Emergenza ambientale. Cambiare modello di produzione e consumo.

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Una guerra al cambiamento climatico e al riscaldamento globale è sempre più necessaria. Il primo atto per un contrasto determinato e conclusivo, come in qualsiasi guerra o disastro, è quello di dichiarare lo stato di emergenza. In questo caso dichiarare lo stato di emergenza ambientale o climatica, il che significherebbe che tutte le attività vanno orientate in quella direzione e se non possono essere orientate immediatamente bisogna prima riconvertirle. Diventa l’obbiettivo primario della comunità.

Solo in questa maniera possiamo pensare di invertire la rotta prima che sia troppo tardi e cioè prima che il riscaldamento globale non abbia raggiunto quel grado oltre il quale il processo è irreversibile. Finora nessun accordo internazionale è mai stato lontanamente sufficiente a garantirci di evitare quel punto di non ritorno che sconvolgerebbe la vita sulla Terra. Sappiamo bene che sono già scomparse una quantità enorme di specie animali e vegetali e che interi ecosistemi sono stati gravemente danneggiati. Lo scorso maggio United Nations’ Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services ha pubblicato un rapporto con il quale ci avverte che un milione di specie di animali e vegetali sono a rischio di estinzione. La Natura non riesce più rigenerarsi.

A questo proposito qualche settimana fa avevo riportato i risultati di una recente analisi, l’Existential climate-related security risk: A scenario approach dei ricercatori del National Center for Climate Restoration con a capo David Spratt e Ian Dunlop. Lo scenario riguarda i prossimi trent’anni di vita sulla Terra.
Le previsioni sono peggiori di quelle fatte finora perché si sono aggiunti altri elementi di analisi e così «con gli impegni sottoscritti dalle nazioni con l’Accordo Parigi 2015, il percorso attuale di riscaldamento è di 3 ° C o più entro il 2100. Ma questa cifra non include feedback “a lungo termine” sul ciclo del carbonio, che sono materialmente rilevanti ora e nel prossimo futuro a causa della inedita velocità con cui l’attività umana sta cambiando il sistema climatico. Tenendo conto di questi fattori, l’Accordo di Parigi porterebbe a circa 5 ° C di riscaldamento entro il 2100. Gli scienziati avvertono che il riscaldamento di 4 ° C è incompatibile con una comunità globale organizzata».

È impossibile pensare che produzioni “ecologiche”, piuttosto che il raggiungimento di elevate percentuali di riciclaggio, la sostituzione delle auto a idrocarburi con quelle elettriche e via discorrendo possano farci tenere lontani da quel punto di non ritorno. Non è immaginabile che una “crescita verde” possa salvarci, salvando capra (l’aumento del Pil) e cavoli (le risorse naturali). Pensate ai carburanti “verdi” che sono prodotti attraverso l’utilizzo principalmente di olio di palma e di altri derivati vegetali, come alghe o oli vegetali lavorati.
Lo scorso luglio, una rete di 143 organizzazioni e un team internazionale di ricercatori di 30 Paesi, ha pubblicato la prima analisi scientifica sul “Decoupling debunked”, «denunciando come “non solo non ci sono prove empiriche a sostegno dell’esistenza di un disaccoppiamento della crescita economica dalle pressioni ambientali in misura anche solo vicina a ciò che servirebbe per affrontare il collasso ambientale, ma, e forse è ancora più importante, sembra improbabile che tale disaccoppiamento si verifichi in futuro”. La strategia basata sull’aumento dell’efficienza, tanto cara alle grandi coalizioni bipartisan, non funziona se non si integra con la necessità di raggiungere la “sufficienza”. Vuol dire consumare meno e ridimensionare molti settori produttivi, per ricondurre lo sviluppo all’interno dei limiti del pianeta e delle sue capacità di rigenerazione e autorganizzazione» [1].

A questo aggiungerei che non possiamo lasciarci indietro nessuno: dall’Africa all’Asia all’America latina per quanto questo sia complicato. Non c’è un PIANETA B.
Pasquale Esposito

[1] Giuseppe De Marzo, “L’inganno della green economy”, https://volerelaluna.it/ambiente/2019/09/12/linganno-della-green-economy/, 12 settembre 2019

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