Enrico Veronese e l’indie: viaggio lontano dalla plastica commerciale

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Per conoscere un territorio bisogna esplorarlo, viverlo in prima persona, viaggiare per confrontarlo con altri territori. In questo percorso, avere una buona guida è fondamentale. Per questo abbiamo scelto di addentrarci nelle terre selvagge della scena indipendente seguendo Enrico Veronese, uno degli esploratori più esperti, nel tempo libero giornalista e padre di ItalianEmbassy.it. Abbiamo così potuto guardare l’indie da nuove prospettive e viaggiare attraverso questa cultura cogliendone sfumature inattese e panorami in bilico tra il reale e il possibile. Buon viaggio.

Enrico-Veronese
Enrico Veronese allo stadio Tardini

Come pochi altri generi musicali (chi ha detto Grunge?), l’Indie fissa le coordinate di un’attitudine piuttosto che di un sound. Quali sono secondo te gli elementi comuni a tutte le band racchiuse in questa categoria?

La premessa è un fraintendimento: l’indie non è una categoria. Non è come il pop, il jazz, il noise e così via. Raggruppa tutte produzioni di fonte non-major (e le major sono quattro, più le associate), quindi tutto e il contrario di tutto. Bon Iver, Junior Boys, Vaccines, TV On The Radio, Belle And Sebastian sono tutti considerati “indie” pur nell’assoluta differenza di genere. Detto questo, posso dire che “indie” sono quegli artisti che, pur non avendo come obiettivo di farne una professione, curano la musica in maniera professionale come applicazione e motivo d’esistenza. Indie sono coloro che si sanno ben muovere su internet, senza fare spam ma coltivando relazioni utili a uscire dal guscio. Indie sono coloro che non amano in alcun modo la plastica commerciale che continua ad andare per la maggiore. Indie, infine e soprattutto, possono essere definiti coloro che sono attenti alle cose musicali che li circondano nel mondo, al tempo presente e con spirito plurale, di modo da essere al passo coi tempi, con la vocazione degli ascoltatori, con il costume e i contenuti giudicati freschi e degni di essere rappresentati qui e ora.

C’è una barzelletta che spiega perfettamente un atteggiamento diffuso tra gli ascoltatori indie: “why did the hipster get burned by his coffee? Because he drank it before it was cool“. Come giudichi questo fondamentalismo anti-mainstream? Il successo può effettivamente pregiudicare l’indipendenza di un artista?

Penso dipenda molto da una questione di target. Il pubblico mainstream, specie se giovane oggi, non è portatore di contenuti cool, mediamente più sempliciotto e ben disposto a farsi fare la playlist dai media generalisti, i quali sono al soldo della pubblicità delle major. Nell’ambiente indipendente invece l’artista cerca un proprio pubblico, anche con un rapporto 1:1, fidelizzandolo a suon di uscite parcellizzate in una dimensione orizzontale. Nel mainstream in effetti sono pochi gli artisti e i brani che possono interessare un pubblico indie, ergo è comprensibile questo atteggiamento. Il successo di numeri crea aspettative, per cui l’artista si trova ad essere condizionato dal fatto di doversi ripetere, di rischiare il meno possibile. Diverso è il discorso per chi viene messo sotto contratto da una major: per quanto questa possa accondiscendere a mantenere i contenuti lirici e musicali di prima, essa cerca sicuramente maggiori introiti da un pubblico allargato rispetto agli “introdotti”, pensando di dover snaturare lo stesso prodotto che l’aveva colpita. Questa è una cosa inutile, e soprattutto presuppone il fatto – a mio avviso errato – che ci siano fasce di pubblico pregiudizialmente refrattarie a stilemi indie. Il caso dei Baustelle, ma non è l’unico, è là a dimostrare che si può allargare il bacino d’utenza di una band che passa dall’indie al mainstream, senza perderne i connotati.

Buona parte della musica indipendente italiana nasce dall’interpretazione di trend esteri o, in alternativa, dalla rilettura del patrimonio cantautoriale nazionale. Quali altre correnti contraddistinguono la nostra scena? Ritieni ci siano i presupposti per creare qualcosa di veramente innovativo?

La scena nazionale ha scarsa attenzione e conoscenza verso tutto ciò che c’è stato in Italia prima di essa (si pensi a rocker autoctoni quali gli Area), poca curiosità per le eccellenze ma manco per i percorsi laterali (etnici e popolari, ad esempio), per la sperimentazione sonora e “ideologica”, per i motivi che rendono appetibili alcuni suoni in contesti analoghi all’estero. D’altro canto, questo ambiente non riscontra manco la fiducia dei diffusori, ovvero dei mass media, delle programmazioni radiofoniche, dei giornali quotidiani, dei locali non sempre gestiti al meglio… quindi non sente addosso alle sue migliori iniziative il calore per farlo andare oltre la scontata competizione con l’estero.

 

3 album che ti hanno colpito nel 2011:

A Toys Orchestra, per l’impressionante continuità nello scrivere canzoni grandi e variegate. Captain Quentin per frullare generi “ostici” rendendoli agevoli con ironia. Aucan per una risposta monolitica all’unione internazionale tra l’elettronica black e le chitarre.

3 artisti che ci comlpiranno nel 2012:

 

Colapesce, forse l’Italia ha trovato un nuovo grande paroliere consapevole. The Van Houtens, one man band che macina singoli (brit)pop a pronta presa. Winter Dies In June, da una storia che poteva essere gloriosa (Vancouver) nasce una speranza ingente per la qualità nei testi e negli arrangiamenti.

3 canzoni per spiegare l’indie a chi non lo conosce:

Prima o poi” dei Cosmetic: ritornello killer e frase generazionale sono tra i dettami dell’indie nelle sue afferenze più popular, la ruvidità di certe chitarre e i volumi alti fanno il resto. “Hipsteria” de I Cani: l’indie in Italia è molto spesso e purtroppo volentieri autoreferenziale, ecco in un brano tutti i tic della ragazza indie romana media, con un suono ad hoc. “Vent’anni” degli Zen Circus: quello che gli americani hanno chiamato teen spirit in Italia è sentimento ruspante d’appartenenza, coro, attesa di un concerto dal vivo.

Quale lezione dovremmo imparare dalle scene indie straniere, e quale lezione potremmo invece esportare all’estero?

Potremmo mutuare magari la ricerca più del pubblico che dei media, specie di quelli specializzati, col risultato che la cultura indipendente qua è considerata di serie B mentre altrove no. Da insegnare abbiamo il modo in cui trattiamo i musicisti quando suonano dal vivo, garantendo loro quel pernotto che all’estero spesso ai nostri è negato (tocca cercarlo e pagarlo da sé).
Paolo Iasevoli

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