Etiopia. Conquista e Conoscenza. Rappresentazione per immagini di Roberto Matarazzo

Roberto Matarazzo
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Esce in questo periodo, voluto dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD), per cui inaugura la nuova collana “Storie, Sguardi, Icone”, un interessante volume che raccoglie le immagini scattate da Roberto Matarazzo, durante due anni di permanenza in quella che allora gli Italiani chiamavano Africa Orientale.

Per l’AAMOD, con operazioni editoriali come quella che porta oggi sugli scaffali il volume con le foto di Matarazzo, si può contrastare il perdurante ed esteso silenzio o le censure e le omissioni dei nostri manuali scolastici di storia sui lutti e le stragi che le avventure coloniali del ventennio, come quelle libiche di solo qualche decennio prima, hanno provocato.

Il desiderio dell’AAMOD è infatti, dichiaratamente, che questo libro possa essere diffuso nelle scuole e – grazie agli spunti che potranno derivare dall’esame collettivo delle foto che esso contiene – divenire uno strumento utile a sollecitare dapprima la conoscenza e successivamente la riflessione degli studenti.
È infatti obiettivo, non nascosto, quello di contribuire a sconfiggere, almeno nei giovani, la sin troppo diffusa convinzione che il nostro passato coloniale sia, in fondo, solo una sorta di parentesi, nata con il fascismo e con esso terminata.

Ben venga quindi la pubblicazione di questo volume che, come suggerisce Letizia Cortini, curatrice insieme a Elisabetta Frascaroli Anna Storchi. per l’AAMOD del volume, potranno, se non le faremo cadere, essere l’occasione per una serie rilevante di occasioni di confronto e di crescita. Al tempo stesso didattiche, e, ancor più, squisitamente, politiche.
La scelta della pubblicazione di un libro di memorie fotografiche come quello di cui ci si sta occupando ha, peraltro, alle spalle esperienze importanti e significative: in primo luogo quella che, su impulso dell’Associazione di volontariato modenese Modena X gli Altri (MOXA) attiva nei progetti di sostegno ai Paesi del Corno d’Africa, ha portato alla costituzione del Centro di documentazione delle memorie coloniali (C.D.M.C.) che si è dedicato, negli ultimi quindici anni, alla raccolta, alla catalogazione e alla valorizzazione di numerosi archivi fotografici di privati cittadini, ad iniziare dagli abitanti di quella Modena in cui ha la propria sede, costituiti da fotografie, lettere ed altro materiale iconografico, relativi alle esperienze da essi vissute nel corso della disgraziata avventura coloniale dell’Italia fascista.

La finalità di tale lavoro è quella di permettere – non solo agli studiosi italiani, ma anche soprattutto ai cittadini ed agli studiosi dei Paesi che un tempo furono occupati e ridotti a colonia per l’affermazione della “vocazione imperiale” italiana – di avere a disposizione materiale documentale che possa integrare la pressoché totale scarsità di fonti oggi reperibili in quei Paesi.
Lo scopo ultimo resta quello di consentire uno scambio proficuo di punti di vista tra i discendenti, tanto dei colonizzati che degli antichi colonizzatori, consentendo di mettere a confronto la solidarietà che oggi lega l’Italia nata dalla Resistenza a quei Paesi, confrontandola con forme e contenuti dell’aggressione e dell’occupazione fascista, che in Africa aveva portato guerra, repressione e razzismo.

Nel 2008, dapprima a Modena, e poi a livello nazionale, il progetto curato dallo storico Paolo Bertella Farnetti – non per caso intitolato Returning Sharing Memories, ha consentito di “scoperchiare” le tante scatole contenenti foto e lettere di famiglia relative al periodo coloniale che documentano, da un punto di vista anche privatissimo, le imprese coloniali italiane in Africa.
Volumi quali “L’impero nel cassetto. L’Italia coloniale tra album privati e archivi pubblici” Mimesis Edizioni, hanno poi consentito, a partire da quelle esperienze, di rimettere in circolo materiale che, proprio per la sua immediatezza e per la sua provenienza, tale da non poter essere in alcun modo accusata di partigianeria preconcetta, ha aperto nuove prospettive di ricerca e nuove metodologie di analisi delle fonti fotografiche e, insieme, del modo in cui esse ci parlano di noi e di consentire un confronto con quanto, dell’avventura coloniale, hanno raccontato, per anni ed anni, agli studenti italiani, le fonti ufficiali[1].

In questo quadro si inserisce il volume che permette di conoscere l’avventura africana di Roberto Matarazzo, fotografo non professionista, inviato, consenziente, a condividere l’avventura coloniale di cui crede utile offrire, nei limiti delle sue possibilità, una testimonianza visiva.
Il romano, tecnico all’EIAR di Firenze, viene richiamato alle armi per le necessità della campagna di Etiopia ed inquadrato, in qualità di tecnico radiotelegrafista, nel 4° Battaglione della 2° Compagnia telegrafisti del 4° Corpo d’Armata.
Partecipa alla Campagna soggiornando in varie località – da Massaua ad Axum, dalla regione dei monti Seminèn a Gondar – e, da fotografo amatoriale qual è sempre stato, scatta e raccoglie una serie assai vasta di immagini della sua vita militare, dei luoghi in cui soggiorna e delle popolazioni incontrate.

Etiopia corteo e sacerdote etiope
Archivio Aamod, Fondo Matarazzo Corteo di popolazione indigena diretto alla festa del Maskal, in prmo piano un sacerdote etiope che indossa paramenti sacri e regge un calice

Il materiale fotografico costituito da stampe e rullini già sviluppati (cosa quest’ultima, assai rara da ritrovare in analoghe raccolte private), per anni, dopo il suo ritorno dall’Africa, era rimasto, mai catalogato, nella casa di famiglia di Matarazzo, nel frattempo trasferitosi di nuovo a Roma.
Peraltro, Roberto Matarazzo non amava parlare degli anni africani e, pur continuando fino all’ultimo a scattare foto della sua famiglia e di luoghi ed avvenimenti cui gli è capitato di presenziare, non si prese mai la briga di ritornare a quelle foto o di farne partecipi i suoi congiunti.

È il figlio Elio, programmista e poi dirigente della RAI, che, una volta scomparso Roberto, scova il materiale, lo riprende in mano e decide di affidarlo all’AAMOD, di cui in questi anni è diventato – anche per l’amicizia che lo lega al suo Presidente, Vincenzo Maria Vita – uno dei Garanti.
Prende così il via un progetto di digitalizzazione studio e riordino del materiale ospitato nelle pagine del libro, che raccoglie, come dicevamo, solo una parte delle foto del Fondo Matarazzo, ora articolate in capitoli per affinità tematica.

Dall’esame degli scatti, insieme alle immagini legate alla propria esperienza di militare e alle riprese dei propri commilitoni, vengono alla luce gli altri percorsi del Matarazzo fotografo in Africa: dalle riprese dell’ambiente naturale e della fauna selvatica, così diversa da quella italiana – si vedano in proposito le immagini delle battute di caccia agli ippopotami e le tante foto con serpenti che, agli occhi di chi proveniva dall’Italia, dovevano davvero apparire enormi – alle immagini che riprendono gli indigeni nei propri tucul; ai bambini che, sorridenti, giocano seminudi, alle processioni ed i riti di una comunità copta che mette in mostra, come nella festa del Maskal, un impressionante, quanto affascinante, corredo di riti e di costumi cui certamente, il cattolico-romano Matarazzo, non poteva rimanere indifferente. Erano del resto gli anni in cui il Papa, quando faceva il suo ingresso in San Pietro, si rivelava come una figura lontana e ondeggiante, trasportato sulla sedia gestatoria sorretta dalla nobiltà nera romana ed abbigliato con tiara e paramenti che non risultano granché diversi da quelli che Matarazzo fotografa in occasione delle festività della chiesa abissina.

Dalle foto emerge il carattere del nostro fotografo, certamente intriso della visione fascista secondo la quale l’Italia era in Africa Orientale prima e sopra ogni cosa, per “apportare la civiltà”; ma anche uomo di una intrinseca cordialità, tale da consentirgli una relativa facilità di rapporti non solo con i commilitoni e con gli ascari, ma persino con quegli stessi “indigeni” con cui gli capitò di dover interloquire.
Non mancano, naturalmente, scivolate dichiaratamente machiste, ed è evidente il chiaro compiacimento con cui Matarazzo, come molti suoi commilitoni, ha scelto di fotografare – in vesti discinte ed in pose chiaramente sensuali – delle giovani etiopiche.
Guai, tuttavia, a dimenticare che l’Italia e l’Europa di quei tempi erano Paesi in cui imperava – come continuò per ancora molti decenni ad imperare – la cultura delle case di tolleranza e una visione della donna come puro oggetto ed in quanto tale destinato, quando non a “figliare”, a soddisfare, senza discutere, le “maschili esigenze incomprimibili”. Né che a tali atteggiamenti, così diffusi tra gli Italiani d’Africa, ha dato – anche molti anni dopo l’avventura africana – una sostanziale copertura persino un giornalista della statura di Indro Montanelli.

Tra le foto del Fondo Matarazzo mancano, invece – foss’anche per il ruolo di Roberto che, come radiotelegrafista, non fu mai veramente in prima linea – immagini che documentino quanto gli Italiani furono capaci di commettere, di inaudito e sanguinario, per domare la resistenza etiopica e per imporre un’obbedienza basata sul terrore; come nel caso dell’uso indiscriminato dei gas asfissianti nelle battaglie o della rappresaglia sanguinosa e delle stragi che, in risposta all’attentato al Viceré Rodolfo Graziani, furono compiute tra il 19 e il 21 febbraio 1937 nella capitale dell’Etiopia da parte di civili italiani, militari del Regio Esercito e squadre fasciste contro civili etiopici.

Dalle fotografie, piuttosto, parrebbe confermato quel mito, che Angelo Del Boca ha dimostrato non avere alcun fondamento, secondo il quale gli italiani furono soprattutto “brava gente”, pronti a confrontarsi – con la curiosità di un popolo ingenuo e proveniente anch’esso da plaghe poverissime – con una terra e con popolazioni del tutto diverse, di cui non si comprendeva la lingua e neppure ci si sforzava di impararla, si ignorava la millenaria civiltà e, soprattutto, si sottovalutava l’orgogliosa voglia di indipendenza; ma alle quali si intendeva comunque dimostrare comprensione e, per certi versi, persino compassione.
A tale proposito sono emblematiche le foto che Matarazzo dedica ai bambini indigeni e quelle laudatorie delle prime opere infrastrutturali realizzate dal fascismo: ad iniziare dalle fontane, che sembrano volerci dire come sia, proprio solo grazie alla conquista, che alle popolazioni etiopiche, insieme ad una risorsa preziosa come l’acqua, potranno essere offerti i frutti di un superiore benessere.

Detto delle foto, conviene ritornare sul valore di una pubblicazione, qui ed ora, di un libro come questo e del lavoro fotografico di Matarazzo, come di tutte le raccolte che, soldati e funzionari italiani hanno scattato in Africa durante e dopo la Guerra di conquista coloniale. .
Le foto del Fondo Matarazzo come del resto le oltre 20.000 immagini che costituiscono il patrimonio del C.D.M.C., sono provenienti da raccolte – in anni in cui fotografare non era così elementare come nel tempo dei telefonini – di fotografi non professionisti che utilizzavano macchine relativamente semplici, avevano spesso difficoltà ad approvvigionarsi delle pellicole e, soprattutto, dovevano scegliere cosa e quando scattare, tenendo conto che i rullini permettevano soltanto poche pose, non potevano essere corrette o photoshoppate. Per esse valeva il principio del “buona la prima”.
Essenzialmente istantanee di piccolo formato, si tratta delle tipiche foto che soldati, ufficiali, lavoratori e piccoli imprenditori, coinvolti, dapprima, nell’avventura militare e poi, in alcuni casi, stabilitisi in quei Paesi durante il periodo coloniale, scattavano con l’obbiettivo di documentare ai propri congiunti, una volta rientrati in Italia, quello che ai loro occhi si presentava come un mondo del tutto nuovo, in grande parte misterioso anche quando si trattasse delle culle di civiltà millenarie, come nel caso di quell’Etiopia, luogo d’origine della biblica Regina di Saba, e in cui, comunque, ci si voleva sentire esclusivamente visitatori e si voleva, perciò, rimanerne in grande misura estranei e separati.
Le loro foto, proprio perché prive di intermediazioni esterne, aiutano oggi a comprendere i modelli culturali dell’epoca, l’influenza della propaganda e dell’ideologia fascista.
E, insieme, ci testimoniano anche la larghissima diffusione, nell’opinione pubblica italiana, di una convinzione – tanto errata, quanto tuttavia genuinamente razzista, – che l’impresa coloniale fosse non un’aggressione ed una conquista armata di terre e popoli; ma una sorta di missione salvifica, cui il popolo italiano era chiamato per portare alle “arretrate popolazioni indigene”, i frutti della millenaria civiltà romana e dell’evoluta tecnologia europea.
Ed è ben significativo che, proprio nello stesso periodo in cui il figlio Elio ha deciso di conferire all’AAMOD l’archivio fotografico del padre, un gruppo di persone, con il coordinamento di Paola Scarnati, iniziasse un lavoro che ha consentito, nel volume “Annali 20” dell’AAMOD, di mettere in luce come il razzismo – che, come fa notare Carlo Federico Casula, il fascismo codifica, primo in Europa e ben prima di Hitler – fosse già dall’Ottocento, prima e dopo l’Unità d’Italia, ben diffuso nel nostro Paese, e non solo verso l’oltremare, ma anche nei confronti delle regioni più periferiche del Regno, quelle più “a sud” ed in primo luogo verso la Sardegna.

Da ultimo, non si può non accennare ad un altro merito che questa occasione editoriale può attribuirsi. Pensiamo ai nostri archivi di famiglia ed all’immenso giacimento delle foto che ogni giorno raccogliamo sui social. La maggior parte delle fotografie e dei film di famiglia mostra il volto sorridente dei “personaggi”, oppure rivela l’occasione che rende solenne e austera la loro rappresentazione. Si tratta di matrimoni, nascite, viaggi, svaghi, momenti conviviali con amici, sport, animali domestici, bambini durante la loro crescita, nonché ritratti, non solo di familiari stretti, ma anche di personalità pubbliche e private i cui rapporti di parentela hanno dato lustro all’intera famiglia.
Etiopia Conquista e Conoscenza Roberto MarrazzoI terni delle foto di Matarazzo sembrano, infatti, sorprendentemente coincidere con quelli delle foto di famiglia: quasi si trattasse delle stesse messe in scena.
Ebbene, da un esame condotto in parallelo può nascere, se ben guidata, un’occasione per dialogare con i ragazzi, invitandoli a confrontare le inquadrature e i soggetti rappresentati da Roberto Matarazzo con le fotografie di famiglia dello stesso autore, come di molti altri del periodo e infine, con le foto di famiglia possedute, a centinaia, da tutti noi.
Quando poi, come nel caso di Matarazzo, le foto sono accompagnate da un corpus di lettere che l’autore scambiava con le sue interlocutrici italiane, le due sorelle Livia e Flora (la Flora che poi, rientrato in Italia ed esentato, per la propria specializzazione tecnica, dal richiamo alle armi nella II Guerra mondiale, Roberto sposerà nel 1942) è possibile ricostruire non solo date e luoghi precisi in cui le foto furono scattate, ma anche e soprattutto lo spirito con cui le immagini da riprendere furono scelte e gli stessi giudizi (o pregiudizi) che accompagnarono quegli scatti.
Tuttavia, rivedendo le foto e i film di famiglia, se solo vogliamo cedere ad un momento di sincerità, sappiamo, che “mentono”, o meglio, “nascondono” qualcosa oppure involontariamente la rivelano, nella scelta delle inquadrature o sulla omissione, inconscia o volontaria che sia, di particolari considerati “inadatti”, “sgraditi” anche se ben presenti nelle realtà oggetto delle nostre riprese.

Viene da chiedersi se alcune caratteristiche, il “non detto” o i tagli delle migliaia di rappresentazioni visuali che occupano spazio nei nostri smartphone o nei nostri PC, non trovi delle similitudini – certamente non casuali – nelle foto amatoriali di soldati come Roberto Matarazzo durante il soggiorno nella colonia africana.
Queste immagini, come quelle che Matarazzo ha scattato nei suoi due anni in Etiopia, possono rivelarsi, dopo un paziente lavoro di contestualizzazione – ad iniziare dalla necessità di una loro precisa datazione – una miniera di conoscenze sui luoghi, le esperienze, i pregiudizi e le scoperte della vita quotidiana degli italiani e non più nelle lontane terre dell’Africa Orientale, ma nelle nostre città, nei nostri quartieri e nelle nostre borgate.
Quanto di atteggiamenti e rappresentazioni “coloniali” o di “propaganda”, a ben scavare, si ritrovano involontariamente fissate in ambedue quei gruppi di immagini – sul negativo ieri, sui bite, oggi – fino ad arrivare a permetterci di riconoscere il permanere di termini analoghi di mentalità, similitudini di sguardi, omogeneità di relazioni pur nella diversità estrema dei contesti sociali?

Travalicando il periodo fascista per estendere l’esame fino ai giorni nostri, si può infatti contribuire a riconoscere e comprendere il permanere di una sorta di “sguardo coloniale” e razzista, ieri rivolto agli altri popoli – in particolare sulle genti dell’Africa “redenta” – e oggi sugli immigrati, sui Rom e sulle tante altre minoranze, etniche, religiose, sessuali che, sempre più spesso, si trovano a vivere insieme a noi, nei nostri quartieri e, addirittura, nei nostri stessi condomini.
È a questo che è dedicata l’ultima parte del volume dell’AAMOD, quella in cui Letizia Cortini, che ha curato il volume, ci invita a considerare, nel suo bell’articolo, sull’uso didattico degli Archivi di immagini, storie e memorie.
Cosa che ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che un Archivio non è un ripostiglio, ma una segreta riserva di materiali necessari alla conoscenza del nostro passato, del nostro presente e, se ben utilizzati, anche del nostro futuro.
Mauro Sarrecchia

[1] Si veda, in proposito, il lavoro svolto da INDIRE con http://mostrevirtuali.indire.it/mostra/a-ottanta-anni-dalle-leggi-razziali-del-fascismo-1938-2018-un-percorso-didattico/ basato essenzialmente sul Si legge infatti che “…..La campagna d’Etiopia rappresenta un punto di svolta nella storia del fascismo perché quanto riflettuto dai teorici della razza in merito alle popolazioni delle colonie costituisce il prodromo delle teorie etno-razziali estese in seguito anche alla popolazione ebraica presente nella Penisola. I manuali scolastici e i testi di letteratura per l’infanzia riflettono questo assetto ideologico; pertanto, si potranno vedere nelle fonti che presentiamo giovani Balilla ricollocati nel contesto esotico africano che insegnano ai sudditi i ‘valori’ del fascismo, considerati espressione di una civiltà superiore. E ancora: la costruzione di ponti, dighe, strade etc., simboleggianti il progresso tecnologico dell’Occidente che provoca benefici nei territori assoggettati. La politica della razza inaugurata nell’Impero prevede misure normative a difesa della purezza razziale: sono provvedimenti volti a separare nettamente gli italiani dagli indigeni. E la legge del 19 aprile 1937 sul meticciato a definire questo regime di segregazione razziale: secondo quel decreto un cittadino italiano dell’Impero non può formalizzare rapporti di tipo sessuale con indigene né tanto meno riconoscere la prole nata da questi rapporti (per forza di cose clandestini). Né ancora la popolazione maschile locale può avere rapporti con italiane”.

 

Etiopia. Conquista e Conoscenza. Rappresentazione per immagini di Roberto Matarazzo (1936-1937)
a cura di Letizia Cortini, Elisabetta Frascaroli, Anna Storchi.
Effigi Edizioni, Arcidosso (GR), 2022
pagine 192
€ 20,00

 

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