Elsa Bossi e il Teatro del Carretto. L’immaginazione in scena tra i classici

Teatro del Carretto danza macabra
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Dal 1983 il Teatro del Carretto mette in scena l’immaginazione.
Romeo e Giulietta, Sogno di una notte di mezza estate, Iliade, Odissea, Biancaneve, La Bella e la Bestia, Le Troiane, Metamorfosi, Pinocchio.

Classici soggetti alla ricerca innovativa della regista Maria Grazia Cipriani e dello scenografo Graziano Gregori. Sono loro l’anima creatrice de il Teatro del Carretto e delle sue rappresentazioni. Ad agosto il loro Amleto sarà nelle spettacolari cornici di Taormina e Castel del Monte.
Sulla loro strada, molte rappresentazioni fa, Elsa Bossi: Gertrude ora e Titania agli esordi. Terminata la scuola un provino con loro la condusse direttamente sul palcoscenico di Sogno di una notte di mezza estate. Il provino, la dimostrazione in diretta delle proprie capacità e del proprio sentire il ruolo hanno lasciato il segno su come un’artista deve relazionarsi.  �

Un riconoscimento reciproco, la stessa lunghezza d’onda, la sua capacità di aderire e di tradurre scenicamente la loro visionarietà.
Il lavoro con Cipriani e con Gregori, per la regia e per la scenografia è ad un certo punto un lavoro comune. Sulle proposte della Cipriani l’attrice si inerpica su momenti di improvvisazioni che dovranno condurla a quel crocevia visionario tra il mondo interiore e la realtà anche del gesto teatrale. Un superamento del testo, la ricerca di un’ altra possibile interpretazione del testo scritto, mi spiega Elsa, rimanendo però fedeli al testo classico. E’ quanto accade nella scena dei becchini che diventa una danza macabra collettiva.


L’interazione, lo scambio avvengono con grande intensità anche con lo scenografo Gregori che deve rendere nello spazio scenico questi passaggi. Deve rappresentare la scena come luogo mentale oltre che come il palazzo di Amleto, nodo tra pensiero e azione. Scene che richiamano sempre, pur nella loro visionarietà, al classicismo delle opere e delle origini del teatro nel tentativo di dare una chiave di lettura che possa  essere significante anche per noi, oggi.
Un lavoro faticoso che parte molto tempo prima che gli spettatori possano assistervi. Gli spettatori, un insieme di sensori che l’attrice deve saper interpretare durante la sua performance cogliendo il silenzio fatto di noia o di attenzione e riprovare a dare corpo e dialogo al lavoro. Una capacità che si può apprendere avendo fatto il teatro per bambini. I più piccoli, mi racconta, non hanno remore ad abbandonare la concentrazione con rumoroso fastidio e non hanno remore a non applaudire.
Lavorare stanca e recitare pure. Corpo e mente hanno un avversario temibile nell’immaginazione che deve andare sul palco con gli spettacoli di  Cipriani. E anche da questo nascono i distacchi di Elsa dalla compagnia ma che, immancabilmente per una sorta di simbiosi, si trasformano in ritorni come negli spettacoli di questa estate.
Nella sua carriera le è mancata la possibilità di scegliere fra più generi. Le sono mancati i provini che per il teatro non sono più la leva principale delle scelte per i ruoli. Le è mancata la forza di scrivere a Ronconi o di trasferirsi a Parigi per poter incontrare Peter Brook ed in generale le regie che, come per Cipriani, si spostano dalla semplice lettura del testo. Ha preferito costruire dei momenti dove la conoscenza di critici, autori e registi, avvenisse attraverso un contatto concreto in ambito lavorativo.

E non aiutano nemmeno le ristrettezze degli investimenti pubblici e privati di questi anni, come pure un modello di ripartizione che, come accade spesso nell’arte, si muove per filoni acclamati da un insieme di situazioni, personaggi ed interessi.
Non ci sono risentimenti, semplicemente il lavoro è fatto anche di relazioni che si coltivano e c’è qualcuno che non le ama a prescindere.
Elsa ama sicuramente il canto. La sua voce è stato un inganno per tutta la chiacchierata di quella sera. Preso dal corpo delle parole mi sfuggiva lo strumento che le soffiava. Un concerto tenuto per puro divertimento ne svelava la capacità di delineare il quadro sonoro in cui si trovava. Non è complicato immaginarsi uno dei quadri scenici dell’Opera da tre soldi.�
Ciro Ardiglione

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