Enrico Berlinguer, la vastità morale e il suo umile carisma

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Il 7 giugno 1984 non è una data qualsiasi sul calendario della Storia. Quel giorno in realtà il tempo si fermò e l’orologio iniziò a girare al contrario, indietro. Scandita da ore terribili e drammatiche, iniziava l’agonia che, in poco tempo, avrebbe portato via per sempre Enrico Berlinguer. Furono giorni terribili, colorati dello scuro di una attesa disperata, segnata. Giorni che precedettero quei manifesti enormi nella loro drammatica semplicità, spalmati e lacrimevoli sui muri di ogni città: Ciao Enrico! I bambini chiedevano ai genitori: chi è quel signore? La risposta: “una brava persona”.

Così, proprio da quel palco da cui un milione di volte si era rivolto al Suo Popolo, il più grande Segretario del più grande Partito Comunista del cosiddetto “Mondo occidentale”, tornava a una Terra sicuramente “lieve”. Al contempo, lasciava a quello stesso Popolo una eredità, non solo ideologica, enorme e impossibile da trattenere. Talmente grande e pesante che, presto, molti ne vennero inesorabilmente schiacciati. Enrico Berlinguer era innanzitutto la rappresentazione dell’uomo: il volto amico dell’“umanesimo” che fu il concentrato più puro di quella parte dell’Universo che si ritrova ostinatamente nella galassia della Sinistra.

Diventammo all’improvviso soprattutto orfani di un padre “buono”, che era anche dolce di una ferma tenerezza. E tutti più poveri: di una deprivazione etica. Il vero “compagno” dei lavoratori che, oltre alle battaglie politiche e sociali, divideva con essi innanzitutto il pane. Il nutrimento della lotta per le uguaglianze e contro ogni ingiustizia, per rimettere al centro di ogni dialettica l’uomo e la sua dignità. Innanzitutto non far sentire mai soli coloro che hanno bisogno. Per questo Enrico Berlinguer è stato operaio con gli operai davanti ai cancelli delle fabbriche; era, pur nella sua esilità, il pugno forte, teso e alzato nella lotta quotidiana contro la sopraffazione padronale. E’ stato primo fra i pari nel desiderio sconfinato di diffondere quella cultura e quegli insegnamenti indelebili e scolpiti nei cuori dei giusti.

Oggi ci manca infinitamente, anche solo la parte più piccola della sua vastità morale e del suo umile carisma. Fu capace di suscitare solo amore, non solo per la politica, bensì per tutto un approccio alla vita che, sotto la sua velata, riservata guida, sembrava come apparire più sicura a tutti nella quotidiana lotta contro le avversità. E’ stato figlio della Resistenza e della Fabbrica; è stato il figlio di Sandro Pertini, l’unico Presidente della Repubblica che lo fu per davvero, e che pianse sulla bara come un padre su quella di un figlio morto per una logica innaturale e inaccettabile. La sua assenza perdura nelle coscienze, che quasi lo vorremmo rimproverare di essersene andato così in fretta; di averci lasciati soli troppo presto, di averci fatto versare tante lacrime di rabbia. E così quanto vorremmo vederlo sollevato di nuovo sopra quelle teste di chi andava ai suoi comizi e, come un angelo custode, passare di braccia in braccia per dare un po’ della sua forza gioiosa a tutti.

La sua scomparsa spalancò le porte alla natura turpe della “nuova politica”. Nel Mondo gli interessi del profitto divorarono ogni etica. E così oggi ci troviamo nelle sabbie mobili di una palude che di “politico” ha ben poco. La perdita dei diritti non è però così grave quanto la rassegnazione. Almeno un paio di generazioni non hanno conosciuto neanche lontanamente il significato delle lotte per i diritti e per una vita dignitosa. Resta ben poco tra gli scranni, nelle sezioni, per le strade.
Cercando di non cadere fino al fondo delle trappole del catastrofismo, conviene oggi intanto mantenere vivo il ricordo di chi era quel Signore. Enrico Berlinguer, una brava persona.
Cristiano Roccheggiani

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