Elezioni USA – Midterm 2018. Un referendum su Trump

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Dopo diversi milioni di voti già espressi, la legge elettorale lo consente, domani si concluderanno le operazioni di voto per le elezioni di midterm negli Stati Uniti e capiremo qualcosa di più su come il paese sarà guidato nei prossimi due anni o forse nei prossimi sei. Più che nelle precedenti occasioni queste elezioni si sono trasformate come un referendum sul presidente.

Come in ogni elezione di midterm dovrà essere rinnovata l’intera Camera con i suoi 435 seggi e 35 dei 100 seggi del Senato. In questa tornata si vota anche per scegliere i governatori di 36 Stati tra cui quelli della California e della Florida. Al Senato la maggioranza è repubblicana per due seggi: 51 a 49. Per ribaltarla i democratici dovrebbero confermare tutti i loro seggi e prenderne altri ai repubblicani, cosa molto difficile stando alle previsioni di voto che danno solo un vantaggio ai democratici. Più probabile che i repubblicani perdano la maggioranza alla Camera in favore dei democratici ai quali serve guadagnare 24 poltrone. Della perdita della Camera sono convinti gli stessi dirigenti repubblicani, come segnala la rivista Politico.com che ha ascoltato molte voci all’interno.

Per evitare tutto questo nelle ultime settimane, incurante degli attentati, il presidente Trump ha ulteriormente gettato benzina sul fuoco, sapendo che non gli sarebbe bastato sventolare i buoni risultati macroeconomici, crescita dell’economia e una disoccupazione ai minimi storici, sotto il 4%.
Non è bastato nemmeno la telefonata di domenica tra il presidente della Camera Paul Ryan e il presidente Donald Trump con il primo a supplicare di parlare del boom economico nelle ultime ore prima del giorno delle elezioni [1].
E così ha iniziato un giro di comizi per una decina di stati per sostenere i candidati e nel frattempo ha chiesto l’esercito al confine con il Messico per arginare la marcia dei migranti partita dall’Honduras e soprattutto, con l’ennesimo rigurgito nazionalista, ha detto che avrebbe cancellato lo ius soli.

Il fatto che sia considerato un referendum sull’inquilino della Casa Bianca lo dimostra un’estesa e polarizzata partecipazione, sia al dibattito che tra i candidati.
Come riporta Festa, nel Partito repubblicano «Duncan Hunter, attuale deputato per il 50esimo distretto in California, ha attaccato il suo rivale, il democratico Ammar Campa-Najjar, accusandolo di aver ricevuto l’appoggio dei Fratelli Musulmani. Non solo i Fratelli Musulmani non hanno mai dichiarato il loro sostegno a Najjar; ma Najjar, che è di padre palestinese e madre messicana, è anche cristiano. In Florida, il candidato repubblicano alla carica di governatore, Ron DeSantis, ha usato il termine monkey (come verbo) nei confronti del suo rivale democratico, e afro-americano, Andrew Gillum. E di recente Kevin McCarthy, il leader repubblicano della Camera, ha spiegato in un tweet che George Soros, Michael Bloomberg e Tom Steyer “vogliono comprare le elezioni”. A nessuno è sfuggito che i tre sono di origine ebraica» [2].
Anche sul fronte democratico c’è stato uno spostamento di posizioni più “sinistra”, con accenni addirittura ad una sanità pubblica universale come ha fatto Beto O’Rourke candidato nel Texas o a minimi salariali, college pubblici e gratuiti; «proprio in Florida i democratici, dopo anni di candidati centristi, hanno scelto un politico pienamente di sinistra, Andrew Gillum [appoggiato da Obama, ndr], che come sindaco di Tallahassee ha elevato i minimi salariali, allentato le leggi sull’immigrazione e alzato le tasse per le imprese in modo da pagare di più gli insegnanti. Sempre in campo democratico, aumentano i candidati afro-americani per posti di rilievo. Stacey Abrams sarebbe la prima nera a diventare governatrice della Georgia (e la prima donna nera a ricoprire questo ruolo in uno Stato americano). Consistente, mai come quest’anno, è anche il gruppo degli sfidanti provenienti dalla comunità LGBTQ» [3].

Un ribaltamento e quindi una sfiducia totale al presidente Trump resta difficile anche per le barriere che vengono elette nei meccanismi elettorali all’interno di una legge elettorale per nulla universalistica. Luca Celada lo descrive con accortezza: «nel sistema maggioritario secco è possibile infatti gestire le circoscrizioni elettorali di modo da pilotare l’esito. Gerrymandering, è il termine che designa le acrobazie amministrative per ottenere distretti uninominali favorevoli, un’operazione controllata dalle giurisdizioni locali dei singoli stati. E il Gop [Il partito repubblicano, ndr], pur rappresentando meno cittadini in assoluto, controlla 34 governi statali. In 26 di essi i repubblicani detengono il monopolio di governatore ed entrambe le camere. Un’egemonia amministrativa cruciale nell’assicurare una favorevole suddivisione elettorale. Tarando il sistema è possibile neutralizzare in parte le super maggioranze democratiche nelle grandi città e vanificare i grandi numeri geograficamente concentrati» [4].

Il muro tra gli Usa e il Messico
Il muro che separa Tijuana (Messico) da San Diego (USA). Foto Tomascastelazo Wikimedia Commons

Queste elezioni ancor di più riguardano anche il resto del mondo, in particolare su due temi: la democrazia e l’ambiente. Un consolidamento o anche solo una lieve sconfitta di Trump non farà che aggravare le cose, più di quanto non stia accadendo con l’elezione di Bolsonaro in Brasile.
Come hanno spiegato Frances Z. Brown e Thomas Carothers, «nel primo anno di mandato del presidente Donald Trump, la politica Usa di sostegno della democrazia a livello internazionale ha subìto una netta divaricazione. A livello di high policy– cioè di comunicazione e impegno diretto da parte del presidente Trump e dei suoi principali consiglieri di politica estera – Washington ha decisamente attenuato le sue posizioni pro-democrazia in ambito internazionale. Gli elogi rivolti da Trump a svariati dittatori, uniti alle critiche agli alleati democratici e alle iniziative antidemocratiche in casa propria, hanno trasformato gli Stati Uniti – nel migliore dei casi – in un attore ambivalente sulla scena democratica internazionale. Al tempo stesso, però, la low policy filodemocratica – l’impegno discreto ma serio dei diplomatici statunitensi per contrastare il declino della democrazia e sostenerne i progressi oltreconfine, e il vasto (ma generalmente poco visibile) settore dei programmi di assistenza Usa a favore della democrazia – è in buona sostanza andata avanti, apportando contributi importanti in molti paesi. Nel secondo anno di mandato di Trump, questa scissione politica non ha fatto che accentuarsi. Il presidente si è ulteriormente avvicinato ai dittatori e smarcato dai partner democratici, oltre a insistere con le iniziative antidemocratiche in patria» [5].

Senza dimenticare gli impatti che stanno avendo le sue decisioni sullo sfruttamento delle risorse ambientali e la rinuncia a qualsiasi accordo su temi quale riscaldamento globale, riduzione emissioni gas serra, utilizzo di tecniche estrattive devastanti.
Le posizioni in politica estera, al di là di qualche evento spettacolare come quello con la Corea del Nord, sono di scontro a più piani, da quello commerciale a quello politico a quello economico. E qui parliamo della guerra commerciale con la Cina, destinata a chiudersi a breve anche perché la Cina non è il Venezuela o Cuba con i quali ha rinvigorito le sue richieste, delle sanzioni all’Iran, della rinuncia al Trattato nucleare Inf sui missili a medio raggio. Tutte decisioni che potrebbero avere conseguenze pesanti e a vasto raggio.
Pasquale Esposito

[1] Rachael Bade, Carla Marinucci e Elana Schor, “‘Trump has hijacked the election’: House Republicans in panic mode”, https://www.politico.com/story/2018/11/04/trump-2018-elections-midterms-republicans-immigration-960748,
[2]; [3] Roberto Festa, “Elezioni midterm Usa 2018, repubblicani più a destra e democratici più a sinistra: l’effetto Trump è la polarizzazione”, https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/03/elezioni-midterm-usa-2018-repubblicani-piu-a-destra-e-democratici-piu-a-sinistra-leffetto-trump-e-la-polarizzazione/4738167/, 3 novembre 2018
[4] Luca Celada, “Millennials e donne, le speranze midterm per un’America post-trumpista”, https://ilmanifesto.it/millennials-e-donne-le-speranze-midterm-per-unamerica-post-trumpista/, 4 novembre 2018
[5] Frances Z. Brown e Thomas Carothers, “Gli Usa di Trump e il futuro della democrazia nel mondo”, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gli-usa-di-trump-e-il-futuro-della-democrazia-nel-mondo-21493, 25 ottobre 2018

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