Elles di Malgoska Szumowska: una riflessione sull’uso ed abuso del corpo nella società dei consumi

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“In Francia secondo un rapporto del sindacato SUR ogni anno 40.000 studenti si prostituiscono per pagarsi gli studi.”
Io credo che esistano film che si dovrebbero vedere a prescindere dal loro valore estetico e questo perché capaci di aprirsi a riflessioni che riguardano la società tutta, compreso lo spettatore che sta assistendo alla visione. Il film Elles della regista polacca Malgoska Szumowska (si è diplomata alla Lodz Film School, la stessa dalla quale provengono e sono provenuti Polanski, Kieswloski, Zanussi, Wajda)  è stato ampliamente criticato ed ha suscitato un certo scandalo dopo la sua presentazione alla 62esima edizione del Festival di Berlino nella sezione Panorama.


Elles. Charlotte (Anaïs Demoustier) con un cliente

Questo non soltanto perché ovviamente affronta un tema spinoso – la prostituzione diffusa tra le giovani studentesse, fenomeno assai in crescita anche nel nostro paese – ma soprattutto perché smaschera una certa ipocrisia moraleggiante ed anzi, si prende gioco di essa, inducendo lo spettatore a sentirsi attratto e turbato dalle quelle stesse immagini che poi, apertamente, rifiuterà o giudicherà. La regista lo dichiara espressamente: “il personaggio di Anne, la giornalista protagonista (affidato ad un’intensa e straordinaria, come sempre direi, Juliette Binoche), che ha difficoltà a mantenere la giusta distanza, induce gli spettatori a rendersi consapevoli del proprio piacere voyeuristico”; Malgoska Szumowska sembra quasi che si diverta a giocare con il desiderio dello spettatore, il quale difficilmente resterà impassibile di fronte ad alcune immagini, ma, nel giocarci, ne mette a nudo, anche abbastanza spietatamente ed efficacemente direi, un certo moralismo e perbenismo che lo porta a giudicare con sprezzo chi vende il proprio corpo e ne ricava invece persino piacere, facendolo con gioia, per scelta, oltre il luogo comune che vorrebbe includervi la mortificazione e l’umiliazione.

Elles. Anne (Juliette Binoche) con suo figlio e suo marito (Louis-Do de Lencquesaing)

Elles, ambientato a Parigi, racconta infatti la storia di Anne, una giornalista affermata, appartenente ad una classe medio-alta, molto raffinata, colta ecc., che lavora per una nota rivista di moda, Elles appunto (ma il titolo è anfibologico, Elles sono infatti anche le donne protagoniste, nonché i loro desideri e le loro aspirazioni, Elles siamo tutte noi in sostanza che guardiamo il film, accettandolo o rifiutandolo) e che deve scrivere un articolo appunto dedicato alla prostituzione delle studentesse; quindi incontra ed interviste le giovani Charlotte ed Alicja le quali, inaspettatamente, riescono, con le loro confessioni aperte ed esplicite, ma anche assai gioiose e a tratti ironiche, a destabilizzare le convinzioni e certezze (forse pregiudizi?) della giornalista, mettendola a confronto con la parte più intima del sé, quella dove nascono e si generano, ma anche si reprimono e rimuovono, i desideri legati alla sessualità (e al ruolo in cui socialmente la rileghiamo o riteniamo che sia accettabile confinarla). Nel film non si esprime un giudizio, ma solo si racconta una realtà, senza filtri, senza censure, soprattutto con un coraggio del tutto inedito di parlare dell’intimità femminile, troppo spesso soggetta a luoghi comuni e stereotipi culturali.
Ho trovato molto convincente la scelta di un montaggio in cui le scene più “spinte” si alternano a quelle più rassicuranti dell’ambiente familiare (scene di Anne che interroga le ragazze e che narrano visivamente i loro incontri con gli uomini avvenuti nel passato rispetto al momento attuale dell’intervista – scene di cui appunto si ha proprio il resoconto filmico – si alternano al piano temporale presente, tutto compreso nello stesso giorno in cui Anne è intenta a terminare l’articolo che sta elaborando ed allo stesso tempo ad organizzare la cena per il capo del marito), proprio a rivelare l’innegabile onnipresenza e compresenza delle pulsioni sessuali nella vita quotidiana, anche se rimossa, o tenuta sotto controllo al di fuori dei contesti in cui esse vengono legittimamente agite.

Qui mi preme fare alcune considerazioni: il fatto che la regista sia una donna connota il film di sfumature probabilmente capaci di essere recepite ed elaborate nella maniera corretta più da un pubblico femminile che non maschile, e questo perché in definitiva è del corpo della donna e del diritto all’autodeterminazione dello stesso che si sta parlando. Ovviamente il confine tra oggettivazione e riappropriazione dello stesso è talmente sottile da risultare spesso difficile da distinguersi, ma la differenza invece esiste (prendo, per fare un esempio, il caso delle Femen, attiviste che si spogliano proprio per contestare il turismo sessuale dei loro paesi, ma non soltanto: esse si riappropriano del loro corpo e ribaltano il messaggio comunemente dato dal nudo usato come mercificazione; si spogliano per liberarsi, non per sottomettersi); inoltre mi pare evidente che il tema della prostituzione delle studentesse sia solo un pretesto per parlare d’altro, nello specifico della società nel suo complesso e della riduzione del vivente ad unità di misura di consumo. Il corpo come bene stesso di consumo quindi, da vendere ed acquistare. Perché ho parlato volutamente di moralismo? Perché si accetta la normalizzazione del vivente a cosa in migliaia di spot pubblicitari – e quando dico “si accetta” intendo che siamo talmente assuefatti ad alcune immagini da non percepirne più la mercificazione sottesa ed ivi codificata – ma ci si scandalizza per la ragazzina che si prostituisce volutamente, consenzientemente al fine di pagarsi gli studi, ma anche per innalzare il tenore della propria vita. È un richiamo ed una critica alla società tutta che la regista intende fare, quella stessa società che è la prima a giudicare moralmente la studentessa che vende il proprio corpo senza però mettere in discussione quegli stessi presupposti culturali e sociali che l’hanno indotta a desiderare determinati beni di consumo fino al punto di arrivare a considerarli necessari. In Elles non si parla infatti della prostituzione praticata per sopravvivenza, né di sfruttamento, ma della distorsione di pensiero provocata dal sistema capitalistico per cui ci si sente presto marginalizzati se in qualche modo non ci si rende partecipi di determinati meccanismi che portano e consentono di ottenere tutto e subito con facilità. Molte ragazze si prostituiscono non solo per comprarsi l’abito firmato o le scarpe all’ultimo grido, ovviamente, ma proprio perché altrimenti non potrebbero mantenersi gli studi, e infatti nel film c’è un bellissimo dialogo tra Charlotte ed Anne (Charlotte ricorda il suo passato di estrema povertà, rabbrividisce al ricordo dell’odore di muffa del proprio ex appartamento, l’odore che ella definisce proprio “della povertà”: “io e te possiamo anche leggere entrambe Proust e Flaubert, ma non avremo mai le stesse opportunità”.  Ecco quindi che prostituirsi per Charlotte assume il significato di lotta sociale anche, di ribellione ad un sistema ove la sperequazione sociale non è soltanto l’immediatezza di fatiche e sofferenza per sopravvivere, ma anche la preclusione ad un futuro migliore; per Charlotte vendersi ha un significato oserei direi simbolico di contestazione: ella mette a profitto il proprio corpo per andarsi a prendere quelle opportunità che altrimenti le sarebbero precluse e, così facendo, non è sé stessa che sfrutta, ma proprio quegli stessi uomini (“quasi sempre mariti annoiati” o soli, spesso alla ricerca di un contatto umano più che del sesso fine a sé stesso –  e sulla solitudine ci sarebbe da aprire un’altra parentesi ulteriore – appartenenti proprio alla medesima classe sociale cui lei stessa aspira un giorno di appartenere, che è poi la medesima di Anne) dai quali prende il denaro (“l’idea che possano essere loro, gli uomini, ad essere sfruttati non li sfiora nemmeno”, ammette la regista).
Ovviamente lo spettatore sarà portato ad obiettare che per guadagnarsi le opportunità allo studio si potrebbero svolgere mille altri lavori, però le studentesse del film spiegano abbastanza accuratamente quanto trovare lavoretti part-time – magari servire tavoli nei pub di sera, o lavorare nei fast-food perché ovviamente devono essere lavori che consentano di partecipare alle lezioni e di studiare durante il giorno – possa essere ancora più umiliante che andare a casa di uno per un’ora a vendergli il proprio corpo (non si parla ovviamente di prostituzione sulla strada, ma di annunci selezionati e con facoltà delle ragazze di stabilire le condizioni e se accettare o meno) e possa implicarvi uno sfruttamento ancora maggiore (nei lavori di questo tipo spesso si è sottopagati rispetto alle ore svolte, si è spesso trattati male dai datori di lavoro, non si hanno ferie, né giorni liberi, né ci si può assentare per malattia perché quasi sempre si tratta appunto di impieghi saltuari o stagionali a nero, come tanti studenti lavoratori ben sanno).
E, del resto, la prostituzione è un termine troppo esteso per poter essere applicato solo alla vendita del corpo, spesso infatti la compravendita di favori politici o l’accettazione di compromessi per far carriera può essere mille volte più biasimevole e moralmente discutibile.


Elles. Alicja (Joanna Kulig)

Non si fraintenda però la mia analisi, che poi è anche, a mio avviso, la chiave di lettura auspicata dalla regista: non si tratta infatti di giustificare la scelta di queste ragazze, né di assumere una posizione apertamente a favore o contraria, quanto di arrivare a comprenderla nel contesto più ampio della società nel suo complesso, una società in cui sulla carta tutti hanno diritto allo studio, ma nei fatti ad alcune persone è preclusa se non a patto di enormi, spesso insostenibili, sacrifici.
Quindi personalmente mi asterrei dal giudicare queste ragazze, ma criticherei seriamente il sistema.
Il discorso della scalata sociale invece mi trova meno d’accordo perché, pur in una società consumistica come la nostra, ognuno ha i mezzi per affrancarsi da determinati diktat di marketing (status symbol) che vorrebbero imporre il lusso come necessità e diritto. Se tu, ragazzina, ritieni che per farti valere in società e per costruire le basi del tuo futuro, nonché per essere accettata socialmente, hai bisogno della borsetta firmata (per realizzare la quale, ci sta bene e lo dico, condanni pure migliaia di animali allo sfruttamento), allora sei, senza mezzi termini, una cretina!
Insomma, Elles, che esce il 28 settembre (uscita inizialmente prevista per il 14, poi posticipata), è un film che va visto. Merita di essere visto per la miriade di riflessioni che induce a fare, ed anche perché, coinvolgendo e compiacendo proprio a livello voyeuristico lo spettatore, ci chiama direttamente a rapporto mettendoci di fronte al nostro spesso serpeggiante moralismo per cui condanniamo, giudichiamo, ma senza fare i conti con quelli che sono anche i nostri desideri (del lusso, del sesso ecc.) e della società nel suo complesso.
Inoltre curioso come chi paghi queste ragazzine sia poi il primo magari a scandalizzarsi per il film! Perché comunque qualcuno le paga, quasi sempre rispettabili professionisti alto-borghesi appartenenti allo stesso mondo cui queste studentesse sperano un giorno di appartenere. Un corto circuito, insomma. E la critica che Malgoska Szumowska fa, non si può dire che non sia tagliente, ma anche ironica  e dissacrante.

Rita Ciatti

Titolo: Elles  – Produzione:  Marianne SLOT/Slot Machine  –  Produttore esecutivo: Olivier Guerbois – Genere: drammatico – Durata: 96′– Regia: Malgoska Szumowska– Sceneggiatura: Tine Byrckel, Malgoska Szumowska  – Attori Principali: Juliette Binoche, Anaïs Demoustier, Joanna Kulig, Louis-Do De Lencquesaing –  Fotografia: Michal Englert – Montaggio: Francoise Tourmen, Jacek Drosio – Costumi: Katarzyna Lewinska– Suono: André Rigaut – Distribuzione Italia: Officine UBU

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