Etiopia e Eritrea. Cornelia I. Toelgyes ci aiuta a capire cosa accade

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Dopo i recenti sviluppi nelle relazioni tra Eritrea e Etiopia abbiamo intervistato Cornelia I. Toelgyes  di Africa-ExPress.info. Cornelia ha vissuto per molti anni in Africa, in particolare in Kenya, Nigeria, Etiopia e Angola e ho visitato molti altri Paesi del continente africano. Dal 2013 collabora come freelance per Africa-ExPress.info, dal 2014 ne è vice-direttore.

In Arabia Saudita è stato firmato un secondo trattato di pace tra Eritrea e Etiopia dopo quello del luglio scorso che metteva fine ad una guerra svoltasi ufficialmente tra il 1998 e il 2000 ma che non era mai finita nonostante il Trattato di Algeri che definitiva i confini tra i due Stati. Sono trapelate notizie sui contenuti su questo secondo accordo? Cosa si aspetta visto che l’unico ritornello è quello che darà “sicurezza e la stabilità” nella regione?

L’accordo di pace siglato a luglio prevede: fine della belligeranza; cooperazione socio-economica, politica e di sicurezza; ristabilire i trasporti e il commercio; accettazione dei confini come stabilito dalle Commissioni del trattato di Algeri; per quanto concerne il risarcimento che l’Eritrea avrebbe dovuto versare all’Etiopia, Addis Ababa ha inviato una richiesta ufficiale all’ONU affinchè tale sanzione venga revocata; cooperazione per lo sviluppo regionale (Corno d’Africa)
E proprio a questo riguardo si è tenuto un vertice a Jeddah all’indomani della firma del secondo trattato di pace eritreo-etiopico, tra Isais Afeworki e il presidente di Gibuti, Ismail Omar Guelleh, volto a normalizzare i rapporti tra i due Paesi. Già due settimane prima, i ministri degli Esteri di Somalia, Etiopia, Eritrea e Gibuti si erano incontrati per cercare di risolvere la controversia sui confini; i territori contesi tra Gibuti ed Asmara sono le montagne di Dumeira e l’isola di Dumeira. Dunque la regia dell’Arabia Saudita per quanto concerne tutto il Corno d’Africa non è casuale.
Dal nuovo corso nel Corno d’Africa non resta esclusa neppure l’instabile Somalia, come dimostra un incontro ad Asmara i primi di settembre tra Abiy Ahmed, Afewerki e il presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo e la firma di un accordo di cooperazione a tre.

Al trattato siglato a Jeddah sono stati aggiunti due altri punti: i due Paesi s’impegnano a combattere il terrorismo, il traffico di esserei umani, armi, droga in accordo con le convenzioni e i patti internazionali: s’impegnano a formare  commissioni congiunte di alto livello e sottocommissioni per vigilare e guidare l’attuazione di questo trattato di pace. L’articolo sei è stato aggiunto perchè l’Eritrea considera terroristi gli oppositori del regime. Ricordiamo inoltre che Isaias non ha più convocato il Parlamento dal 2002, perchè riteneva che fosse un compito troppo gravoso durante lo stato d’emergenza.

La pace con l’Etiopia finora non ha portato sostanziali cambiamenti per la popolazione. L’unico fatto rilevante da sottolinerare è che gli eritrei possono ora uscire liberamente verso l’Etiopia.
Ad Abiy e Isaias ha stata inoltre consegnata dal re Salman una medaglia, massima onorificenza saudita, come riconoscimenti degli sforzi fatti per riportare pace, sicurezza e stabilità.

Come ha scritto la sua collega Saba Makeda questo accordo è anche il frutto di «un cambiamento delle dinamiche di potere internazionale in Medio Oriente e nelle regioni del Mar Rosso. Questo è un processo attraverso il quale Cina, Russia, Turchia, Stati Uniti, Arabia Saudita ed Emirati si stanno preposizionando per influenzare i paesi chiave e controllare le risorse strategiche e le rotte commerciali». Qual è la sua opinione in proposito?
Come sappiamo la Cina è presente con la sua mega base a Gibuti, un punto strategico nel Corno d’Africa. La Turchia è presente ovunque.
Il conflitto in Medio Oriente tra Arabia Saudita e l’Iran è stato esternalizzato e le basi militari, in particolare quella eritrea (Assab) rappresenta un punto chiave nella guerra in Yemen. A causa di questa base militare nella nostra ex colonia, gli Afar eritrei sono stati costretti a lasciare parte delle loro terre ed è stato loro vietato l’accesso al mare. Può immaginare cosa significhi questo per una comunità, le cui entrate provenivano per lo più dalla pesca nel Mar Rosso.
Da un lato il governo sottolinea in ogni dove: “Un solo popolo, un solo cuore” – letto in chiave superficiale sembra un fatto positivo – in realtà non è altro che una copertura del regime di Asmara per espropriare la gente dei propri beni, senza il loro consenso. Il caso degli Afar (nell’est del Paese) e dei Kunama (nell’ovest) è stato evidenziato in un rapporto discusso in seno al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU.
I leader degli Afar hanno specificato che con l’arrivo degli arabi in Dankalia – zona sud del Mar Rosso – dal 2015 ad oggi almeno centocinquanta persone sono state ferite, alcune anche uccise, dagli emiratini/sauditi per appropriarsi delle loro terre e delle loro zone di pesca.
La base si trova ad una cinquantina di chilometri da Assab, ma l’area compresa da Halib (Ras Dumera) a Marsa Fatima, più o meno quattrocento chilometri non è più controllata da Asmara.

L’accordo di luglio prevedeva: la fine dello stato di belligeranza, l’accettazione dei confini come stabilito ad Algeri, la cooperazione ad ogni livello e il ripristino di commercio e trasporti e il commercio. Quali passi concreti sono stati fatti?
Finora non sono stati resi noti dettagli circa gli accordi commerciali. E non ci sono informazioni su eventuali regolamenti che verranno applicati e nemmeno su eventuali tariffe doganali o altre tasse. Non sono stati specificati gli accordi in materia di regime monetario o bancario.
Il popolo eritreo è privo di informazioni dirette. Ricevono le notizie riguardo il loro Paese tramite i media etiopici.
Recentemente sono stati aperti alcuni valichi di confine tra Eritrea ed Etiopia, come Mereb, Zalambessa-Bure, che permettono l’accesso ai porti di Massawa e Assab. Mentre di Badme non si parla proprio più, sempre scompaso dal vocabolario dei due leader.
Sono invece stati ripristinati i voli regolari tra Addis Ababa e Asmara con l’Ethiopian Airlines. Da diverse settimane è stato notato un grande movimento di camion e furgoni tra Adigrat (Etiopia) e Asmara. Ovviamente i mezzi sono di proprieta del partito Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, in quanto solo il FPDG ha i mezzi finanziari a disposizione, perchè questo raggruppamento politico controlla praticamente tutti settori, in particolare finanze, costruzioni e trasporti.

Veniamo all’Eritrea. Il suo quotidiano Africa Express ha appena pubblicato il Dossier “Inferno Eritrea”. Il 18 settembre 2001 con l’arresto di 15 dirigenti del Fronte di liberazione, cominciava la dura repressione in Eritrea che non ha mai avuto fine. Ci dice dell’attuale situazione del paese e della popolazione sotto la ferocia dittatura guidata da Isaias Afeworki?
C’è poco da aggiungere. La situazione non è cambiata e come avrà notato, alla vigilia della firma del nuovo accordo il regime ha arrestato un ex ministro, Berhane Abrehe, che recentemente ha pubblicato un libro con aspre critiche al dittatore. Pochi giorni fa la stessa sorte è toccata a due leader Afar, Ali Hassan e Aden Ali Buxahabba, entrambi erano rifugiati in Etiopia. Approfittando della riapertura di alcune frontiere, sono tornati in Eritrea, ma sono stati sbattuti immediatamente in una delle luride galere della nostra ex colonia.
L’Assemblea Nazionale non si è ancora riunita. Finora non ci sono indicazioni per la riduzione del servizio militare/civile. Nessun prigioniero politico o leader religioso è stato liberato e le famiglie non vengono informate di malattia o morte dei loro congiunti in galera, dell’eventuale causa della loro dipartita o del luogo di sepoltura. Nessun partito dell’opposizione è stato autorizzato.
Forse l’unico cambiamento tangibile è che attualmente c’è più merce nei supermercati e ultimamente non è più stata tolta la corrente elettrica.

L’Etiopia corre veloce, in un documento della World Bank si legge che, nel 2018, l’Etiopia manterrà il tasso di crescita economica più alto dell’Africa orientale e cioè l’8,2%. Questi miglioramenti favoriscono la popolazione e quali sono le reali condizioni di vita? Qualche progresso si è visto sul fronte diritti vista la libertà concessa ai prigionieri politici, l’apertura verso partiti, sindacati e stampa. Il primo ministro Abiy Ahmed sabato ha promesso elezioni “libere ed eque” per il 2020. Ci si può fidare?
L’Etiopia è un Paese in evoluzione, anche dal punto di vista democratico ha fatto passi in avanti. Ma non bisogna dimenticare che attualmente ci sono ancora oltre due milioni di sfollati, per lo più a causa di conflitti etnici, creati molto spesso da politiche sbagliate.
E ciò che posso constatare al momento attuale è questo: assenza di riconciliazione a livello politico.
Anche le organizzazioni della società civile, che potrebbero dare un supporto costruttivo e instaurare un dialogo pacifico con le parti in conflitto, sono per lo più assenti.
Lo Stato utilizza ancora troppo il suo potere coercitivo e ha pochi legami con le comunità e la società civile è ancora al servizio del governo.
Dunque per raggiungere l’obbiettivo di “libere ed eque elezioni”le organizzazioni della società civile devono organizzarsi per poter riportare il malcontento della popolazione in ambito politico
Su queste pagine ci siamo occupati degli Oromo e della repressione che subiscono in Etiopia. Mi pare non sia cambiato nulla. Dobbiamo aspettarci qualche novità sui diritti di questo popolo?

Perchè parlare solo degli Oromo?
La questione è un’altra. Bisogna parlare di quanta autonomia dovrebbero avere gli Stati etnici etiopi.
Pasquale Esposito

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