“Eri una luce, e una luce s’è spenta”. Pasolini, anima e vita.

fucina delle parole
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Sarebbe stato molto meglio un lieto fine. Un finale in cui la persona dietro l’artista e l’intellettuale, fosse morta anziana naturalmente, piuttosto che per omicidio e massacro.
Sarebbe stato consolante, stimolante, utile, sapere che una persona sensibile e capace, un poeta, uno che, oltre alle idee e alle parole, mostrava anche i fatti umilmente, fosse stato acclamato e accolto con benevolenza da una maggioranza; che fosse stato protetto come una cosa preziosa piuttosto che finire ucciso.
Pur tuttavia, accettiamo amaramente il finale tragico di Pier Paolo Pasolini come un dato di fatto, come un epilogo necessario, senza dimenticarci, però, il valore avuto per tutta la durata della vita. Valore che assume importanza, sempre e ancora, se letto nel contesto attuale. E non è la morte in sé a dare fama e importanza a quest’uomo. Sarebbe ingiusto, ripetitivo e ingrato pensarla così. Infatti quel che ci serve e piace della sua opera e della sua esistenza, assume importanza proprio quando si rianima.

Rendere ancora una volta animata la sua opera, in un piccolo contesto, ma con grande partecipazione, è ciò che si è provato a fare con l’evento Pasolini: Un profeta pericoloso e inascoltato: un reading-omaggio all’artista, attraverso le letture di Arcangela Contessa ed Ermanno Crescenzi dell’associazione La Fucina delle Parole di Terni. Un  incontro del ciclo  Di libro in libro, organizzato di recente dalla Biblioteca di Amelia, e dall’associazione di lettori Librarsi di Narni.

I presenti hanno potuto godere, in un’atmosfera quasi onirica – creata solo da una lampada, due microfoni, un piccolo megafono e una foto di sfondo dello sguardo di Pasolini – un’ora di parole ben lette, ben accompagnate da gesti lineari ma scanditi con arte, musica e luce semplici. Il fine era lasciar catturare l’attenzione dalle pure parole di Pier Paolo Pasolini.
Questo è accaduto realmente.
La musica delicata e ovattata del sassofono di Andrea Socci ha rievocato, personalizzando e addolcendo, pezzi italiani anni Sessanta, solo tra una lettura e l’altra, lasciando sedimentare nelle menti dei presenti, tutta la generosità poetica di Pasolini. Generosità che si è espressa durante la sua vita, non solo attraverso la poesia e il cinema, ma anche, attraverso le azioni.

Se l’opera va, giustamente, ascoltata e letta pura, la vita dell’autore può invece esser conosciuta anche con la mediazione delle parole di qualcun altro. In questo caso ci abbandoniamo a quelle di Oriana Fallaci che scrive una lettera a Pasolini subito dopo la sua morte (pubblicata per la prima volta sull’ “Europeo” nel 1975 e contenuta ora nel libro Pasolini un uomo scomodo, Rizzoli). Una di quelle lettere in cui si cerca invano di ritrovare un canale comunicativo con chi non c’è più, in cui si prova a ricucire gli strappi che un addio non permetterà di ricucire. Una lettera ricca di confidenza, triste e cruda allo stesso tempo, spietata come spietato sembra esser talvolta stato lui nel giudizio di lei. Ma parole che non tradiscono il sincero affetto e rispetto che li univa. Che univa molti intellettuali, a quel tempo. Nell’incipit, che non bada a formalismi, la Fallaci fa riferimento alla crudeltà con cui Pasolini si sarebbe rifiutato di leggere il suo libro “Lettera a un bambino mai nato”, perché legato ad un tema per lui non facile da affrontare ed ambiguo: quello della maternità e del venire alla luce da un grembo femminile. Il tono del disprezzo rivolto ai punti di vista, non abbandona mai la lettera, come del resto non abbandona mai lo stile della coraggiosa scrittrice. Emerge qui anche il fatto che alcune considerazioni, all’interno del suo libro in questione, siano proprio state ispirate dai dialoghi tra i due sul tema dell’esistenza e del dolore del venire al mondo. Perché l’angoscia più profonda, nutrita da Oriana nei confronti di Pier Paolo, era quella che egli cercasse, fino a riuscirci infine, un modo per portare alle estreme conseguenze la propria esistenza, sempre. Scrive:

Io non ti ferisco dicendo che ho sempre saputo che invocavi la morte come altri invocano Dio (…). Eri così religioso, tu che ti presentavi come ateo. Avevi un tale bisogno di assoluto, tu che ci ossessionavi con la parola umanità. Solo finendo con la testa spaccata e il corpo straziato potevi spegnere la tua angoscia e appagare la tua sete di libertà.(…) Non è vero che maledicevi il dolore. Ti serviva, invece, come un bisturi per estrarre l’angelo che era in te (…) Mormorai: “Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo”. E tu mi fissasti con occhi lucidi e tristi (erano sempre tristi i tuoi occhi, anche quando ridevi), poi rispondesti ironico: “Sì?”.

La Fallaci si riferisce qui all’atteggiamento di immersione che Pasolini assumeva nella vita. Al suo modo di parlarne e raccontarne solo dopo averne fatto un bagno profondo. Allude al suo non guardare ad essa da dietro ad un vetro, ma toccandola con mano. E uno degli argomenti che più lo interessavano a fondo era quello dell’anima: com’era possibile che alcune persone, alcuni gruppi, non potessero godere del possesso o della percezione di un’anima? E, quasi a volergliela restituire, sentendo fortemente la propria, anche nel dolore, si immergeva, attraverso il contatto, tra la gente, tra tutta la gente. Prosegue:

La città t’aveva aggredito con la gloria di un’apparizione: Gerusalemme che appare agli occhi di un crociato, dicesti. I grattacieli invece li vedevi come le Dolomiti, e io ti ascoltavo in preda alla paura: eri solo poeta o anche pazzo? (…) Non parlo del tuo coraggio morale, ora, cioè di quello che ti faceva scrivere in cambio di contumelie, incomprensioni, offese, vendette. Parlo del tuo coraggio fisico. Bisogna avere un gran fegato per frequentare la melma che frequentavi tu, di notte. Il fegato dei cristiani che insultati e sbeffeggiati entrano nel Colosseo per farsi sbranare dai leoni.

Tanto torturato dall’angoscia dell’esistenza che, come scrive la Fallaci, rendeva Arthur Rimbaud in confronto a lui “un’educanda”, quanto dolce, delicato e rispettoso della fragilità quasi sacrale di un tramonto rosa e d’oro a Copacabana. Soprattutto se accanto ad una gentilezza e spensieratezza da tutelare come quella di Maria Callas. In questo caso o in altri analoghi, in cui la poesia della vita affiorava in tutta la sua disarmante bellezza, i discorsi impegnati di Oriana, rimanevano inascoltati:

Ma ascoltavi malvolentieri, quasi ti irritasse turbare con tali discorsi un tramonto di rosa e d’oro. Non mi rispondevi neanche. Solo quando ti accorgesti che ciò mi feriva, e io ti aggredii dicendo che allora non eri sincero nelle tue proteste e nelle tue battaglie, eri solo un Narciso che fingeva di battersi contro l’ingiustizia per esaudire la sua vanità, ti mettesti a parlare di Gesù Cristo e di san Francesco. Nessun prete mi ha mai parlato, come te. (…) Anche tu eri fatto d’amore. La tua virtù più spontanea era la generosità. Non sapevi mai dire no. Regalavi a piene mani a chiunque chiedesse.

La lettera si conclude col racconto del fatto della morte, di come la scrittrice è venuta a conoscenza di questo fatto e di come poi sarebbe stato percepito dai più. Quel che rimane impresso e tradisce il tono di rimprovero costante della lettera, è la metafora dolce con cui termina:

Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?

Invece questa luce, come alcune altre, possono riaccendersi ogni volta, grazie all’importante testimone lasciato. Possono riscaldare i cuori di chi ne cerchi conforto proprio, come in questo caso, attraverso l’interesse di uomini come gli attori della Fucina delle parole, dando dignità alla natura stessa dell’opera di Pasolini, non sovrastandola, non alterandola, ma anzi proteggendola. Non saranno mai come la luce emanata da lui, ma possono senza ombra di dubbio, efficacemente, rifocalizzare su lui questa luce, sul suo sguardo, sui suoi occhi da profeta, sulle sue vere e belle rughe comprensive.

Adelaide Roscini

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