Il Club di Montecristo, la letteratura, il crimine, il riscatto. Ne parliamo con Fabiano Massimi

Fabiano Massimi Vivi nascosto
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Fabiano Massimi ha creato la fortunata serie del Club di Montecristo, un gruppo di persone che, dopo aver conosciuto la dura realtà del carcere, ha messo su un’organizzazione (Gli ammutinati) sempre pronta ad intervenire quando si verificano delitti e vicende inquietanti. Gli ex pregiudicati corrono il rischio di essere travolti da una catena di pregiudizi e incomprensioni e i membri del Club svolgono inchieste parallele per appurare la verità.

Colpi di scena, profondi legami di amicizia e di stima, dolori celati che rendono spesso la vita privata assai dolorosa: Massimi nei suoi romanzi sa dosare questi elementi offrendoci l’occasione per osservare il disperato bisogno di vita, amore e amicizia che tutti portiamo dentro.

Con Fabiano Massimi abbiamo parlato dei romanzi – Il Club di Montecristo e il recentissimo Vivi nascosto (entrambi pubblicati dalla Mondadori) – che rappresentano i primi passi della serie. Vivi nascosto è una storia avvincente e, verrebbe da dire, con due ideologie che si scontrano: la necessaria colpevolezza di chi è già stato in carcere si oppone all’infallibile bontà di amicizie profonde e protettive. Nella narrazione di Massimi ogni tassello che sembra essere arrivato al posto giusto, è rimesso in discussione e l’approdo finale ci porta a scoprire sentimenti e risentimenti.

Fabiano Massimi Vivi nascostoCome prima domanda, secondo le abitudini della nostra rivista, la inviterei a raccontare brevemente chi è Fabiano Massimi e quali sono le sue attività.
Fabiano Massimi è un uomo di libri. Bibliotecario, editor, traduttore, docente di scrittura alla Scuola Holden, scrittore – ma soprattutto lettore, da sempre, di tutto.

Senza cadere in una faticosa opera di ricerca di etichette, la letteratura “gialla” sembra negli ultimi decenni capace di assumere su di sé l’onere di narrare le trasformazioni della nostra società, scegliendo punti di vista molto particolari e configurazioni innovative.
Massimo Carlotto dice che solo il noir riesce a raccontare la società senza chiudere gli occhi sugli aspetti più crudi o scottanti – il crimine, la finanza, la politica, i vizi pubblici e privati – e per molti versi gli do ragione. In effetti io credo che tutta la letteratura, quando fa quello per cui è nata, racconti non solo un personaggio o una vicenda ma un mondo intero. Il giallo è particolarmente adatto a questo scopo perché, tra i generi narrativi, è quello in cui per definizione si deve ficcare il naso dappertutto. Un po’ come fare l’ispettore anti-sofisticazione è il modo migliore per conoscere la situazione del comparto agroalimentare, descrivere un delitto, un’indagine, una scena del crimine e un microcosmo relazionale è il modo migliore per conoscere la porzione di mondo relativo. Penso, per esempio, ai gialli di Robert Galbraith: il primo sul mondo della moda, il secondo sul mondo editoriale, eccetera. Poi il giallo sa tenere l’attenzione, e questo lo rende un veicolo ideale per qualsiasi messaggio, anche quelli che, vivendo nella stessa società, non vorremmo ascoltare. 

La sua serie Il club Montecristo, per la quale è di recente uscito il secondo volume dal titolo Vivi nascosto, racchiude molti degli elementi che abbiamo enunciato. Riprendendo le sue parole, si potrebbe dire che “nessuno conosce il crimine meglio di un criminale”. Che cosa è, quindi, Il club Montecristo e che cosa fanno insieme i personaggi che lei ha creato, tutti accomunati dall’esperienza del carcere?
Dal carcere, in Italia, è molto difficile uscire. Anche alla fine della pena, i detenuti sanno che nessuno dà un lavoro a un ex ladro, nessuno affitta casa a un ex truffatore, per cui spesso cadere nella “recidiva” è un esito scontato. Pensando a questo, quando lavoravo come bibliotecario nel carcere di Modena mi venne in mente un personaggio, Primo, che uscito di prigione riesce a trovare casa e lavoro, quindi a prosperare al punto da possedere negozi, ditte, appartamenti… Invece di usarli per arricchirsi, però, decide di mettere il suo patrimonio a disposizione di altri ex detenuti intenzionati a rigare dritto – il Club Montecristo, una sorta di società di mutuo soccorso. Gli Ammutinati, come si chiamano tra loro i soci del Club, vivono una vita parallela a quella della società generale, lavorando onestamente e giurando di non usare mai più le loro speciali capacità. Ma quando un delitto irrisolto si affaccia nella loro vita, forse un’eccezione va fatta, per il bene della giustizia – e come diceva Vidocq, “ci vuole un criminale per prendere un altro criminale”. Il Club può andare dove la polizia non potrebbe mai. Un vantaggio non da poco.

In un gioco che mette in discussione i ruoli e quindi i pregiudizi, il Club affronta indagini sempre complicate e incrocia il proprio cammino con quello delle forze dell’ordine. Il rapporto fra questi due mondi è uno dei temi sui quali le sue pagine ritornano con una certa frequenza. Quale problema vuole indicare ai suoi lettori? Quanto conta l’essere un pregiudicato?
In Italia le forze dell’ordine fanno un lavoro egregio – tolta la criminalità organizzata, siamo uno dei Paesi con il più basso tasso criminale del mondo – ma a volte anche i migliori possono commettere errori, specie se guidati da un pregiudizio. Noi un pregiudizio contro gli ex carcerati ce l’abbiamo, inutile negarlo: decenni di politici che descrivono i periodi in prigione come “vacanze pagate” hanno lasciato il segno, e anche se siamo una nazione cattolica e tollerante tendiamo a pensare che se uno è finito dentro se lo è meritato, quindi è giusto che soffra. Ma la nostra Costituzione parla chiaro: gli istituti di pena non servono a punire, ma a riformare. Si paga il debito con la società e si esce ripuliti, possibilmente rieducati, indirizzati verso una vita nuova lontana dal crimine. Quando questo meccanismo virtuoso si inceppa, la sconfitta è generale, ci rimettiamo tutti. Senza contare che tutti, prima o poi, potrebbero ritrovarsi in carcere. Il confine tra bene e male è sottile, nessuno dovrebbe credersi al sicuro. In questo senso, dunque, far funzionare il carcere è un favore che facciamo concretamente a noi stessi. Se non siamo in grado di immedesimarci e com-patire chi ha sbagliato, proviamo a pensarla in questo modo.

I personaggi che lei ha creato sono giunti al crimine per strade diverse e per motivazioni diverse. Le loro vite risultano quasi sempre spezzate e il Club con le sue regole e la sua forza sembra costituire una sorta di ultima occasione per rimettere in piedi un’esistenza. Quali speranze guidano oggi i suoi personaggi?
Tutti gli esseri umani vogliono di base la stessa cosa: essere amati. Essere accettati, riconosciuti, trovare un posto nel mondo. Chi poi dai binari della società è deragliato, e fatica a rimettersi in linea, cerca a maggior ragione una rinascita, una palingenesi (per usare una bella parola poco usata). Gli Ammutinati, come si chiamano tra loro i soci del Club Montecristo, cercano riscatto, a volte, e pace, quasi sempre, ma soprattutto vogliono amore, nella forma più pura che esista: l’amicizia. Aiutarsi a vicenda, tenersi d’occhio, condividere, godere insieme del bello che la vita – anche piegata, anche sfregiata – continua sempre a regalarci. È questo cui ambiscono gli Ammutinati. E più che una speranza, essendo uomini d’azione, il loro è un progetto, quasi una certezza.

Reclusione, esclusione, inclusione e così via sono termini che usiamo spesso in maniera frettolosa e poco attenta. Tra il “dentro” e il “fuori” le cose sono sempre più complesse di quelle che sembrano. Le chiederei, forzando un poco la mano: chi sono i criminali e come si distinguono?
Criminale è chi commette un crimine, nel momento in cui lo commette o continua a commetterne. Quando si smette di commettere crimini non si è più, a mio avviso, criminali, e basta non ricominciare perché quell’etichetta decada. Poi si resta responsabili dei crimini commessi in passato, e per questi è giusto e necessario fare ammenda, pagare il debito, pentirsi, redimersi. Non esiste però una “persona criminale”, spinta a delinquere da una tara genetica lombrosiana. Al netto di sociopatie e psicopatologie violente, il delitto è una scelta – spesso mal informata – che si può smettere di scegliere. Io credo, in altre parole, nel riscatto del condannato. Il Club Montecristo simboleggia questo: la convinzione che un criminale, se lo vuole, può distinguersi da se stesso e smettere di essere un criminale, tornando alla radice, tornando semplicemente un uomo.

Strumenti informatici, amore per l’arte, memoria prodigiosa, una rete di conoscenze nei punti giusti: come nascono i suoi romanzi e come si integrano i diversi personaggi per raggiungere una coralità che lascia, però, spazio a tutti?
Io sono un fan delle strutture ben concertate, come nella costruzione di grattacieli o grandi navi: tutto viene disegnato nel dettaglio prima di aprire la cassetta degli attrezzi. La coralità di questa serie è studiata a tavolino, perché gli Ammutinati sono tutti ugualmente importanti, per me, e pian piano avranno ognuno il suo momento di gloria sotto i riflettori. Poi ho quattro protagonisti – Arno, Lans, Elsie e Lana – che nei primi due romanzi sono in prima fila e vanno dosati attentamente. Impostata la trama, meditati i loro archi narrativi e psicologici, delineati temi e tempi della narrazione, diventa tutta una questione matematica: tot pagine, tot scene, una precisa percentuale di libro per ognuno di loro. Sembra freddo, detto così, ma è come cucinare: se gli ingredienti sono dosati come si deve e i tempi di cottura vengono rispettate al secondo, ne possono venir fuori delizie.

Nei due romanzi che compongono fino ad adesso la serie, c’è, nelle vite dei suoi personaggi un grande spazio per i sogni perduti e per gli amori scomparsi. Resta una speranza di una vita serena? Quanto pesano i ricordi per chi ha dovuto pagare un prezzo alla vita?
Qui mi tocca fare uno spoiler: i romanzi del Club Montecristo sono e saranno sempre a lieto fine (tranne che per la vittima iniziale, si intende). Questo perché per me è importante, nella messe di brutte notizie e pessime vibrazioni quotidiana, inserire anche un po’ di leggerezza, farsi due risate, vedere il mondo con lenti più luminose. Poi io sono un ottimista, e tendo a pensare che in qualche modo ce la faremo, che le cose si aggiusteranno, che i prezzi van pagati, sì, ma poi ti porti a casa l’oggetto che desideravi. Ai sacrifici possono seguire benefici. I sogni perduti si possono recuperare. Gli amori scomparsi (e questa è un promessa) tornano sempre a visitarci.

Le rivolgo un’ultima domanda, forse perché veniamo fuori – o almeno si spera – da un periodo complesso che ci ha prodotto non poche ansie: i suoi personaggi riusciranno mai a dormire sonni tranquilli senza essere travolti dai fantasmi di una vita che sembra sempre sul punto di sgretolarsi?
Sì. Arriveranno a dormire sonni tranquilli, scopriranno che quei terribili fantasmi erano solo lenzuola, troveranno un terreno stabile su cui costruire nuovi edifici, più solidi e ospitali. Succede anche nella vita reale, di continuo. Dopo ogni crisi c’è una rinascita. Gli Ammutinati ci stanno già lavorando.

Antonio Fresa

Fabiano Massimi
Vivi nascosto
Mondadori, 2022
pagine 312; euro 17,00

 

 

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