Eyes Wide Shut, l’opera testamento di Stanley Kubrick. Prima parte

eyes wide shut
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Un doppio vedere
Eyes Wide Shut: un titolo intraducibile, ossimorico, “occhi aperti chiusi”, “occhi spalancati chiusi”, un titolo che rimanda ad una doppia dimensione del vedere.

Un vedere verso l’esterno (occhi aperti) ed un vedere “interiore”, rivolto verso l’interno (occhi chiusi). Questa doppia dimensione del vedere ci dice che la vista non è mai solo un percepire passivo (l’oggetto si proietta verso il soggetto), vale a dire, un vedere sensoriale, ottico-retinico, oggettivo ma ha in sé anche una dimensione attiva, produttiva, (il soggetto si proietta verso l’oggetto), vale a dire, una dimensione soggettiva, interiore, riflessiva e istintiva, contemplativa ed emotiva. Se in Schnitzler abbiamo un doppio sogno (Doppio Sogno è la versione italiana del titolo della novella dell’autore austriaco, Traumnovelle, da cui è tratto il film), in Eyes Wide Shut la prospettiva cambia, abbiamo un doppio vedere. Questo doppio vedere è lo sguardo con cui percepiamo la realtà. Il vagare notturno del protagonista Bill (Tom Cruise), ad esempio, non si presenta solo retinicamente come il peregrinare di un uomo che si muove in uno spazio euclideo e che reagisce in seguito a sollecitazioni esterne. Gli spazi in cui si muove Bill, le persone che incontra, le situazioni che vive, sono fortemente carichi della sua dimensione soggettiva. Di una dimensione soggettiva che contiene anche la componente inconscia/onirica. In Eyes Wide Shut  la realtà è anche sogno ed il sogno è anche realtà. La considerazione è cruciale, merita quindi di essere subito approfondita.

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La dimensione onirica
In un’intervista degli anni settanta rilasciata al critico cinematografico francese Michel Ciment, a proposito del libro di Schnitzler, Kubrick sostiene: “Esplora l’ambivalenza sessuale di un matrimonio felice e cerca di equiparare l’importanza dei sogni e degli ipotetici rapporti sessuali con la realtà“. Ci chiediamo, come ci restituisce Kubrick l’idea di equiparare l’importanza dei sogni e degli ipotetici rapporti sessuali con la realtà? Mostrandoci l’onirico nel reale e il reale nell’onirico. Ed infatti, anche se il viaggio notturno di Bill (quindi l’orgia, le maschere, il pedinamento dell’uomo con l’impermeabile, il “branco” di ragazzi che lo insulta, l’atmosfera notturna ecc.), sembra portarci su un piano onirico (o addirittura ci appare di percorrere il mondo interiore di Bill), narrativamente però, il peregrinare notturno di Bill è costituito da situazioni che accadono realmente. Quindi il viaggio notturno di Bill è reale ma lo percepiamo in modo surreale. La realtà, in quanto si dà allo sguardo, contiene al proprio interno elementi onirici. Non è necessario, sembra dirci Kubrick, mostrare in modo esplicito questi elementi ma bisogna farli percepire all’interno del visibile realistico. E’ una presa di posizione fortissima che possiamo leggere anche in chiave critica nei confronti di tutta l’arte (dalla pittura al cinema) che nel secolo scorso ha esplicitato il surreale. Kubrick invece lascia il surreale implicito nella dimensione del reale. Attenzione, non lo evoca, non lo suggerisce, non è un’operazione né simbolica né metafisica, Kubrick ci fa vedere l’onirico nella realtà, nella superficie del visibile. La realtà è anche sogno, proprio perché nella dimensione interiore del vedere è contenuta anche la componente onirica. Come dire, noi sogniamo (occhi chiusi) anche quando siamo svegli (occhi aperti).
Se con Bill “vediamo” l’onirico nel reale, con Alice (Nicole Kidman) siamo invece di fronte al reale nell’onirico. Le fantasie e i sogni raccontati da Alice sono veicolati con la sola parola, cioè senza immagini. Ancora una volta, quindi, Kubrick non esplicita visivamente il lato onirico. Mentre Alice racconta, rimaniamo nella superficie del visibile hic et nunc,  non ci addentriamo in una dimensione interiore che va al di là di questo visibile, né tanto meno torniamo nel passato attraverso dei flash-back. Ma anche non rappresentandoli direttamente (cioè senza le immagini), le fantasie e i sogni raccontati da Alice ci appaiono come veri, fortemente realistici. “Un sogno non è mai soltanto un sogno”, dice Bill nella scena finale del film. La realtà del sogno o delle fantasie è restituita in tutta la sua verità, in tutta la sua presenza, nelle e dalle parole di Alice. Il sogno ha a che fare direttamente con la realtà e non solo indirettamente come chiave interpretativa del reale. Come dire, “vediamo”, cioè viviamo, nei nostri sogni o nelle nostre fantasie (occhi aperti) anche se solo sogni sognati o fantasie immaginate (occhi chiusi).
Quindi Kubrick, all’interno di una rappresentazione che rimane sempre in un rapporto di corrispondenza con la realtà, da una parte ci fa percepire onirica la realtà (peregrinare surreale di Bill), dall’altra ci presenta reale il sogno (racconti realistici di Alice). Vedere, sognare, immaginare si danno sinteticamente nello sguardo (occhi aperti-chiusi).

Il tempo e la ricerca di Bill
All’interno di questo complesso piano estetico (cioè mostrare i contenuti dello sguardo rimanendo su un piano rappresentativo mimetico nei confronti della realtà), la scelta di far percorrere al film un’unica e progressiva traiettoria nel tempo è decisiva perché Kubrick dà così alla struttura architettonica della trama un’impronta fortemente realistica. Doppio Sogno comincia con un flash-back che Kubrick e lo sceneggiatore Raphael (lo racconta Raphael nel libro Eyes Wide Open) eliminano perché l’esigenza è quella di un tempo lineare progressivo. Questa esigenza è funzionale all’estetica complessiva del film che procede, così come la realtà, temporalmente in avanti. Nel suo procedere irreversibile però, il tempo viene manipolato attraverso dissolvenze incrociate (a volte apparentemente sgrammaticate) e stacchi ellittici, che ci restituiscono anche la componente soggettiva con cui viene percepito il tempo. Dicevamo, il tempo procede in un’unica direzione ma Bill torna indietro sui suoi passi, come in un movimento temporale al contrario. Il giorno successivo alla notte dell’orgia ritorna nei luoghi in cui è stato la notte precedente. La sua è una ricerca, un’indagine. Ma cosa ri-cerca Bill? Vuole capire cosa è successo la notte prima, cosa è successo alla donna che si è sacrificata per lui, cosa è successo al suo amico Nick. “Ricerca” anche Domino (la prostituta pagata senza aver consumato il rapporto). La notte dell’orgia il vagare di Bill si presenta invece come un cercare e non un ricercare. Cosa cerca? Non lo sa, è preda delle situazioni. In questo cercare-ricercare, Bill è soprattutto alla ricerca di sé, alla ricerca di una chiave interpretativa del suo essere nel mondo dopo che sua moglie Alice, confessandogli che durante una vacanza estiva sarebbe stata capace di abbandonare la famiglia per seguire uno sconosciuto ufficiale di marina, ha fatto crollare di colpo il mondo delle certezze che Bill abitava in modo sicuro. Bill si muoveva sicuro all’interno di un mondo fatto di certezze proprio come all’inizio del film lo vediamo muoversi in modo sicuro e agile,  movimento accompagnato da ampie e fluide carrellate, negli spazi della sua casa. In realtà sin dall’inizio del film il contesto di certezze appare solo illusorio, Bill infatti vaga tra diverse cose che non sa, non conosce, non ricorda. Non sa dov’è il portafogli, non ricorda come si chiama la baby-sitter, non conosce nessuno al party di Ziegler (Sidney Pollack) dove incontra due ragazze che, ancora una volta, non ricorda dove ha conosciuto. Le due ragazze prendono sotto braccio Bill che non sa dove lo stanno portando. Bill quindi s’illude di abitare in un luogo solido fatto di certezze. Illusione che diventerà consapevolezza dopo la confessione di Alice. Ecco, dopo quella confessione, Bill è alla ricerca di un nuovo quadro di certezze, è alla ricerca del senso perduto che solo illusoriamente apparteneva alla sua vita.
In questa sua ricerca, gli strumenti, le “armi” con cui si muove, le uniche certezze che lo aiutano a rapportarsi con il mondo, sono il denaro e il tesserino professionale. Nel suo vagare notturno Bill spende tanti soldi (Kubrick dice sempre esattamente la cifra spesa da Bill in ogni situazione) e mostra più volte il suo tesserino professionale (in tutto il film Bill dice spesso di essere un medico). Per inciso, in quest’ottica risulta quasi ironico, e non secondario, che il film cominci proprio con Bill che chiede ad Alice dov’è il suo portafogli (tra l’altro bill  significa anche “banconota”). Dicevamo, Bill è alla ricerca di un nuovo quadro di certezze, ma quanto più cerca di ricomporre tanto più la realtà non si ricompone. Quanto più sa e scopre tanto meno è in grado di ricucire, di dare un senso al quadro che si viene delineando. Ed infatti: Bill torna alla villa dell’orgia ma non gli permettono di entrare, anzi un uomo gli consegna un biglietto in cui gli viene intimato di smetterla con le sue indagini; sa dalla coinquilina di Domino che quest’ultima è risultata positiva al test dell’HIV; sa dal portiere che Nick, con uno o più lividi sul volto,  ha lasciato molto presto l’albergo accompagnato da due uomini; scopre che il titolare del negozio di maschere sfrutta a fini sessuali la sua giovane figlia. Infine Bill ha il sospetto che la donna che si è sacrificata per lui sia la donna morta di overdose di cui si parla in un articolo di giornale. Bill sa, scopre ma la realtà si fa sempre più indecifrabile, oscura, il quadro di certezze non si ricompone. Il tempo, procedendo in modo lineare, cambia le cose. Il tempo lascia inesorabilmente le tracce del suo procedere nel mondo. Bill indaga tornando sui suoi passi come a voler sfidare l’irreversibilità del tempo, vuole capire l’ ieri e si ritrova un oggi già diverso. Alla fine Bill è mandato a chiamare da Ziegler il quale gli spiega come sono andate le cose. Quindi l’indagine di Bill finalmente trova delle risposte?, il quadro delle certezze si ricompone? No, niente affatto. Sì è vero, scopriamo che la donna che si è sacrificata per lui è la stessa che Bill ha soccorso la sera della festa in casa di Ziegler, che è la stessa donna il cui cadavere Bill ha visto all’obitorio. Ma Bill ne esce più confuso di prima. Ziegler gli dà una pacca sulle spalle dicendogli: “E’ morta una, succede ogni giorno. La vita continua, fino a quando non continua più”. Ziegler dice cioè a Bill che deve rassegnarsi di fronte alla realtà.
Quale realtà? E soprattutto, il pensiero di Ziegler riflette quello di Kubrick? Dobbiamo rassegnarci di fronte alla realtà?
FINE PRIMA PARTE

Rocco Silano

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