Elezioni USA 2016: sempre più nelle mani dell’oligarchia economico-finanziaria

USA Chicago roosvelt red line
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Manca più di un anno alle elezioni presidenziali e la campagna elettorale negli USA è già in pieno svolgimento. Soprattutto è iniziata la corsa ad accaparrarsi più fondi possibili in vista degli scontri decisivi, alle primarie e poi all’elezione alla Casa Bianca. Mercoledì scorso era il giorno, per la maggior parte dei candidati, entro il quale presentare alla Federal Election Commission le informazioni sulle modalità di raccolta e di spesa del denaro versato nelle casse dei comitati elettorali finora.
Il rapporto mostra ad esempio che Jeb Bush (repubblicano) abbia fatto affidamento per la raccolta finanziaria a grandi donatori oppure che i repubblicani Rick Perry, Ben Carson e Rick Santorum stanno utilizzando i fondi raccolti molto più rapidamente di quanto non facciano la maggior parte dei loro avversari. Hillary Rodham Clinton (democratica) ha racimolato la bellezza di 46,5 milioni dollari, più di ogni altro candidato alla corsa alla Casa Bianca. Il senatore Bernie Sanders del Vermont che è il suo avversario alle primarie ha ricevuto “solo” 15,2 milioni di dollari e la maggior parte di essi provengono da donatori che hanno versato al massimo 200 dollari a testa [1].
Bernie Sanders è al momento anche il secondo nella graduatoria seguito dai repubblicani Ted Cruz con 14,3, Jeb Bush con 11,4, Ben Carson con 10,6, Marco Rubio con 8,9, Rand Paul con 6,9 e via via tutti gli altri per un totale comprensivo di quelli elencati di 17 candidati.
Ma questa è solo una parte del denaro. Infatti qui non sono conteggiati i finanziamenti provenienti dai Pacs (Political action committees) e cioè i comitati esterni a cui tutti i membri di associazioni gruppi a vario titolo possono versare i loro contributi che poi sosterranno la campagna elettorale del candidato prescelto. Il fatto è che dal 21 gennaio del 2010 la Corte suprema nella sentenza Citizens United vs. Federal Election Commission,  ha eliminato i limiti di spesa indiretta, come gli spot elettorali, sia per gli individui che per le aziende che per gruppi. Per le organizzazioni che non hanno fini di lucro non è obbligatorio fare i nomi e così ne sono nate di proposito per lo scopo.
Questo ha di fatto significato mano libera alle aziende, ai gruppi di interesse e ai ricchi mettendo così all’asta la democrazia americana riprendendo il titolo del saggio di Giovanni Collot.

Il valore aggregato delle elezioni americane del 2012 aveva già sfiorato i 6 miliardi di dollari e i contributi dei privati, per la prima volta, superò quello dei partiti che sempre più subiscono un processo di disintermediazione anche nella scelta dei rappresentanti. Questi finanziamenti riguardano tutti i candidati indipendentemente dal partito anche se la supremazia è dei repubblicani. Per vincere un’elezione la prima cosa che conta è la capacità di raccogliere fondi necessari all’organizzazione territoriale, alla pubblicità, alle parcelle per vari consulenti.
«La politica statunitense è nel mezzo di una mutazione profonda: le decisioni sull’andamento della democrazia sono determinate sempre meno dai partiti tradizionali e sempre più da persone e gruppi di individui ricchissimi, in grado di spostare l’asse del sistema. […]. John Paul Stevens, uno dei giudici della Corte suprema contrari alla sentenza espresse il suo dissenso: “una tale posizione minaccia di eliminare l’integrità delle istituzioni elette.”» [2].

I fratelli Koch, industriali siderurgici e petroliferi, lo scorso gennaio annunciarono che il loro gruppo di donatori (evidentemente loro compresi) avevano come obbiettivo di spesa – per tutte le competizioni elettorali del 2016 – 889 milioni di dollari. Si tratta di una cifra vicina a quanto il Presidente Barack Obama e Mitt Romney spesero nel 2012 per le loro campagne. Il gruppo, supportato da centinaia di ricchi donatori di destra, come ha affermato Marc Short, presidente di Freedom Partners che ha ospitato la riunione dei donatori, l’obbiettivo dei Koch e dei loro alleati è quello di mettere «gli ideali del libero mercato al centro della vita americana» e che «la politica è un mezzo necessario a tal fine, ma non il solo» [3].

L’autorevole editorialista del Washington Post ha sentenziato che «i super-ricchi si stanno comprando il sistema politico americano esattamente come gli oligarchi russi hanno comprato il loro» [4]
I candidati hanno trovato il loro finanziatori e così il miliardario Geoge Soros dopo aver sostenuto Obama è stato nominato tra i manager del super pac Ready for Hillary e «tutti i finanziatori di Obama si sono schierati al fianco della Clinton. Tra questi proprio Katzemberg [amministratore delegato della Dreamworks], Eychaner [editore televisivo di Chicago] e Jacobs [fondatore di Qualcomm]; il produttore televisivo e in passato proprietario di Abc Family Haim Saban; il manager di hedge funds James Simon; il costruttore Eli Broad» e altri ancora [5].
Riesce difficile pensare che quando la Clinton attacca il candidato repubblicano Marco Rubio per la sua proposta di riforma fiscale perché «non è altro che un lasciapassare per i super-ricchi» o quando difende la riforma di Wall Street affermando che «per i comportamenti illeciti non ci può essere giustificazione alcuna o tolleranza» [6] possa poi mantenere le promesse. E vedremo se la candidata democratica, in vantaggio su tutti negli ultimi sondaggi, raccoglierà la sfida lanciata dalla senatrice Warren che, invocando tutti i candidati, ma evidentemente era la Clinton il suo bersaglio, ha detto che vorrebbe sentire forti e chiare le parole “non ci candidiamo per Wall Street e per le mega-corporations, ci candidiamo per la gente» [7]. Di fatto la richiesta è quella di appoggiare l’approvazione del Financial Services Conflict of Interest Act che tra l’altro rafforza le restrizioni per le attività di lobbyng, allunga il periodo di inattività quando si passa dal servizio pubblico alle lobbies e aumenta le fattispecie di conflitto d’interesse per le autorità di regolamentazione delle attività finanziarie [8].

Concludo aggiornando la classifica del flusso di denaro verso i candidati tenendo conto anche dei versamenti provenienti dai Pac e con un’annotazione sulla sentenza della Corte suprema. Jeb Bush diventa il primo della lista con oltre 114 milioni di dollari e di questi 103 vengono dai comitati esterni, mentre al secondo posto troviamo la Clinton con un totale di 63 milioni e di questi solo 15,6 da fuori, al terzo posto c’è Ted Cruz con 52,3 milioni e di questi ben 38 dai gruppi sterni. Marc Rubbio dai comitati esterni ha ricevuto quasi 32 milioni di dollari per un totale di 40,7.
La sentenza sembra talmente permissiva che, secondo qualche osservatore, nulla impedirebbe agli oligarchi di mezzo mondo di influenzare attraverso ricche donazioni la presidenza americana.
Pasquale Esposito

[1] Eric Lichtblau e Nicholas Confessore “What Campaign Filings Won’t Show: Super PACs’ Growing Sway”, www.nytimes.com, 15 luglio 2015
[2] Giovanni Collot, “Follow the money: la democrazia Americana all’asta”, in Limes – U.S. Confidential, pagg. 58-62
[3] Andy Kroll, “The Koch Brothers’ Network Aims to Spend $889 Million on the 2016 Elections”, www.motherjones.com, 26 gennaio 2015
[4] L’affermazione è riportata in Dario Fabbri, “La repubblica degli oligarchi”, in Limes – U.S. Confidential, pag. 38
[5] Dario Fabbri, ibidem, pag. 38
[6] Le affermazioni sono riportate in “Hillary Clinton prende le distanze dal marito Bill e da Obama: «Mia missione sarà alzare i salari, non è 1993 o 2009»“, www.huffingtonpost.it, 13 luglio 2015
[7] George Zornick, “Elizabeth Warren Just Issued a Major Challenge to All Presidential Contenders”, www.thenation.com, 17 luglio 2015
[8] George Zornick, ibidem

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