Etiopia. Nulla di nuovo ad Addis Abeba

Etiopia bandiera
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In Etiopia il 23 maggio scorso si sono svolte le elezioni legislative. I risultati definitivi saranno resi noti solo fra una decina di giorni. Ma i giochi sembrano essere fatti in quanto la Commissione elettorale nazionale (Nebe) ha già annunciato la vittoria del Fronte democratico rivoluzionario d’Etiopia (Eprdf) e del Primo Ministro Meles Zenawi da diciannove anni al potere. Sulle 536 circoscrizioni scrutinate 499 risultano ad appannaggio del partito di governo. Gli otto partiti della coalizione (Forum per la democrazia e il dialogo, Medrek) che lo ha sfidato si ritrovano con risultati che rasentano il ridicolo. Anche nella regione dell’Oromia, roccaforte dell’opposizione, il partito al governo avrebbe vinto con largo margine. Tutti gli sfidanti, in vario modo, hanno contestato la legittimità del risultato.

Sono trascorsi cinque anni dalle precedenti consultazioni al termine delle quali furono represse nel sangue le manifestazioni di protesta contro il governo accusato di brogli a vari livelli. Ci furono ventimila arresti e duecento morti accertati da una Commissione parlamentare.

In questi cinque anni il potere centrale e il partito è riuscito ad innervare tutti i flussi della società riuscendo di conseguenza a controllare la vita dei cittadini. Il paese <<si avvicina pericolosamente a un modello di stato totalitario, dove o stai con il partito al potere o non sei nessuno. Il controllo che l’Eprdf ha su tutti i livelli delle istituzioni è capillare, incontestabile, tentacolare…A dimostrazione, l’sms orwelliano mandato ieri a tutti i tutti i telefoni cellulari dall’Ethiopian Telecommunication corporation, la società di stato che gestisce in regime di monopolio le comunicazioni: «Congratulazioni! Ancora una volta gli etiopi hanno tenuto con successo elezioni pacifiche, democratiche e credibili. Orgogliosi di essere etiopi!» [1].

Circa il 90% degli iscritti alle liste [2] sono andati alle urne per scegliere, tra 7.000 candidati i 547 parlamentari e consiglieri dei nove stati della federazione.
La campagna elettorale secondo osservatori indipendenti, Human Rights Watch (HRW) per prima, è stata a senso unico non solo per il controllo totale dei mezzi di comunicazione da parte del governo e del Eprdf, ma per intimidazioni, violenze ed arresti [3] della polizia anch’essa asservita al partito e al governo. Per HRW si è trattato di una <<farsa multipartitica organizzata da uno stato a partito unico>>.
Meno drastico il giudizio del capo missione della UE che pure ha dichiarato che è troppo presto per parlare di elezioni libere Le operazioni di voto sono andate un po’ meglio secondo il capo della delegazione dell’Unione Africana Ketumile Masire, responsabile di una missione di settanta osservatori, sostenendo che <<lo scrutinio è stato ben organizzato e caratterizzato da un’alta affluenza>> [4].

Le opposizioni oltre a volere fortemente aperture democratiche così come avrebbe dovuto essere dalla caduta del regime di Mengistu, rigettano la politica economica del governo con il suo modello di sviluppo e la politica estera. Stiamo parlando dello scontro con l’Eritrea e dell’allineamento alla politica USA in generale nel Corno d’Africa e del ruolo in Somalia dove la presenza dell’esercito etiope è parte della strategia di contenimento e repressione delle forze islamiche.

Durante la campagna elettorale il governo ha sempre reclamato con forza i progressi fatti in campo economico a cominciare dalla crescita del Pil degli ultimi anni che ha presentato una media del 10% circa. E secondo le previsioni delle istituzioni finanziarie internazionali anche i prossimi anni la crescita dovrebbe essere sostenuta. Una crescita che negli ultimi anni ha visto una diminuzione del peso dell’agricoltura passato da un 51% circa del 2000 al 43% attuale. Tra gli altri settori tra il 2008 e 2009 quello dei servizi ha registrato una crescita del 14% grazie all’espansione dell’intermediazione finanziaria, dell’amministrazione pubblica, della difesa, del settore alberghiero e ristorazione e di quello immobiliare [5].
Ma l’Etiopia continua ad avere un reddito pro capite medio di meno di 900 dollari e una parte considerevole della popolazione è a rischio carestia non solo per la siccità che negli ultimi tempi colpisce la regione. Nel 2010 più di 5 milioni di persone avranno bisogno di aiuti alimentari urgenti senza contare altri milioni di persone che cronicamente sono in condizioni intollerabili.
Una delle politiche messe in atto per recuperare ulteriori flussi di denaro da una parte e assicurare una maggiore disponibilità di derrate alimentari dall’altra è quella di concedere quasi tre milioni di ettari di terre coltivabili a fondi e aziende straniere. Molti i paesi coinvolti o interessati: dai produttori di petrolio come Arabia Saudita e Emirati Arabi alla Corea del Sud, alla Cina e all’India che ha già investito oltre 2,5 miliardi di dollari in Etiopia.
Il sito della Ethiopian investment agency spiega la validità dell’offerta perché i costi di affitto (tra i 6 e i 25 euro all’ettaro) sono bassissimi come pure quelli della mano d’opera. Il salario medio giornaliero in agricoltura è di 60 centesimi di euro. Lo sfruttamento è assicurato per rifornire le mense di altri paesi di frutta, ortaggi, cereali e riso. Molte di queste terre sono reclamate dai contadini che furono espropriati durante il regime di Mengistu e, ad oggi, appartengono ancora allo stato che concede delle licenze. Il governo sostiene che le terre date agli stranieri non erano coltivate. Anche se così fosse quelle terre sarebbero utili per il bestiame o per essere lasciate a maggese impedendo lo sfruttamento eccessivo del suolo. Senza poi parlare della ripartizione dell’acqua dei laghi e dei fiumi disponibile in quelle aree.

Ancora un esempio di potere immenso che non ha nemmeno sbocchi favorevoli per le condizioni di vita dei sudditi.

Pasquale Esposito

[1] Stefano Liberti, “Elezioni a partito unico”, Il Manifesto, 26 maggio 2010, pag. 9
[2] Tutti i cittadini con 18 anni di età possono iscriversi alle liste elettorali. Su 86 milioni di abitanti circa 32 milioni erano gli iscritti contro i 26 milioni della precedente tornata.
[3] Sono circa duecento gli oppositori politici arrestati come i leader di partito Mesfin Aman, Muluneh Eyuel, Melaku Tefera, Andargachew Tsigie, e Birtukan Mideksa, la prima donna presidente di una formazione politica.
Il 22 dicembre 2009 furono condannati a morte 5 dirigenti dell’opposizione ed altre 33 persone accusate di <<complotto>> contro il governo, www.ansa.it, 22 dicembre 2009
[4] “Etiopia.Elezioni dall’Unione Africana un giudizio positivo”, www.misna.org, 27 maggio 2010
[5] www.africaneconomicoutlook.org

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