Ex-Ilva: ancora niente di fatto, ma resta un’occasione persa

taranto ex-ilva
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Continuare ad insistere nella direzione della difesa a spada tratta, anche con l’utilizzo di un intervento dello Stato, la strategicità dell’industria siderurgica e della produzione dell’acciaio mi sembra controproducente. Taranto meriterebbe un destino diverso.

Seguiamo in proposito il ragionamento di Alessandro Marescotti che contesta l’idea della siderurgia e quindi della ex-Ilva come strategica. Innanzitutto se ci fosse un compratore serio, lo Stato l’avrebbe già (ri)venduta, ma soprattutto in considerazione che, riprendendo quanto detto dalla Commissione europea al Parlamento europeo, «l’industria siderurgica mondiale registra attualmente un eccesso di capacità produttiva di circa 542 milioni di tonnellate» e così non potrebbe essere nemmeno un investimento. Nel prosieguo della sua tesi precisa che i «beni strategici in entrambi i versi (scarsità/abbondanza) sono i beni comuni: l’ambiente (il capitale naturale), la salute, il capitale umano, la cultura, la ricerca. Per tali beni non c’è sovrabbondanza. E il loro aumento nel tempo non ne pregiudica il valore ma viceversa ne consolida la strategicità. Considerare invece l’acciaio come un bene comune è invece una profonda distorsione del ragionamento e fa solamente a pugni con ogni teoria economica si voglia scegliere a riferimento. La produzione siderurgica oggi ha due gravi problemi: quello di ridurre le emissioni inquinanti e, contemporaneamente, di contenere al massimo il rilascio di gas climalteranti»[1].

La situazione è sull’orlo del baratro perché i dazi americani prima e la recessione poi, dovuta alla pandemia, hanno ridotto al lumicino la domanda e non si sa quando si potrà tornare a livelli accettabili.

Alla fine della teleconferenza del 25 maggio tra il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli, il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo, i vertici di ArcelorMittal, i commissari Ilva e in sindacati, l’Ad Morselli ha ribadito la posizione dell’azienda a rispettare gli impegni e per il piano industriale ha ottenuto altri dieci giorni di tempo. Mentre il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri ha ribadito che «lo Stato è disponibile a intervenire direttamente per avere un’Ilva forte, che produca tanto, che sia leader mondiale, che abbia 10.700 occupati, che faccia investimenti significativi con l’intervento dello Stato diretto e indiretto».

Tra scioperi e mobilitazioni negli stabilimenti a Genova il 26 maggio si è giunti ad un accordo sulla cassa integrazione Covid, questa volta con soddisfazione dei sindacati per “l’aumento dei lavoratori che da 400 passano a 590 e la rotazione che interessa 800 addetti che lavorerebbero 10 giorni su 20 lavorativi”.

La Fiom ha così commentato il comportamento dell’azienda: «le modalità con le quali ArcelorMittal ha pensato di gestire la cassa integrazione sito per sito richiamando prima i lavoratori in piena emergenza con le deroghe prefettizie e scaricandoli immediatamente dopo con il ricorso sostanzialmente generalizzato agli ammortizzatori sociali, ha ulteriormente acuito ad aggravato un quadro di relazioni industriali che quando non è inesistente, è inaccettabile».

Al momento resta l’intesa precedente che dà la possibilità fino al termine dell’anno 2020, pagando una penale di 500 milioni di euro, di lasciare al suo destino gli stabilimenti italiani se non si attuasse il piano di investimento che prevede anche l’ingresso dello Stato nella holding AmInvestco con una quota di minoranza di Invitalia.
Pasquale Esposito

[1] Alessandro Marescotti, “La siderurgia è oggi veramente strategica?”, https://www.peacelink.it/economia/a/47686.html, 23 maggio 2020

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