Export, Euro e le regole disattese dalla Germania

GERMANIA AMBURGO
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Nel 2013 il surplus commerciale tedesco era già a livelli record con i suoi 198,9 miliardi di euro e nel 2014 la musica non è cambiata perché il governo tedesco ha continuato a spingere sulla crescita attraverso l’export e così lo scarto tra esportazioni e importazioni ha raggiunto la cifra di 217 miliardi di euro.
È di opinione comune che i tedeschi siano sempre precisi e rispettosi delle regole e questo fino a farne un simbolo intoccabile, indipendentemente da eventuali conseguenze disastrose nell’ossequiare quanto stabilito. Senza entrare in analisi, e sarebbe utile farne, riguardanti queste attitudini bisogna dire che quando le regole non sono convenienti per la Germania le si possono mettere da parte.
Lo sanno bene a Bruxelles che è così per il surplus della bilancia commerciale di Berlino.  Infatti la Commissione Ue, per garantire l’equilibrio economico al suo interno, ha stabilito che l’avanzo non può superare il 6% e se lo si fa per più di tre anni si incorre in sanzioni. Ebbene «per la Germania, il 2014 dovrebbe esser stato il quinto anno fuori dal tetto e la Commissione ha già aperto una indagine. Secondo i calcoli di Bloomberg, il dato annunciato oggi equivale al 7,4% del Prodotto interno lordo tedesco» [1]. Ma tutto tace visto il dominio della Merkel e dei governi satelliti.

Chi ha più volte protestato verso questa politica sono stati gli USA con il Segretario del Tesoro Jacob Lew che ha precisato come uno spostamento delle scelte economiche verso un aumento della domanda interna sarebbe stato utile al commercio europeo e mondiale.
Ben Bernanke professore e per due mandati presidente della Fed mentre esplodeva la crisi spiega che beneficia di un Euro che non si apprezza come accadrebbe se fosse valuta nazionale e così l’export va a gonfie vele «ma il suo enorme surplus commerciale è “insano”, riduce la domanda e la crescita per i partner e sposta solo su di loro tutto il peso degli aggiustamenti necessari, rendendo inevitabile una riduzione dei salari e degli altri costi. La Germania dovrebbe “spendere a casa sua”, il che sarebbe anche nel suo interesse oltre a ridurre i rischi di rottura dell’euro» [2].
A dire il vero i vantaggi dell’economia tedesca (e non sempre dei suoi cittadini) nei confronti delle altre economie dipendono non solo da un tasso di cambio debole anche dai bassi salari (dal 1995 al 2014 sono aumentati di 21 punti percentuali in meno rispetto alla media dell’Eurozona e ad un’inflazione bassa [3].

Ma torniamo agli scambi commerciali. Se si pensa che oltre un terzo dell’export è rivolto ai paesi Ue si deduce chiaramente quanto questa politica economica non aiuti le economie europee in stallo o in recessione come quella della Grecia. Non solo ma l’export tedesco verso Atene è aumentato passando dai 4 miliardi e 737 milioni del 2012 ai 4 miliardi 955 milioni del 2014, per non dire poi degli investimenti per un totale di 8,7 miliardi dall’inizio del crisi investiti facendo campagna acquisti a condizioni vantaggiose tanto che la si è definita neocolonizzazione. Basti pensare alla Fraport, la società che gestisce gli aeroporti di Francoforte, controlla ora 14 scali regionali tra cui quelli di Corfù, Rodi e i due di Creta. La ciliegina sulla torta è  la modalità con cui avvengono: «Berlino usa come strumento un istituto di credito creato nel 1948 nell’ambito del piano Marshall, il ‘Kreditanstalt für Wiederaufbau’ (la Banca della ricostruzione), che ha già sostenuto i laender dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino ed è uno dei primi tre gruppi bancari della Germania, ma resta al di fuori del perimetro del bilancio federale, così queste operazioni non pesano sui conti dello Stato» [4].
A proposito di conti dello stato, da quando sono esplosi i debiti pubblici di molte nazioni europee c’è stato uno spostamento di capitali verso i bund tedeschi abbassando così i tassi d’interesse che «hanno permesso un grande risparmio di denaro al bilancio federale. Fino al 2030 questa somma dovrebbe quantificarsi in 160 miliardi, come calcolato dall’IfW, Istituto per l’Economia mondiale di Kiel. Solo nel 2015 la Germania ha risparmiato attraverso i bassi rendimenti dei Bund circa 20 miliardi di euro» [5].

Non tutti in Germania hanno potuto avvantaggiarsi di queste politiche economiche, così pure nemmeno tutte le strutture della nazione tedesca sono ben posizionate per il futuro del paese. Gli indici macroeconomici (Pil, inflazione, debito pubblico, tasso di disoccupazione…)  positivi nascondono anche altro.
La famosa riforma del mercato del lavoro (Hartz) voluta dal cancelliere social-democratico Gerhard Schröder nel 2003-05 ha sì diminuito la disoccupazione «ma lo ha fatto allargando enormemente il bacino dei lavoratori precari, part-time e sottopagati (alla riforma va il merito di aver introdotto i cosiddetti mini-job e midi-job), col risultato che il monte ore totale è rimasto praticamente invariato. A causa della riforma, sono anche aumentati drammaticamente i livelli di povertà nel paese, che nel 2013 hanno toccato un nuovo record storico: il 16,1 per cento della popolazione totale, il 69 per cento dei disoccupati, il 35,2 per cento dei genitori single e il 5,7 per cento dei bambini» [6].
La Germania investe molto poco sia se prendiamo i privati (il tasso è sceso dal 21% del 2000 al 17% del 2013) sia se consideriamo il pubblico. Il sistema dell’istruzione annaspa e le università tedesche non riescono a tenere il passo delle migliori a livello globale e i suoi laureati con età tra i 30 e 34 anni sono meno della media Ocse. All’istruzione universitaria si oppongono le imprese manifatturiere perché  preoccupate «dal declino delle immatricolazioni al sistema apprendistato, che oggi rappresenta il principale canale di passaggio scuola-lavoro». E poi c’è una struttura demografica vecchia che, se non rinverdita da immigrati (?!), potrà creare rischi sul sistema [7].
Un sistema che anche un altro punto debole: le banche. «“Uno dei peggiori al mondo”, secondo l’analista Paul Gambles. La scarsa capitalizzazione delle banche, compresa la Deutsche Bank, lascia il sistema vulnerabile a potenziali crolli.
Circa la metà delle piccole banche europee, lasciate fuori dalla supervisione della Bce, si trova proprio in Germania. Si tratta di banche regionali e municipali con un rapporto in molti casi di dipendenza dalla politica. Queste hanno in pancia debiti garantiti dallo stato pari al 145 per cento del Pil tedesco, debiti che in futuro potrebbero finire per pesare sul bilancio pubblico» [8].
Pasquale Esposito

[1] Raffaele Ricciardi, “Il surplus tedesco fa il record, in barba alle regole Ue”, www.repubblica.it, 9 febbraio 2015
[2] Carlo Clericetti, “Bernanke le canta alla Germania (e all’Europa)”, http://clericetti.blogautore.repubblica.it/, 18 luglio 2015
[3] Luca Gemmi, “Le conseguenze del surplus tedesco”, www.economiaepolitica.it, 26 febbraio 2014
[4] “Grecia, la Germania fa affari con la crisi“, www.lettera43.it, 10 Luglio 2015. Le informazioni sono state riprese da un articolo de L’Espresso.
[5] “I 4 modi con cui la Germania guadagna con l’eurocrisi”, www.giornalettismo.com, 17 luglio 2015
[6] Thomas Fazi, Guido Iodice, “Divergenze in Europa: questione di prezzi o di quantità?”, www.economiaepolitica.it, 24 luglio 2015
[7] Nicolò Cavalli, “La Germania non è un modello da seguire”, www.internazionale.it, 27 luglio 2015
[8] Nicolò Cavalli, ibidem

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