Elezioni Regno Unito: Johnson e la Brexit hanno vinto

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Le ragioni di una vittoria e di una sconfitta.
Boris Johnson ha stravinto. La possibilità di un “parlamento appeso”, comunque temuto alla vigilia quando sembrava che il Labour stava risalendo la china nelle preferenze, è stata scongiurata, Ha vinto la Brexit che con questa maggioranza, voto più voto meno, sarà possibile portare a termine. Per il premier, in particolare, l’obbiettivo quasi esclusivo di queste elezioni, le seconde elezioni anticipate in due anni, era condurre il Regno Unito fuori dall’Europa e così sarà grazie agli oltre 360 seggi ottenuti in Parlamento rispetto ai 320 della maggioranza assoluta necessaria. È già circolata la voce che si voti la Brexit appena il Parlamento sarà insediato.

La semplicità del messaggioget Brexit done” e la sua quasi univocità ha probabilmente favorito la vittoria dei Tories e di Johnson in particolare rispondendo anche all’esigenza di chiudere una questione una volta per tutte dopo anni di negoziazioni, andirivieni e di feroci divisioni all’interno del Paese. Inoltre in questa maniera il partito ha evitato di parlare e impelagarsi in altre questioni che avrebbero potuto risultare impopolari come tutte le tematiche sociali. Un piccolo gioiello di marketing come ad esempio quello dell’impegno delle emissioni zero che nel programma conservatore è spostato al 2050. Insomma c’è ne occupiamo ma con calma. Con buona pace di quello che accadrà nel frattempo.
Non sappiamo come siano andati i voti ma con la legge elettorale, nel Regno Unito, chi arriva primo vince ed è possibile che qualche vantaggio per la vittoria finale sia arrivato dal ritiro di alcune candidature del Brexit Party in favore di quelli Tories.
Johnson è stato favorito anche dal fatto di essere l’unico vero leader in questo momento dei Conservatori che di fatto non è mai stato contrastato al suo interno in questo ultimo periodo.

Esattamente all’opposto la posizione del leader dei Laburisti, Jeremy Corbyn che non ha mai avuto una leadership senza che aree del partito, dentro e fuori il partito stesso, lo contestassero. Incassano una sconfitta storica. Siamo quasi al peggio delle previsioni della vigilia. I seggi persi rispetto alla precedente elezioni, al momento in cui scriviamo, sono oltre 40. Decisamente meno popolare del suo avversario paga anche la poca determinazione con cui ha affrontato i temi dell’irredentismo repubblicano irlandese e dell’antisemitismo dentro il suo partito.
Paga anche una strategia poco chiara nel tempo, fin dal momento del referendum, sulla Brexit e comunque in diverse  aree dove il Labour era popolare i suoi elettori più popolari erano per la Brexit. In questo la propaganda che le peggiori condizioni dei lavoratori siano addebitabili fondamentalmente all’Unione europea aveva fatto breccia da tempo. E questa realtà andava affrontata diversamente.
Così come il messaggio dei conservatori era chiaro, immediato. “leggero”, il coraggioso Manifesto di Corbyn era un programma sul futuro del Regno Unito che per quanto fosse esplicito nelle sue scelte (ritorno degli investimenti pubblici in tutti i settori con enormi vantaggi per le persone meno abbienti e tassazione dei grandi redditi e patrimoni) era complesso da comunicare in un momento in cui il terreno di scontro scelto dagli avversari era un altro. E così il non aver insistito con la loro presenza nelle aree storicamente rosse ha fatto sì che si perdessero anche le roccaforti.

Per dirla tutta bisogna anche precisare che il vento che soffia in Europa è quello del populismo becero, del sovranismo più oscuro e da anni i messaggi sono sempre a favore dei privati e del mercato come soluzione a tutti i mali.

Adesso però verranno i nodi al pettine della Brexit perché si i britannici usciranno ma bisognerà negoziare poi tutti gli aspetti pratici dell’uscita e se non ci si riuscirà – Johnson vuole tempi stretti che l’Unione non può garantire – sarà un’uscita senza regole. E da questo dipenderanno le relazioni con l’Irlanda e soprattutto la stabilità e la pace nel Nord Irlanda così come si è sempre paventato. L’unità del paese è un altro aspetto da considerare perché dopo la grande vittoria dello Scottish National Party (47 dei 59 seggi spettanti sono andati all’SNP) e della sua leader, Nicola Sturgeon le richieste di un nuovo referendum sull’indipendenza della Scozia che da sempre vuole rimanere in Europa sono già arrivate.
E non dimentichiamo che tutte le analisi sulle conseguenze della Brexit ci parlano di impatti negativi sull’economia britannica soprattutto (anche per il resto d’Europa) e chi pagherà saranno soprattutto i ceti più deboli. E questo perché il Reno Unito resta un paese profondamente spaccato perché i voti effettivi e non i seggi dei contrari alla Brexit sono  quasi la metà (se si include tutto il Labour Party sono la maggioranza) ma il sistema elettorale favorisce enormemente i vincitori.
Pasquale Esposito

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