Eugenio Raspi ci parla del suo romanzo Tuttofumo

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Eugenio Raspi, con il suo secondo romanzo Tuttofumo (Baldini+Castoldi), sollecita il lettore a fare i conti con un mutamento che tocca da vicino tante parti del nostro paese e del mondo. Nel suo primo romanzo Inox (Baldini+Castoldi), in base anche alla sua diretta esperienza lavorativa, ha raccontato le vicende di un grande stabilimento siderurgico – nello specifico le Acciaierie di Terni – e il disgregarsi dell’identità operaia.

I mutamenti industriali e sociali sono sotto gli occhi di tutti e la letteratura, in questi ultimi decenni, è ritornata più volte su dismissioni, chiusure, ridimensionamenti che hanno finito con il modificare la struttura sociale e la vocazione di alcune realtà grandi e piccole.
Tuttofumo ha come riferimento l’area narnese a ridosso di Terni. Ci troviamo nell’Umbria meridionale, una zona un tempo ricca di industria e di lavoro operaio.
Questa parte dell’Umbria è stata per tanti anni al di fuori dei flussi turistici che toccavano altre aree della regione (Assisi, Spoleto, il Trasimeno e così via). Industria e agricoltura sembravano essere sufficienti a garantire discreti livelli di benessere e di tenuta sociale.
Negli ultimi decenni la situazione è cambiata rapidamente, mettendo anche in crisi il rapporto fra le vecchie e le nuove generazioni; un tempo anche la coesione sociale e familiare passava per la fabbrica e le ciminiere.
Oggi i figli non potranno più fare gli stessi lavori dei padri, e la crisi mette in discussione il benessere che sembrava ormai raggiunto. Tutto appare vacillante e tutto deve essere reinventato.

Con Eugenio Raspi abbiamo parlato di Tuttofumo, il suo secondo romanzo che sembra ruotare, quale simbolo ingombrante, intorno all’enorme ciminiera che domina una buona parte dell’area di Narni, città dell’Umbria meridionale.

Nel suo romanzo la ciminiera della grande fabbrica che dava lavoro a centinaia di operai della zona è, sempre e comunque, ingombrante: con il suo fumo ricordava il lavoro; senza il suo fumo ricorda la crisi. Come può presentarci questa “protagonista” così particolare?

Quel collo di calcestruzzo alto centotrenta metri si presenta da solo.
La ciminiera del complesso industriale alle pendici di Narni è oltremodo invasiva, inutile nascondersi dietro quel dito enorme: ha un impatto davvero notevole che stride con la bellezza dell’abitato medievale arroccato sul colle.
È una meridiana che un tempo scandiva il trascorrere della giornata, poi la sua ombra è divenuta opprimente e con il passare degli anni da male necessario si è trasformata in un “bene” da dismettere; è ciò che vorrebbero coloro che portano avanti la bandiera della riconversione ambientale e del turismo. A oggi, rimane un elemento architettonico quotidianamente presente in chi vive a Narni.
All’epoca della sua edificazione, a metà degli anni ‘80, andavo a scuola e stavo per diplomarmi come Luca, il giovane protagonista di Tuttofumo, l’ho vista innalzarsi metro dopo metro così come il padre operaio della mia storia. Mi pareva il perfetto innesco, simbolico, per un romanzo che narra di due generazioni contrapposte, i genitori e i figli, in questo inizio di epoca dalla connotazione postindustriale.

Luca, un ragazzo non ancora maggiorenne, è il vero motore della storia che lei ha voluto raccontare. Chi è Luca?

È un figlio del terzo millennio, cresciuto in una famiglia operaia, non ha chissà quali grilli per la testa, però è energico, non riesce a tenere a freno la sua esuberanza che mal si concilia con il periodo buio che sta attraversando il genitore, afflitto dalle conseguenze della perdita del posto in fabbrica.
Non è un ribelle, ma neanche un sottomesso, è il più carismatico del suo gruppo di amici; questo non gli è sufficiente per emergere dalla sua bolla. Il farsi carico dei problemi della famiglia lo porta alla rinuncia a tante spese che per altri sono scontate, un paio di scarpe di marca, perfino la patente di guida. Luca s’isola dai coetanei perché non dispone dei soldi per stargli al passo, dato che molti ragazzi vivono il passaggio dall’adolescenza alla maggiore età diversamente che nel passato, sono soggiogati da un eccesso di ostentazione materiale e di voglia di comportarsi da adulti. A differenza degli amici più fortunati, sovvenzionati da famiglie che hanno mantenuto il proprio stile di vita, Luca sa bene che le carte da cinquanta non crescono sugli alberi. È disposto a rinunciare agli studi per una paga mensile che gli consenta di adeguarsi agli standard costosi dei fine settimana, tra discoteche e aperitivi, ha quindi scelto di stare momentaneamente dalla parte del bancone in cui i cocktail si servono e non si ordinano.

Mi capita di pensare che la politica si è come appiattita sull’amministrazione – intendiamoci, un buon amministratore è meglio di uno cattivo – e abbia rinunciato a progettare il domani, a proporre utopie, ad aiutare a inseguire i sogni. In qualche modo, leggendo le sue pagine, mi è sembrato che su questo punto potessimo condividere qualcosa.

È l’assurdo di oggi, si richiede una politica express – take away – si sono allestiti fast food mediatici messi in piedi per soddisfare i peggiori appetiti dei cittadini-elettori per sfamare voglie dettate dalla pancia e non dal cervello.
Le persone vengono trattate alla stregua di consumatori a cui spillare il facile consenso sbandierando i temi che ne sollecitano i peggiori istinti, tutto il contrario di un progetto a lunga scadenza necessario per tornare a crescere tenendo coesa la nostra società. È lampante se ci si sofferma sull’uso improprio che si fa del termine poltrone, utilizzato in base alla propria convenienza, è un termine attualmente molto caro a una parte politica, tra la principali cause di questo continuo clima di campagna elettorale mordi e fuggi che è il grosso limite della politica attuale.
Come si fa a programmare il domani se tutti rincorrono l’immediato?
Per invertire la marcia e ridisegnare l’architettura dello Stato si dovranno prendere delle scelte senza dubbio impopolari o perché verrà chiesto alla fetta più influente di società di rinunciare a parte dei loro privilegi o perché si deciderà di lasciare indietro in modo definitivo gli ultimi. A vedere l’andazzo, il nostro Paese pare destinato a viaggiare non solo a due velocità differenti, ma anche in due opposte direzioni, con l’asse Nord-Sud che marcherà una netta distinzione tra chi avrà servizi e opportunità di lavoro e chi dovrà adeguarsi accontentandosi delle briciole o dovrà postarsi lì dove l’economia cammina con le sue gambe. È il rischio che corre l’Umbria, in particolare l’area che narro in Tuttofumo.

Padri e figli; vecchi e giovani; antichi e nuovi mestieri: il mondo è cambiato quasi con furia.
Il suo romanzo esplora, direi in maniera coraggiosa e senza retorica, la crisi di un nucleo familiare, spingendo così a leggere una crisi ben più ampia e complessa. Ci aiuta a raccontarne almeno l’essenziale?

Nella struttura familiare che narro, i ruoli erano ben definiti fino a quando la chiusura della fabbrica non ne ha minato la stabilità non solo economica. Ho immaginato, prendendo spunto dalla realtà, la terribile sensazione che possono provare dei genitori che guardano i propri figli, rendendosi conto che non possono più sostenerli, provvedendo a necessità e bisogni elementari come l’istruzione.
Si finisce per tenere tutto dentro, si ha poca voglia di parlare, spiegarsi, cercare di far partecipi gli altri delle proprie prese di posizione. Quando una famiglia smette di raccontarsi, quando si perdono i momenti conviviali in cui ci si confronta, ognuno inizia ad andare in ordine sparso, le paure alimentano visioni egoistiche.
L’assenza di ascolto è l’anticamera della disgregazione. Uso la famiglia Vardi per delineare i rischi che corre la società italiana che non si preoccupa del futuro dei suoi figli, basti pensare alle folli percentuali di disoccupazione giovanile rispetto agli altri paesi europei.
Racconto l’Italia di oggi attraverso gli occhi di Luca perché spetterà ai giovani indirizzare al meglio gli adulti intimandogli di allungare lo sguardo verso obiettivi che vadano ben al di là della punta delle scarpe.
La sua fisicità ci porta in giro per il paese, rincorrendo una serenità che dovrebbe guidarlo nelle giuste scelte: la scuola, il lavoro, gli amici, l’amore. Pur essendo il più giovane fra i personaggi, Luca si comporterà in modo equilibrato forse anche grazie alle sue doti acrobatiche che lo portano a sfide estreme, in bilico sia sulle strutture fatiscenti della fabbrica e delle rovine millenarie di Narni, sia nei rapporti traballanti tra familiari. È l’allegoria che caratterizza il mio romanzo, di un ragazzo che non vuol cedere il passo nonostante le difficoltà e gli ostacoli disseminati nel suo percorso di crescita.

“Padri licenziati e figli mai assunti”, si legge nel suo libro. Il futuro le sembra davvero così drammatico?

Io narro le vicende di chi il presente lo sta vivendo in modo drammatico, e non sono pochi. Ci si dimentica delle tante persone che soffrono lo stravolgimento della moderna economia.
In Italia sono aperti centosessanta tavoli di crisi che coinvolgono circa duecentomila persone. Sono davvero tante, però scompaiono di fronte alla totalità di chi bene o male ha mantenuto redditi dignitosi.
Oltre a narrare i quattro personaggi che prendo a simbolo di chi sta pagando tagli e licenziamenti, focalizzo un aspetto che è sotto gli occhi di tutti, ma per quel modo di “navigare a vista” della nostra società, si finge di non vedere. Che cosa accadrà quando i padri verranno messi a riposo senza aver consentito ai figli precari quella stabilità per accollarsi una nazione che vive di contraddizioni perenni? Sarà il tema dei prossimi decenni: chi sosterrà la traballante impalcatura del “cantiere Italia”, con i lavori sempre in corso, ma senza le reali risorse per portarli a compimento? Pensare che l’Italia possa sopperire alla chiusura delle fabbriche aumentando l’economia legata al turismo è troppo semplicistico. Possono modificarsi le percentuali, riequilibrandosi a vantaggio delle nuove economie legate ai servizi, però ritengo che la produzione industriale e il manifatturiero resteranno la colonna portante del nostro benessere, partendo da una riconversione che miri a nuovi sostegni all’ecologia e alle risorse rinnovabili. Per affrontare questa sfida serve coraggio, non spavalderia, è l’atteggiamento che mantiene Luca nel mio Tuttofumo, che può essere classificato come un romanzo di formazione, non solo limitato ai figli ma esteso anche ai genitori.

Luca ama il parkour che è anche un modo nuovo per usare luoghi vecchi e nati per altri scopi. Insomma Luca ci dona ancora una speranza?

Luca si dona una speranza, la racchiude nei pochi momenti in cui si eleva da terra, esibendosi in acrobazie che oltre a dimostrare la sua bravura danno un significato a pomeriggi che altrimenti scemerebbero nella noia, evita di cadere nella trappola dell’inedia. Spiccare salti lo aiuta a migliorare la relazione con se stesso e con gli altri. Il suo è un invito a scollarsi di dosso timori e paranoie verso chi si ostina a rimanere con i piedi sempre piantati a terra. Immaginarsi un mondo migliore è maggiormente possibile guardandolo al contrario, rivoluzionando i punti di vista tra terra e cielo, mantenendo sempre al centro un orizzonte preciso, che si può raggiungere nonostante appaia distante.

Chiuderei con un’ultima domanda che forse non amerà ricevere. Lei ha lavorato nell’industria siderurgia di Terni ed è narnese per nascita e residenza: quale futuro immagina per questi luoghi e per le loro “ciminiere”?

Ho scritto Tuttofumo nel 2016, nel momento più intenso della crisi, qualcosa da allora si è mosso, la fabbrica rappresentata nel romanzo ha ripreso la produzione, altre multinazionali del territorio hanno annunciato investimenti, posti di lavoro in arrivo.
Addirittura sembra che sia ai nastri di partenza un parco giochi che diversificherà l’offerta di lavoro e potrà dare un impulso verso quella parziale riconversione del territorio in luogo di intrattenimento e turismo.
Leggendo però la realtà dei fatti, e non solo dei buoni propositi, è indubbio che si tratta di piccoli passi su una strada non solo lunga ma dannatamente in salita. A oggi, è evidente la sconfitta di chi cerca di trovare un’occupazione attraverso i canali ufficiali: centri per l’impiego, società interinali e il variegato intreccio delle candidature sui siti on-line, parlo per esperienza diretta.
Quello del lavoro è diventato un mondo fin troppo virtuale e poco virtuoso. Alle istituzioni si chiede di vigilare sulla gestione delle risorse finanziarie e umane, offrendo opportunità future partendo dalle certezze passate di un’area che ha nel suo DNA l’efficienza e la vocazione alla produzione. La dispersione di tante professionalità è l’azione più avvilente cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Invertire la tendenza non sarà facile, però non bisogna arrendersi. Il mio romanzo spero contribuisca a tenere vivo il dibattito, con la convinzione che le parole si tramutino in atti concreti, e che le tante promesse di rilancio, così come richiamato nel titolo del libro, non si dimostrino essere Tuttofumo.
Antonio Fresa

Eugenio Raspi
Tuttofumo
Baldini+Castoldi 2019
€ 18,00; pagine 350

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