Presidenza della Repubblica: centrodestra e centrosinistra senza certezze

Elezione Presidente della Repubblica
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Ormai era nell’aria, mancava l’ufficialità che inevitabilmente è arrivata. Silvio Berlusconi sarà il candidato del centrodestra per l’elezione a Presidente della Repubblica.
Fin qui nessuna sorpresa, anche se una cosa era ventilarne la possibilità – con il conseguente sbigottimento dei partiti di centro sinistra – un’altra è superare ogni riserva e presentarlo come il candidato ufficiale dello schieramento di cui fa parte.

Certo è che questa notizia forse in qualcuno avrà sollecitato ricordi ormai sbiaditi di lezioni di Storia al liceo, dove si insegnava che nella Roma antica chiunque aspirasse come candidatus a ricoprire una carica pubblica, dovesse indossare una toga candida, bianca, pura, perché si presupponeva che il candidato, appunto, fosse al di sopra di ogni sospetto. Riponiamo i nostri ricordi e affacciamoci sulla realtà quotidiana. Comunque la scelta operata dal centrodestra è stata partorita non senza difficoltà e attraverso una serie di compromessi.
Infatti, vagliando attentamente le dichiarazioni ufficiali si apprende che Berlusconi è sì il candidato ufficiale ma tale ufficialità verrà confermata solo se avrà i numeri per essere eletto, cosa che andrà verificata entro il 24 gennaio altrimenti cambiano gli scenari. Lo spiega molto bene la leader di Fratelli d’Italia – da sempre poco convinta su quel nome come garanzia di successo – quando afferma: ”Sì a Silvio Berlusconi come candidato alla Presidenza della Repubblica, ma dobbiamo verificare fino all’ultimo i numeri che mancano in Parlamento. A lui l’ultima parola e sciogliere la riserva dopo aver controllato se ha i voti sufficienti per essere eletto” [1]. Forse una resa a metà della Meloni che se da una parte ha tutto l’interesse a rimanere nel gruppo del centrodestra, anche per continuare a erodere l’elettorato della Lega, dall’altra si è dichiarata indisponibile ad andare a schiantarsi contro gli scogli solo per tentare di coronare il sogno di Berlusconi alla massima carica dello Stato. Compromesso che sicuramente sarà stato preso al volo dall’iperattivo Salvini, sempre pronto a fiutare le direzioni del vento, il quale confermando l’appoggio al leader di Forza Italia sostanzialmente si aggrega al pensiero della Meloni e cioè che il supporto sarà deciso e fermo se ci saranno i numeri necessari. Altrimenti la Lega, come ha dichiarato, ha già pronto il “Piano B”. Insomma Salvini sembra avere le idee chiare quando afferma: ”La settimana prossima, quando si comincia a votare, la Lega come forza responsabile e di governo, adesso e nei prossimi anni, farà una proposta che penso potrà essere convincente per tanti se non per tutti” [2].

Chi sia il soggetto che possa catalizzare su di lui i voti necessari per il Colle non è al momento noto, ma in attesa di messaggi meno criptici è evidente che l’attivismo direi muscolare di Salvini è giustificato dal fatto che il leader non vuole e non può rinunciare ad essere il perno sul quale far girare lo schieramento di centrodestra. La Meloni, a fari spenti, sta comunque facendo la sua corsa che politicamente corrode la Lega, quindi Salvini sa che si sta giocando la sua leadership e, in caso di rinuncia forzata di Berlusconi, riuscire a far convergere anche i voti della sinistra sul candidato misterioso del “Piano B”, gli garantirebbe quel ruolo di “insostituibile” anche in vista delle prossime elezioni dove, non ne ha mai fatto mistero, un ruolo di governo come ministro proprio non gli dispiacerebbe.
La Lega, quindi, ha capito che per rimanere sotto la luce dei riflettori deve spingersi fin dentro il campo avversario del centro sinistra, con proposte allettanti che possano fungere da ponte con il PD in previsione di un possibile dialogo sul “patto di legislatura” proposto dal segretario Letta.

Ma se Salvini opera a 360 gradi, i più stretti e fidati di Berlusconi non stanno certo con le mani in mano. Vittorio Sgarbi ha fatto e continua a fare da supporto per il suo capo contattando a destra e a manca un po’ tutti i parlamentari indecisi per l’elezione, cercando di strappare in qualunque modo un sì di gradimento, anche a mezza bocca, per Berlusconi Presidente.
Visto che molti si danno da fare, è ovvio che ognuno lo faccia al suo meglio mettendo in campo tutta l’esperienza maturata. Prendiamo il caso di Denis Verdini, condannato con sentenza definitiva a 6 anni e mezzo per il crac del “Credito Fiorentino”, il quale senza perdere altro tempo ha proposto con una lettera inviata a Dell’Utri – già condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa – e Confalonieri il metodo per verificare se qualcuno dei grandi elettori abbia tradito al momento del voto.
In maniera piratesca, aveva proposto di marchiare le schede così da renderle riconoscibili ed individuare i traditori. Al di là della procedura manifestamente irregolare, tutto questo denota un disprezzo totale per le norme e per l’esercizio del diritto di voto, manifestando con arroganza il sentimento di chi crede di possedere carta bianca e libertà di fare ciò che risulta più conveniente, dentro e fuori le Istituzioni.
Bene ha fatto il Presidente della Camera Roberto Fico a stigmatizzare sul nascere questa iniziativa, ribadendo che schede riportanti diciture diverse dai nomi o altri simboli verranno ritenute nulle.
L’attivismo di Verdini e soci, poggia comunque su una paura reale e cioè che se “sfortunatamente” l’elezione di Berlusconi al Colle non dovesse avvenire entro la quarta chiamata, la sconfitta sarebbe meno drammatica se a votarlo fossero stati tutti gli elettori di centro destra perché questo permetterebbe al Cavaliere di ritirarsi dalla elezione con dignità. Ma lo scaltro e navigato Verdini, non a torto dal suo punto di vista, sa benissimo che se queste evenienza fosse esclusa – cioè ci fossero stati franchi tiratori al loro interno – la voragine politica che si aprirebbe sarebbe irrecuperabile e il centro destra perderebbe di colpo il vantaggio che possiede sulla carta, aprendo di fatto una lotta interna dagli esiti inimmaginabili.

Neanche però nello schieramento di centrosinistra tira un’aria distesa e, tutto sommato, unita negli intenti. Una piccola deflagrazione l’ha provocata Goffredo Bettini, maître à penser del PD, quando nel corso di una conversazione con un giornalista del “Corriere della Sera” si è lasciato sfuggire un commento sulle difficoltà che sta incontrando Giuseppe Conte nella complicata partita per il Quirinale: ”È più un uomo di governo che un leader di partito” è stato il commento lapidario dell’esponente PD [3].
Il colpo è stato accusato pesantemente non fosse altro per l’amicizia che lega i due, e a parte la replica scontata e piccata dei M5S, Conte se l’è presa non tanto perché veramente in affanno per tenere legato il Partito i cui uomini più importanti sembrano sgusciargli via come anguille, ma perché ormai stanco e infastidito dall’immobilismo dell’alleato che, sempre secondo Conte, alla candidatura di Berlusconi non è stato in grado di dettare una linea chiara, fare un nome spendibile, rimanendo quasi paralizzato dalla sorpresa.

Il centrosinistra, uno o più nomi, meglio di donne, spendibili avrebbero dovuto farlo anche perché fare compromessi con la destra poco incline a rispettare la Costituzione non sarebbe la scelta migliore. Inoltre come spiega Paolo Flores d’Arcais non sono “neppure in grado di ricordare l’abc, che il Presidente è della Costituzione il garante, il custode, che l’unità nazionale che dovrà rappresentare (art. 87) è appunto quella del patriottismo costituzionale, che ci rende con-cittadini in quanto tutti con-dividiamo i valori della Costituzione, prolungamento del 25 aprile (non a caso festa nazionale)” [4].

Quindi siamo di fronte sostanzialmente ancora ad uno stallo; centrodestra e centrosinistra che provano a serrare i ranghi per la spallata finale.
Ma credo che non bisognerà tenere gli occhi fissi solo sulle loro mosse perché c’ è in gioco anche una terza forza che non va sottovalutata. Mi riferisco ai tanti grandi elettori delle forze di centro come Italia Viva con i suoi 27 deputati e 16 senatori anche se, come sempre, c’è il sospetto che l’ondivago Matteo Renzi tenda a tenersi le mani libere per trattare con chi riterrà opportuno e fungere quindi da ago della bilancia. C’è poi Coraggio Italia del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, che alla Camera conta 25 deputati, segue il piccolo partito di orientamento conservatore-liberale Cambiamo! di Giovanni Toti e Gaetano Quagliariello con 5 deputati e 6 senatori per finire con Noi con l’Italia-UDC, piccolo conglomerato politico di ispirazione cristiano democratica che strizza l’occhio al conservatorismo liberale. Conta 3 deputati alla Camera e il loro leader è Maurizio Lupi che si avvale del contributo di Raffaele Fitto e Lorenzo Cesa, il quale ha portato in dote al Partito il logo dello scudo crociato della ormai scomparsa DC.
Accanto a questo insieme di sigle, dobbiamo considerare il consistente numero di elettori presenti nel “Gruppo Misto” che contano 47 rappresentanti al Senato e ben 66 alla Camera. Come voteranno è un mistero e forse per capirlo, bisognerà attendere proprio la quarta votazione quando cioè si abbasserà il quorum necessario per eleggere il nuovo Presidente, dato che basterà la maggioranza assoluta pari a 505 voti, e proprio qui sarà necessario se non indispensabile per i due schieramenti accaparrarsi i voti dei centristi e del “Misto”.

Come un mistero restano le intenzioni di voto dei 58 delegati regionali (di cui solo 5 donne) che parteciperanno all’elezione del Presidente della Repubblica e che potrebbero rappresentare un altro ago della bilancia.

Mentre nelle direzioni dei Partiti fervono i conteggi dei possibili voti utili, c’è anche da registrare l’idea del PD – poi fortunatamente accantonata – di rinnovare la discutibile tradizione del ritiro sull’ “Aventino”, abbandonando cioè l’aula durante la quarta votazione per lasciare i Grandi Elettori da soli a votarsi Berlusconi.
Ma proprio la candidatura di quest’ultimo ha subito come dicevamo, un inaspettato scossone poiché, come informa Sgarbi, i consensi e cioè i voti non arrivano, in quanto molti parlamentari sanno benissimo che l’elezione di Berlusconi segnerebbe la fine della legislatura e quindi, appare evidente, come non gli si possa chiedere di suicidarsi.
Il già ricordato “Piano B”, in sostanza, ci autorizza a pensare che ognuno dei leader della coalizione di centrodestra ha nella sua testa un nome, un’ipotesi di riserva, che ovviamente è una diversa dall’altra e per cercare di mediarle e renderle presentabili bisognerà per forza attendere che Berlusconi rompa ogni indugio e dichiari cosa vuole fare.
In quest’attesa c’è comunque chi si muove e con perfetto tempismo. Mario Draghi infatti proprio ieri ha fatto visita al Presidente Mattarella per poi recarsi a colloquio con il Presidente della Camera Fico e chiudere questo giro di incontri con la ministra Cartabia. Nulla si sa su quanto si siano detti, ma appare difficile pensare che non abbiano sfiorato l’argomento Quirinale specialmente con la Guardasigilli, una tra i candidati a ricoprire l’incarico di Presidente del Consiglio qualora Draghi salisse al Colle.
Insomma con il sovrapporsi continuo di scenari nuovi è pressoché impossibile intuire i prossimi passi fino al 24, giorno della votazione, ma una cosa è certa e cioè che quelle forze politiche che spingono per Draghi al Quirinale dovranno poi assumersi la responsabilità piena di formare un nuovo esecutivo; ma compito altrettanto difficile toccherà a quei partiti che vogliono lasciare il Presidente del Consiglio a finire il suo lavoro, perché dovranno trovare un accordo su di un Presidente della Repubblica non divisivo e che incarni in toto i valori costituzionali della nostra Repubblica e, a tutt’oggi, siamo in alto mare.
Stefano Ferrarese

[1] ilfattoquotidiano.it – “Quirinale, il centro destra sceglie il pregiudicato Berlusconi”
14/1/2022
[2] huffingtonpost.it – “Salvini proiettato sul piano B per il Colle” – 17/1/2022
[3] ilmanifesto.it – Giuliano Santoro “Tensione fra Conte e Bettini” – 18/1/2022
[4] Paolo Flores d’Arcais – Quirinale, l’aria fritta di Conte, Letta e Speranza 19/1/2022

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