Elezioni USA 2016. La pessima reputazione di Trump e Clinton.

USA Washington Casa Bianca
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Le elezioni presidenziali americane dell’8 novembre prossimo vedranno Donald Trump e Hillary Clinton a contendersi la Casa Bianca. Il primo ha già segnato a suo favore i 1237 delegati che gli assicurano il passaggio alla convention nazionale, mentre alla ex first lady mancano ancora pochi delegati che le arriveranno dal voto della California del 4 giugno ma rispetto a Bernie Sanders, la Clinton potrà contare sugli oltre 500 superdelegati assegnati dal partito. .
Donald Trump nonostante il suo atteggiamento guerrafondaio, in senso stretto, in politica estera e all’interno contro donne, minoranze, migranti, omosessuali (la lista potremmo allungarla) ha delle concrete possibilità di diventare il nuovo presidente degli Stati Uniti.
Del resto i sondaggi confermano questa possibilità, anzi quello di Abc/Wp lo pone davanti alla rivale: 46% contro il 44%. Se da una parte l’apparato repubblicano vicino alle élites politiche ed economiche USA potrebbe remare contro, dall’altra ci potrebbero essere numerosi bianchi benestanti o ricchi che si aggiungerebbe alla schiera dei sostenitori al momento del voto ma che ora si vergognerebbero di dichiarare la loro adesione alle società di sondaggio.

USA Texas Houston
Texas, Houston. Foto Maurizio Stanziano

È possibile che sul voto finale possano influire il comportamento che adotteranno i sostenitori del “socialista” Sanders  che continua a mantenere chiara e distante la sua posizione nei confronti della Clinton anche perché in caso di miracolo e cioè la vittoria contro Hillary Clinton viene dato in grande vantaggio nei confronti di Trump. E non si capisce la posizione, spesso riscontrata in Italia con il “voto utile”, di Federico Rampini che scrive «siamo alla solita sindrome della sinistra radicale che gioca a far perdere i suoi. Anche perché Sanders nel linguaggio che usa per condannare l’establishment politico venduto alle lobby, non sembra fare molte distinzioni tra politici democratici e repubblicani. Un po’ come Ralph Nader, il candidato verde che nel 2000 prese appena lo 0,4% dei voti, sufficienti però (con l’aiuto dei brogli e della Corte suprema) a regalare la Casa Bianca a George Bush. Alla fine Sanders si macchierà di una colpa storica, agevolando la vittoria di Trump?» [1]. Ma le colpe non sono della Clinton che si appoggia ai grandi gruppi, che non pensa di mettere mano seriamente alle sperequazioni, per non parlare del suo approccio alla politica estera? Una politica estera «cinica e aggressiva dietro la quale vi sono potenti forze economiche e politiche degli Stati Uniti, che non si rassegnano alla fine del mondo “unipolare” nato nel 1991 con la dissoluzione dell’Unione Sovietica» [2]

Tornando al confronto Clinton-Trump va detto che le valutazioni, fatte da più parti,  sui due candidati portano a ritenere che i due contendenti godano di una pessima reputazione presso la maggioranza degli elettori. Una situazione mai verificatasi finora. Come spiega Zucconi «lei coagula attorno a sé tutto ciò che milioni di americani, e non soltanto poveri o ignoranti, detestano, accusando “il potere” di averli penalizzati, esclusi o esposti alla minaccia esistenziale dell’immigrazione e delle minoranze, quella minaccia che ha reso seria la candidatura di estremisti di destra in Europa. Lui è l'”antipotere” e neppure il paradosso di un miliardario arricchito dalla speculazione immobiliare e dall’elusione fiscale che inveisce contro la casta dissuade chi preferisce il salto nel buio al cammino faticoso lungo il vecchio sentiero»[3].

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Texas, Houston. Foto Maurizio Stanziano

Il programma di Trump è un misto di generiche affermazioni, soluzioni razziste e un’economia ultraliberista. Cosi su quest’ultimo tema promette agevolazioni fiscali e taglio di tasse per la classe media e per le aziende che non dovranno pagare più del 15% di tasse per migliorarne la competitività. Non si capisce come, ma è sua intenzione ridurre il debito pubblico. Per quanto riguarda l’energia bisogna partire dal fatto che il riscaldamento globale per il cadidato repubblicano è una menzogna e proverà a rinegoziare l’accordo di Parigi e poi a smantellare l’Environmental Protection Agency (EPA), l’agenzia che si occupa della tutela dell’ambiente e dello sviluppo delle energie rinnovabili. Il fossile torna ad essere una fonte da sfruttare a pieno.
Altro cavallo di battaglia noto a tutti per la furia con la quale attacca i migranti è l’immigrazione. La sua riforma prevede la creazione di un muro lungo tutto il Messico per bloccare gli arrivi di persone considerate tutte criminali e spacciatori, l’eliminazione del diritto di cittadinanza per nascita, solo statunitensi ai posti di comando e un piano che migliori i posti di lavoro, i salari e la sicurezza per tutti gli americani.
In politica estera l’atteggiamento è una maggiore chiusura verso se stessi e quindi le truppe andranno all’estero solo se strettamente indispensabile. Vuole obbligare gli alleati Nato a spendere molte più risorse per l’alleanza, mentre con Russia e Cina vuole allentare le tensioni favorendo gli interessi americani. L’Iran resta un problema e l’Isis va sconfitto una volta per tutte. Insomma Trump «parla di politica estera come se fosse una mano al casinò e tratta l’economia americana come un cantiere da sistemare» [4]
Non si comprende la quasi incredulità diffusa tra moltissimi analisti e giornalisti che per anni non hanno mostrato seria preoccupazione su quanto stava avvenendo nel mondo in termini di marginalizzazione e impoverimento di intere popolazioni a causa di pratiche politiche asservite agli interessi del grande capitale e della finanza di cui lo stesso Trump è un’evidente espressione.
Di loro si potrebbe dire quanto ha scritto il giornalista Max Blumenthal a proposito del Grand Old Party (GOP), il Partito repubblicano, dove l’establishment e una parte di elettori moderati fa difficoltà ad accettare il ruolo di candidato di Trump. Dall’avvento di Barack Obama in poi il partito ha soffiato sull’estremismo: nel 2008 per controbilanciare il moderato senatore dell’Arizona John McCain opposto all’attuale presidente si è scelto di affiancarlo l’ex governatrice dell’Alaska Sarah Palin, antiabortista, vicina agli evangelici e sostenitrice di Trump anche nel sostegno alla lobby delle armi; una linea questa che continuava ad avere credito grazie alle aperture a favore del tradizionalista ed estremista Tea Party e ad altri personaggi come la governatrice repubblicana dell’Arizona, Jan Brewer nemica degli immigrati, fino al senatore ultraconservatore del Texas Ted Cruz, unico vero avversario di Trump in questa campagna elettorale. E così il Partito repubblicano “ha finito per fare la fine dell’apprendista stregone, sottomesso dalla propria creatura”, che Blumenthal, autore di un viaggio all’interno del Gop intitolato Republican Gomorrah, descrive così: «quasi esclusivamente bianco, smaccatamente evangelico, fissato con l’aborto, l’omosessualità e l’educazione all’astinenza sessuale, risentito e arrabbiato e, soprattutto, incapace di comprendere come abbia fatto a diventare così». E i “È” [5].
Pasquale Esposito

[1] Federico Rampini, “Usa 2016, sondaggi e scandali spingono Sanders a non ritirarsi”, http://www.repubblica.it/esteri/elezioni-usa/primarie2016/2016/05/24/news/usa_2016_-140495703/, 24 maggio 2016
[2] È la tesi di Diane Johnstone riportata in Fabrizio Tonello, “Oscura Silhoutte del potere”, il manifesto, 26 maggio 2016, pag. 10
[3] Vittorio Zucconi, “Trump avanti nei sondaggi: la rabbia Usa che ci avvicina al salto nel buio”, http://www.repubblica.it/esteri/elezioni-usa/primarie2016/2016/05/23/news/primarie_usa_sondaggi_trump_clinton-140389709/, 23 maggio 2016
[4] Michael Scherer, “Attenti a Donald Trump”, Time, su Internazionale, 11-17 settembre 2015, pp.40-41
[5] Guido Caldiron, “Trump è il risultato degli apprendisti stregoni del Gop”, http://ilmanifesto.info/trump-e-il-risultato-degli-apprendisti-stregoni-del-gop/,  6 maggio 2015

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