La letteratura è immaginata dal lettore. Dialogando con Emanuele Trevi

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La prima volta che sono riuscito a parlare con Emanuele Trevi è stato per definire orario e giorno del nostro appuntamento. Mi ha detto che non riusciva a darmi una data perché era in giro per l’Italia. Se volevo potevamo fare l’intervista sul momento. Ho tentennato. Non avevo preparato le domande, le avevo soltanto abbozzate, perse all’interno del computer. Ho deciso di fare ugualmente l’intervista per non perdere l’occasione, sperando nella memoria, sperando che le domande cominciassero a fluire. A posteriori ho letto i miei appunti su Due vite, il romanzo con cui quest’anno Emanuele Trevi ha vinto il Premio Strega. Erano più o meno questi.

Trevi butta lì, en passant, nomi e circostanze. Lo fa con una tale leggerezza da farli sembrare irrilevanti. Ma in quel movimento scava comunque i significati di ciò che porta alla luce.
Anche gli spacciatori di “MS” vengono colti nella loro umanità, come quando Pia parla di Gogol con l’ucraino che le vende un pacchetto di sigarette a un prezzo indicibile.
Il libro Due vite non è solo o principalmente un libro d’amore o sull’amicizia. È una visione del mondo. È una weltanschauung.
È caustico sull’amore.
Cita il fotografo Marco Delogu. Con cui pare abbiano una familiarità importante. Sarebbe interessante intervistarlo.
Trevi cita il libro di Pia Pera intitolato “La bellezza dell’asino”.
Interessante il concetto di unicità nella malattia.
Trevi nella sua scrittura esprime il segno di una pacata resa all’insensatezza del vivere.
Trevi dice che Rocco Carbone scrive libri solo per palati fini.
Evoca i morti.
Quando Rocco si insedia nel sonno sembra di sentir parlare Jung.
Due vite ha il carattere della confessione.
Ci sono riferimenti a Harry Potter, a Cracco. Trevi non disdegna la cultura popolare.
Armeggiare con la carrozzina elettrica.
Provo irritazione per alcuni passaggi perché complessi. Contemporaneamente mi affascina per la sua capacità di dominare quella complessità e trasformarla in poesia.
È indeciso su quale opzione scegliere. Rocco è uno spettro o è una realtà?
Rocco dice che Trevi fa della prosa d’arte. Forse è vero. Direi che fa poesia.
C’è amore nei confronti di Pia.
Due vite non definisce cosa sia la morte ma ha il coraggio e la capacità di dialogare con essa. È un libro necessario in epoca in cui la morte viene estromessa. Grande rispetto nei confronti della malattia di Rocco e Pia.
È capace di trasformare una fica in un giardino mistico.

Non ho avuto tempo di predisporre le domande. Al momento dell’intervista glielo dico, ma lui mi accoglie con simpatia.
Premetto che non ho preparato le domande.
Ma che devi preparare!
Emanuele Trevi Due viteInizio dal piacere che ho avuto nel leggere Due vite. È un libro dai molteplici livelli dove racconta la vita di due suoi amici intimi, Rocco Carbone e Pia Pera. Avrebbe potuto intitolarlo benissimo due morti, lei affronta decisamente il tema della morte.
Però quello che mi interessa è il senso di una vita. Due morti proprio non mi è venuto in mente.
Sì. Rocco e Pia sono due persone che sono morte molto giovani, nel mezzo della tempesta della vita se ne sono andate. Sicuramente questo è un tema grosso del libro. Certo.
Mi sembrava che nel modo in cui lei affronta la tematica della morte ci fossero molti echi junghiani. Quanto nella sua formazione ha pesato l’impostazione di suo padre, noto psicoanalista junghiano?
Ho cominciato a studiare delle cose junghiane dopo averlo finito. Oggi stesso in treno ho letto una cosa molto bella di Jung.
Jung l’avrebbe definita una coincidenza significativa.
Dopo mi sono messo a studiare proprio delle cose di Jung.
Ho apprezzato particolarmente il modo in cui lei affronta il tema della disabilità, con estremo tatto.
Ci vuole anche non usare eufemismi però. Perché le cose vanno dette anche con il loro nome, nel bene e nel male della vita. Bisogna scrivere e riscrivere, trovare il tono giusto.
Credo che lei l’abbia trovato. Il libro è davvero un piccolo gioiello.
Ho fatto molti altri libri su questo tema. Il mio è un tipo di arte che approfondisce, la mia arte è quella, non è quella del romanziere tolstojano. Certe volte ho visto che da giovane avevo dei risultati buoni. Poi non tutte le ciambelle riescono col buco. In questo libro sono riuscito a farlo bene perché ne ho scritti molto negli altri. Quindi quando ho affrontato questo tema terribile della morte precoce ci sono arrivato preparato dagli altri libri, soprattutto da quello precedente, Sogni e favole che ha lo stesso tono. Sono due libri infatti nati nello stesso periodo di tempo.
Lei affronta due temi delicatissimi. Uno è quello della fine di Pia che finisce i suoi giorni in carrozzina. Il modo in cui lei ne parla non lascia nessuna indulgenza alla retorica, al pietismo. Questo è un tratto estremamente interessante della sua scrittura.
Lei rimproverava al suo amico Carbone che la sua scrittura era eccessivamente rarefatta, colta, per palati sensibili e per questo andava incontro a un pubblico ristretto. Non è la stessa critica che potrebbe essere rivolta a lei? La sua è una scrittura molto colta, molto sapiente.
No. No, no.
Quello di Emanuele Trevi è un no trascinato che non ammette repliche.
È proprio diverso. La roba come la scrivo io poi magari non vende tanto all’anno, ma ha una circolazione enorme.
Quindi lei trova che questa osservazione non sia appropriata?
Di fatto ristampo sempre i libri precedenti. Ad esempio un libro che ho venduto molto nella vita sia in Italia che in Francia si chiama Qualcosa di scritto che è un ritratto di Laura Betti. Tutte le persone interessate a Laura Betti o a Pasolini lo leggono anche molto dopo che è uscito, e continuamente lo ristampano. Invece il personaggio del romanzo viene dimenticato se non è Harry Potter. Cioè uno su un milione viene ricordato.
Qual è la differenza tra scrivere di personaggi reali e personaggi di fantasia?
Agli effetti pratici, artigianali, nessuna. Perché per creare immaginazione nella testa del lettore comunque devi sacrificare enormi aspetti di realtà, enormi quantità di ricordi, di cose. E quindi alla fine se vado a scrivere Rocco Carbone o Pinocchio è la stessa cosa. La gente che non scrive pensa che sia diverso, ma se scrivi è uguale.
Quanto è faticoso scrivere un libro?
Io non ho dei riti. Rispondo al telefono mentre scrivo. Mi viene naturale. Mi da l’idea che da giovane ci faticavo di più. Certo, è una grandissima fatica, un impegno enorme. Esige proprio che gli dedichi la vita in una maniera radicale.
Non può essere un impegno passeggero o periferico se si vuole scrivere.
Non ottieni niente. Non ottieni niente. È come la musica, come lo sport. Devi proprio dire “È quello. Devi essere il prete di quello”. Poi puoi avere una famiglia, dei figli. Però quella deve essere la tua religione.
Le cito una frase di un autore che amo molto. “Quel senso narrativo dell’esistenza che è così importante per sopravvivere con un briciolo di senno”. È per questo che scrive, per conservare un briciolo di senno?
Ma. Dato che la vita è abbastanza informe e angosciosa scrivere vuol dire estrarre delle storie dalla vita. Quindi questo consola.
Si interrompe per un attimo prima di rivelarsi sorpreso.
Ma quello era Sogni e favole.
Certo è una sua frase.
Lo dico sorridendo.
Sogni e favole e Due vite sono due libri molto ravvicinati come tono e come stile.
La cosa che mi ha intrigato di Due vite è che lei sia riuscito a mettere insieme linguaggio colto e cultura pop. Lei ad esempio città Cracco, cita Harry Potter.
Che cos’è cultura secondo lei?
Io non distinguo proprio. Per me anche quello che fa il giocoliere, che tira le palline al semaforo è un collega. Infatti mi incazzo se cadono. Perché lo devi fare bene porca miseria.
Mentre lo dice si scalda. Come se più che parlare del suo libro e della sua scrittura gli premesse sapere che quel giocoliere si è dedicato anima e corpo alla sua arte.
Per esempio il porno è un’arte. Io credo che il concetto di arte sia enorme, sia un’immagine credibile del mondo che si ottiene attraverso una cura e una disciplina, come nello sport. Non sopporto la distinzione tra arte bassa e arte alta. E non sopporto neanche l’intellettuale che rivaluta l’arte bassa. L’ho sempre detestato.
Procede per frammenti Emanuele Trevi nel suo ragionamento. Fatico a stargli dietro. Ma preferisco mantenere la frammentarietà per non venir meno all’autenticità delle sue parole.
Perché ad esempio per me Topolino è sempre statoNon ho mai avuto bisogno di fare il ragionamento, il trash, le cosemi ha sempre dato fastidio quell’atteggiamento di degnazione che poi ti porta dire “ah”, che è stato iniziato da Umberto Eco. Umberto Eco è una persona seria. Ha fatto dei libri bellissimi da giovane poi però è diventatoIo ho sempre adorato tutto quello che è fatto bene. Quindi non me ne importa niente se sia Čechov o uno che gioca bene a biliardo. Non ci vedo proprio nessuna differenza.
Tra il maestro e Margherita di Bulgakov, Delitto e castigo di Dostoevskij, Il pianoro delle ginestre di Liala, quale le sarebbe piaciuto scrivere?
Il maestro e Margherita.
Perché?
Perché è proprio il libro mio.
Me lo spiega perché è il libro suo?
A tratti bisogna andare a caccia delle parole di Emanuele Trevi, ma il gioco vale la candela. Se ulteriormente sollecitato non si sottrae.
Perché c’è un grado di accensione fantastica che ti cambia la vita. Ma io non sono così. Bulgakov è un dio, io sono uno che scrive bene.
Quel riferimento bulgakoviano gli strappa un sorriso divertito e autoironico.
Però non mi posso proprio nemmeno paragonare. Come se un giocatore normale che gioca anche in serie A si paragona a Maradona o a Baggio.
Però anche Dostoevskij scribacchiava bene. Perché non Dostoevskij e Delitto e castigo?
Ma perché proprio non è il mio libro. Con tutto l’amore che si può provare per quel libro meraviglioso. Ma proprio non è roba mia. A me piace non so, che le banconote che hanno in tasca i signori di Mosca si trasformano in vespe. Questa è un’immagine che ha Bulgakov, che tutti si comincia a pungere con i loro soldi, o il diavolo che va a Mosca con il maggiordomo che è un gatto. Quello è uno dei libri più belli del mondo.
Però è lontano dalla sua scrittura. La sua scrittura è più lacerata.
Sì, sì. Perché leggere vuol dire integrare delle cose che non puoi fare e che ti danno tantissima libertà. Perché danno un senso di vastità, di come gli artisti affrontano il problema creativo. Infatti io non leggo per cultura, ma leggere è una cosa importante per scrivere. Perché ti apre la mente, ti porta quel ritmo.
Che libro mi consiglierebbe? Bulgakov l’ho già letto.
Bella la sua cadenza romana strascicata, disincantata, popolare, velata d’ironia.
Quello che ti piace leggi. Non so, consiglio il libro che ho letto adesso, ultimamente.
Cosa ha letto?
Puoi darmi del tu, siamo coetanei.
Guarda, adesso sto pubblicando per il saggiatore un libro di Nathaniel Hawthorne, l’autore de La lettera scarlatta. Ho fatto un’introduzione, uscirà a breve. Ti consiglio di leggere quel libro. Si chiama La casa dei sette abbaini. È un romanzo bellissimo. Se lo cominci a leggere lo finisci. Devi aspettare un po’ perché ho corretto adesso le bozze per il Saggiatore. Ma tu sei un critico letterario?
Nooo. Oddio. Tra me e me penso che adesso tocca a me definirmi. Ho un attimo di tentennamento prima di riprendermi, di abbozzare una risposta.

Sono un amante della scrittura, amo molto il teatro, vado spessissimo a teatro.
Cambio discorso. Mi proietto su domande e risposate più necessarie.
La cosa che mi ha colpito della tua scrittura è il modo in cui tu racconti la storia di Pia che è in carrozzina, perché io ho una tetraplegia e sono in carrozzina.
Ho trovato che il tuo rapporto con la carrozzina, con il percorso fatto da Pia sia stato veramente… Sei andato al di là della disabilità come viene letta comunemente. Hai guardato il percorso esistenziale. Questo l’ho trovato estremamente raro. Per cui ti faccio i complimenti.

Ti dirò una cosa che si può anche scrivere nell’intervista. Ho tolto dal libro, una parte che ricordava molto la carrozzina. Perché io sono sicuro che Pia ha spinto la carrozzina verso un fosso e ci si è buttata. Perché sai, in questo giardino che lei aveva creato, questo meraviglioso cingalese che la accudiva le aveva annullato le barriere architettoniche. Però lei con la SLA stava sempre peggio. Perché perdi pezzo a pezzo, e aveva paura di quelle cose tipo la tracheotomia. Quindi credo che sia un suicidio con carrozzina. Però sai, perché l’ho tolto non lo so.
Provo a ragionare con te non pretendendo di dare delle risposte. Ma semplicemente perché alcuni momenti li ho attraversati. Sette anni fa con la Guillain Barré sono stato in coma e ho passato tre anni in ospedale. Quindi, alla morte ci pensi. togliendo quell’elemento hai reso ancora più potente la figura di Pia. Altrimenti avresti corso il rischio di…
Non è un problema tanto etico. Non lo so…
Avresti spostato l’attenzione del lettore sulla carrozzina.
Sì perché poi è stato un movimento che era molto condizionato dalla carrozzina. Certo. Cioè me lo sono immaginato perché andando a casa di Pia avevo visto che quest’uomo che la accudiva era un uomo stupendo, aveva eliminato le barriere per farla girare nel giardino. Era silenziosissimo, un asiatico strano. Però le voleva bene.
Rispetto alla disabilità ho notato che i popoli in viaggio, arabi, neri, sono estremamente attenti. Chi mi dà una mano quando sono in giro per la città, sui mezzi, sono più gli stranieri, i migranti. Probabilmente partendo da situazioni di povertà, di fatica, sono maggiormente in grado di capire la fatica degli altri.
Credo che lui fosse di religione buddista. Io sono stato a Sri Lanka. Però ci sono anche tanti cristiani. Questo non vuol dire. Però anche quando sono cristiani sono asiatici.
Nel libro ne parli ma ti faccio ugualmente la domanda. Qual è il tuo rapporto con la morte?
Guarda, cerco di non pensarci. Mi hanno colpito le tue domande per cui ti ho risposto con maggiore intimità di quello che faccio di solito. Però oggi, mentre giravo, ogni giorno devo salire sul palco eccetera, ho avuto la notizia di una morte di un mio amico che è un attore notissimo che è Libero De Rienzo. Forse avrai letto.
Sì ne ho letto.
Era un figlio per me. Per cui la morte in queste ore mi fa male. Hai capito?
Capisco.
Le nostre voci si affievoliscono fino a spegnersi, in un moto di pudore.
Posso scriverla questa cosa o preferisci di no?
Mi risponde con voce mesta, non c’è pianto ma un’infinita tristezza.
No, no. Figurati. Ho scritto anche un pezzo sul Corriere della sera. Purtroppo la nostra vita è così, che tu sei schiantato e poi scrivi il pezzo. Perché comunque piace alla famiglia. Devo stare vicino a queste persone. E quindi che cosa ti devo dire della morte? Vorrei che non esistesse.
Valeria Imbrogno, la fidanzata di dj Fabo in un’intervista mi ha detto una cosa che mi ha commosso. “Dopo la morte di Fabo sono salita sul ring per il campionato del mondo dei pesi mosca perché glielo avevo promesso, e ho vinto. Io che ho danzato con la morte il giorno del match non ho avuto paura. Non ero nervosa”. La morte se la sai interrogare insegna qualcosa. Non tanto la morte in sé stessa, è l’interrogarla che può portare a qualcosa.
La scrittura può salvare?
La scrittura salva la vita quotidiana, nel senso che tu arrivi alla fine della giornata e hai avuto quelle due ore di baricentro, e hai messo un dito in culo alla morte, come si dice a Roma.
Scoppio a ridere. Più di qualche raffinata riflessione filosofica questa espressione popolaresca e caciarona è piena di senso.
Non salva in una prospettiva che tu puoi spalmare sulla vita. Perché diventano astrazioni, filosofia.
Me la spieghi meglio questa ultima parte?
Oggi mi sono svegliato a Lecce, non riuscivo manco a svegliarmi, ho dormito malissimo, poi con due caffè mi sono un po’ svegliato, ho cercato comunque di essere gentile con le persone. Però sono stato sempre con questo pensiero della morte. Ci sono state telefonate, interviste, cose mentre pensavo a tutt’altro. Però ho letto in treno cinque pagine di un uomo saggio, non a caso Jung, e quello mi ha salvato.
Quindi può salvare sia come atto attivo del nostro scrivere, ma anche leggere pagine di altri.
Come sei arrivata alla scrittura?
Mi è sempre piaciuta proprio l’idea. Mi è sempre piaciuta fin da bambino. Ricordo che i nonni mi davano una macchina da scrivere, di quelle Olivetti che erano mezzi giocattoli, e ho cominciato a scrivere un romanzo sui Fantastici quattro perché mi piacevano.
Quanti anni avevi?
Ero piccolissimo, dieci anni. Mi è sempre piaciuto leggere e scrivere. Il nemico principale dei Fantastici quattro è il dottor Destino, e il mio romanzo cominciava proprio con la maschera del dottor Destino. Anche leggere mi è sempre piaciuto moltissimo.
Tuo papà era uno psicanalista junghiano. Che rapporto avevi con tuo padre?
L’ho conosciuto poco. L’ho conosciuto poco perché era una persona misteriosa, distaccata. Non aveva bisogno della compagnia degli esseri umani. Invece io sono uguale a mia madre sempre in mezzo alle persone. Mio padre era un lupo solitario, ma in maniera radicale, tragica.
Hai figli Emanuele?
No, no. Però la mia ex moglie, la scrittrice Chiara Gamberale, ha una bambina a cui mi sento legatissimo. Immagino come possa essere per chi lo fa anche biologicamente. Perché a me ha proprio cambiato la vita il rapporto con questa bambina, che poi si chiama Vita.
È un nome importante da portare.
Tra un poi dovrò andare a sentire un omaggio di Petra Magoni, cantante di impostazione jazz.
L’ho intervistata. La adoro. Se lo incontri salutamela.
Non so se la vado a salutare dopo. Però sicuramente se è lo faccio.
È una persona estremamente sensibile e molto generosa.
Fa un omaggio a David Bowie con Paolo Fresu. A me non piace molto il jazz, quella impostazione. Però sarà bello, credo.
Lei è splendida.
Lei per esempio ha fatto un lavoro sui Beatles che mi è piaciuto moltissimo. Quindi ho fiducia che questa sia una cosa bella.
Questo spettacolo non l’ho visto ma come persona e come artista lei è veramente fantastica. Poi parlando di figli lei ha fatto un eccellente lavoro con la figlia Frida. L’ha accompagnata a diventare l’artista che è al di là del fatto che sia ipovedente. È stata molto in gamba.
Sì, io la conosco poco. Conosco molto di più perché ci ho fatto uno spettacolo insieme proprio su Pia Ferruccio Spinetti, che è il suo partner abituale, un contrabbassista bravissimo. Ho fatto con Roberto de Francesco e lui uno spettacolino sull’Onegin di Puškin dove sono anche io in scena, in memoria di Pia, ma prima di scrivere il libro.
Parliamo un po’ di politica editoriale. Tu arrivi a vincere lo Strega con Due vite edito da Neri Pozza che è una piccola casa editrice. Io ho cercato in libreria i tuoi libri e non sono riuscito a trovarli. Ci lamentiamo che le persone non leggono. Però i libri di qualità non si trovano.
Sai non lo so. Su Amazon ci sono tutti.
copertina di Qualcosa di scritto di Emanuele TreviSu Amazon sicuramente infatti li ho comprati online.
Io non ho grandi preoccupazioni. Proprio per il motivo che ti ho detto prima. Cioè, se mi interessa Pasolini prima o poi incontrerai qualche polemica su Qualcosa di scritto e te lo comprerai. Sono tutti i libri che hanno un senso, su Roma, su Pietro Tripodo. I pochi romanzi veri e propri che ho fatto si avvantaggiano di questo come Il libro della gioia perpetua che è un romanzo in senso canonico. Paradossalmente quelli invendibili vendono e quindi trascinano il romanzo vendibile. Capito come è la logica del mercato letterario? Magica non è reale.
Praticamente ho scritto dei romanzi tradizionali nella vita. Il libro della gioia perpetua e un altro che si chiama Il popolo di legno, non Dostoevskij, due onesti prodotti. Entrambi hanno avuto dei premi, degli onori, ma non sono andati. Te ne rendi conto proprio. Non sono stati dei successi. Poi hanno avuto molti estimatori, il premio Napoli, altre cose. Io ero contento lo stesso di averli scritti. Un genere che sulla carta sembra più invendibile di questi due libri ha fatto sì che questi libri non siano morti, li ristampano nella BUR. Perché? Perché gli altri sono andati bene. Sono andati bene proprio quelli che uno qualsiasi di questi geni dell’economia editoriale, direbbe che è roba che non vende.
Patrick Modiano ha vinto il Nobel e non ho venduto dieci copie di più. Chi se ne frega. Però durerà. Lo leggono da trent’anni. Tu devi scegliere se avere una prestazione esplosiva però la letteratura è fatta di memoria. Non è che io aspiro all’immortalità. Però aspiro a una lunga durata. Questo è quello che ho sempre cercato. Praticamente mi ristampano continuamente dei libri che ho scritto negli anni Novanta quando ero un ragazzino. Poi fanno 4mila copie in un anno? Va benissimo. Però la logica è totalmente invertita perché io ormai, avendo cinquantasette anni ho fatto anche l’esperimento del romanzo tradizionale e guarda caso, per i miei limiti, non ha avuto quella fortuna delle altre cose. Eppure Il libro della gioia perpetua è il libro più bello che ho scritto, quello che vorrei portarmi nella tomba. Però non ha funzionato. Certo sta nella BUR Rizzoli e uno mi potrebbe dire “Beh insomma comunque non è andato male”. Però rispetto al mio potenziale non è andato bene.
Che progetti hai? Hai già in cantiere qualche cosa d’altro?
Beh, sì certo. Che sto a parlare tutto il giorno di Due vite? Divento scemo.
Lo dice sornione. Scoppio a ridere e lui con me. Trovo splendida la sua ironia, il suo modo giocoso di affrontare le cose. È un piacevolissimo conversatore e un “dissacratore” impenitente.
Che cosa stai scrivendo?
Sto curando. Sto facendo una cosa che faccio con altrettanto amore che per i libri miei. Sto curando le opere di Philip Dick. Sono passato alla Mondadori ed è un lavoro con una squadra straordinaria. È un lavoro molto bello.
Quindi la fantascienza come genere ti intriga.
No, no. Mi intriga Philip Dick. Mi intriga perché è un genio che ha portato degli elementi proprio pop, come dicevi prima, a un livello di bellezza assoluta, poetica.
Lui è un visionario.
Lui riesce a passare dalla spazzatura alla poesia direttamente. E quindi è un grandissimo artista. Come Kurt Vonnegut è un grandissimo artista.
Di recente ho visto al Teatro Menotti di Milano il suo Mattatoio n. 5.
Si però Kurt Vonnegut era meno pop. Quindi si è avvantaggiato.
Tra i due preferisco Philip Dick, più suggestivo.
Philip Dick amava molto Vonnegut. Lo rispettava tantissimo. Aveva una venerazione. Però Kurt Vonnegut aveva aspirazioni più alte all’inizio. Quindi si è orientato in maniera diversa. Quindi faccio questo con grande gioia. L’unica cosa nella vita che non m’importa è avere successo.
Del resto il successo l’hai già avuto.
Le cose mie sono sempre andate bene. Quindi, non voglio essere superbo nel dire che non mi importa, ma non importa. Eh, che ci posso fare.
C’è come con un tono di rammarico nel tono della voce. Forse ha a che fare con il capire che l’ambizione di successo avrebbe potuto dare almeno un qualche senso alla vita. E forse Emanuele, nonostante il suo disincantato e ironico cinismo, è ancora un ricercatore di senso.
Fortuna? Quanto conta la fortuna?
No, no. Non è stata fortuna. Credo che sia stato duro lavoro. Però mi interessa fare le cose, non mi interessa il successo che hanno.
Quante ore al giorno lavori?
Poco. Non mi piace drammatizzare la scrittura. Non mi piacciono sedute lunghe. Se sto a lungo è proprio per distrazione perché quel momento mi piace. Ma proprio poco, vado avanti per poco.
Che cosa consiglieresti a un giovane scrittore?
Di farlo tutti i giorni poco tempo, due ore. Sembra facile. Su ventiquattro dici tu. Vedi, prova.
Nella scrittura punti sull’ispirazione o su un lavoro di ricerca a tavolino?
Insisto con le domande per rubare ancora un po’ di tempo e della sagacia di questo autore disincantato, che con le parole sa costruire magie.
Né l’uno né l’altro. Punto proprio sul metodo.
Che metodo hai?
Mi metto lì, cerco di costruirmi un’immagine credibile del mondo sostenute dalla bella definizione di una voce. Quindi, è un metodo in cui la riscrittura ha molta importanza perché è tutto a beneficio del lettore. Il lettore fa l’opera letteraria. Questa la rende diversa da ogni altra arte.
Vuoi spiegarti meglio? Intuisco quello che dici ma mi piacerebbe se tu me lo spiegassi meglio.
Le altre arti sonoMa questo non comporta la superiorità della letteratura, ma semplicemente la diversità. Tutte le arti sono delle pappe fatte rispetto alla letteratura perché è vero che noi possiamo reagire a una musica di Stravinskij, o ti fa schifo o la adori. Possiamo reagire a un balletto o a un dipinto, però sono quella cosa lì. Mentre invece la letteratura è immaginata dal lettore. Quindi, diciamo che è l’unica arte in cui l’utente ha un ruolo fondamentale di completamento dell’opera. Michelangelo non ti chiede di fargli il panneggio. Shakespeare ti chiede di immaginare la faccia di Iago. Non è una cosa da poco. Quindi, noi lavoriamo a un dispositivo meraviglioso, una magia, che è orientata verso l’immaginazione del lettore, in una maniera che le altre arti non possono avere. La letteratura è un’arte unica in tutto il sistema delle arti. Perché comporta un tale grado di collaborazione, esattamente un cinquanta per cento. Quindi, tutto il lavoro è orientato se fatto bene. È quello che non riescono a capire i giovani quando iniziano. Pensano di esprimersi, devono imparare a fare immaginare. È un passaggio decisivo. Solo i veri scrittori lo sanno fare, i veri scrittori anche minori come me. Però devi essere capace di lavorare per il lettore se sei uno scrittore. Non stai esprimendo la tua interiorità, il tuo mondo. Non stai nemmeno esprimendo una tua trama. Devi farla immaginare all’altro. Il centro del lavoro non sei tu. E questo è il metodo.
Ti definisci uno scrittore minore?
Non ho una percezione di me come un genio, no. Uno di quelli che proprio ci scrivono i libri.
Il Premio Strega non è l’ultimo dei premi comunque.
No, no. Ma io ho avuto molti onori. Ho avuto il premio dell’Unione Europea, ho avuto il premio Viareggio per Sogni e favole. Un premio importantissimo in Francia. No, ho avuto tanti onori. Certo il Premio Strega è il massimo per uno scrittore italiano. Ne sono anche onorato, non mi sono mai sentito particolarmente trascurato nella vita. Fin da quando avevo venticinque anni mi sono sempre sentito rispettato per quello che facevo. Certo è una gavetta dura perché passi anni che magari non hai un consenso. Devi avere pazienza. Però io non ho nessuna tensione verso la fama, verso la celebrità.
Diciamo che non ti consideri un Bulgakov, un Čechov, un Dostoevskij.
No, no. Quello no. Perché penso che quelle persone hanno una complessità della vita interiore che io non ho. Ecco, c’è uno scrittore che io ammiro tantissimo che è Patrick Modiano. Quella è una persona con cui mi posso confrontare.
In Italia chi ti piace come scrittore?
Mi piace molto Francesco Permuniani. Mi piace Michele Mari, Nicolò Ammanniti. C’è gente che scrive bene, tante donne.
Dimmi il nome di una donna.
Beh, io sono molto legato a Chiara Gamberale però lei è troppo vicina a me per poterla giudicare. C’è Mariangela Gualtieri. C’è Antonella Anedda. Ecco tra tutte ti direi Antonella Anedda.
Abbiamo parlato di idee, di astrazioni. Il corpo che ruolo ha nella tua vita, nella tua costellazione umana?
Il corpo è una trappola però nello stesso tempo è una meravigliosa macchina di piaceri. L’ho usato. Se dovessi restituirlo a qualcuno gli direi, è come quando noleggi una barca e la riporti indietro, mi ci sono divertito. Mi sono trovato bene fino a cinquantasette anni. Poi certo comincio ad avere i primi acciacchi. Certe cose non riesco a farle più. Sto molto attento a tenermi sempre in forma. Cammino sempre, perché alla mia età non è che tante altre cose sono utili. Mangio poco, cerco di non superare un certo numero di chili. Però d’altra parte fumo e faccio delle stronzate incredibili.
Quante ne fumi?
Poche. Però mi faccio le canne, bevo, come tutte le persone della ma età che siamo di cultura hippy. Il corpo da una parte è adorato dall’altra è poco rispettato.
Perché è una trappola il corpo?
Perché si rompe, è pieno di malattie. Non è perfetto, quindi noi siamo necessariamente in trappola non essendo perfetti.

Gianfranco Falcone

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