre, si riportano le considerazioni dello scrittore, drammaturgo e giornalista Driss Ksikes, costretto nel 2006 a lasciare la direzione del settimanale Nichane dopo una condanna per offese all’Islam:«il Marocco è finito nelle mani degli affaristi e dei partiti politici corrotti, anche se tutto viene ancora deciso dall’alto, da quella pletora di consiglieri reali che per prima cosa guardano ai loro interessi. Tuttavia, a differenza di altri Paesi del Maghreb, qui c’è un’economia molto dinamica, soprattutto grazie ai privati. Scelte economiche avvedute hanno attirato grossi investimenti esteri, nel settore dell’auto, dell’aeronautica e dell’elettronica”» [4].

Negli ultimi tempi le cose non sono andate così bene. Secondo lo studioso Montassir Nicolas Oufkir questi cinque anni di governo sono stati una pletora di occasioni mancate, «disoccupazione in aumento, crescita del debito pubblico e della pressione fiscale, nuova riforma delle pensioni, deterioramento delle condizioni delle donne: questi sono i risultati del PJD negli ultimi cinque anni» [5]. Dal 2014 il Pil è in calo anche per il settore tutristico in arretramento, la disoccupazione ufficiale è molto oltre il 10% ed in particolare è esplosa  quella giovanile (15-25 anni) e cioè nella forza lavoro qualificata con titoli di studio superiori. Un dato che spiega poi le manifestazioni di protesta nelle aree più a rischio e che potrebbe sfociare in adesioni al terrorismo islamico, evidentemente mai debellato del tutto.
«Secondo la World Bank, che pure considera globalmente positive le riforme economiche e sociali intraprese dal Paese, il 49% dei giovani marocchini compresi tra i 15 e i 24 anni sono “neet”, ovvero giovani che non studiano né lavorano – simili ai loro giovani vicini, gli hittistes algerini, così chiamati perché trascorrono le loro giornate appoggiati ai muretti delle strade, e i “bevitori di sole” tunisini» [6].
Dopo una campagna che ha visto confronti sui temi economici e sociali, sul tema della laicità e sulla diffusa corruzione alla quale nessuno riesce a metter mano, le elezioni le ha vinte il PJD come auspicato dal suo stesso leader e premier Abdelilah Benkirane che mantiene la maggioranza relativa aumentando di 18 seggi la sua rappresentanza che si attesta a 125 deputati. La relativa polarizzazione a cui facevo cenno è dovuta al successo del laico PAM nato nel 2008 da Ilyas El Omari, consigliere del re, che ottiene 102 seggi rispetto ai 47 della passata legislatura.
A perdere terreno sono stati con 46 deputati eletti sia il conservatore Partito nazionalista Istiqlal (IP), terza forza del Parlamento, che l’Unione socialista delle forze popolari che ottengono solo 20  seggi. Al quarto posto troviamo il Movimento popolare con 27 seggi. Il Partito del Progresso e del socialismo, alleato degli  islamisti, che ha lasciato sul terreno 12 seggi.
Alla sua prima esperienza legislativa troviamo la Federazione della sinstra democratica (FGD) di Nabila Mounib guadagna 2 seggi, mentre la Sinistra verde marocchina entra per la rpima volta in Parlamento con un seggio.
Pasquale Esposito

[1] Pietro Del Re, “Il miracolo del Marocco sotto re Mohammed VI: cresce e resiste alla Jihad”, http://www.repubblica.it/esteri/2016/06/15/news/marocco_miracolo_mohammed_vi-142039656/, 15 giugno 2016
[2] Michele Giorgio, “Marocco, gli islamisti vincono le elezioni”, http://ilmanifesto.info/marocco-gli-islamisti-vincono-le-elezioni/, 9 ottobre 2106
[3] Nadia Lamlili, “Fathallah Arsalane: «le paysage politique au Maroc est pathétique à la veille des élections»“, http://www.jeuneafrique.com/359067/politique/fathallah-arsalan-paysage-politique-maroc-pathetique-a-veille-elections/, 21 settembre 2016
[4]  Pietro Del Re, ibidem
[5] “Il Marocco al voto dovrà scegliere tra islamisti e liberali”, http://www.internazionale.it/notizie/2016/10/07/marocco-legislative-islamisti-liberali, 7 ottobre 2016. Ripreso da le Monde e tradotto da andrea De Ritis
[6] Federica De Giorgi, “La riforma della scuola in Marocco”, http://www.reset.it/reset-doc/marocco-riforma-sistema-educativo, 27 luglio 2016

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