Fabrizio Benedetti, Il cacciatore di ricordi

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Fabrizio Benedetti è un neuro scienziato. Insegna fisiologia umana e neurofisiologia all’Università di Torino. È uno dei massimi esperti mondiali dell’effetto Placebo. Ma non si ferma al corpo, a quel groviglio di cavi e connessioni che costituiscono il nostro apparato nervoso, che accendono i nostri processi mentali. Benedetti va al di là e lo afferma chiaramente nelle brevi note introduttive al suo libro Il cacciatore di ricordi, Quattro casi gialli per un neuro scienziato, edito da Mondadori.

È l’ambiente che plasma i nostri cervelli e i nostri corpi, quindi ciò che avviene nel nostro corpo ha profonde radici nel mondo intorno a noi. Ecco dunque che sono diventato un medico psicologo, e forse anche un po’ sociologo e filosofo.
copertina il cacciatore di Fabrizio Bnedetti ricordi di

I casi presentati avvalorano la posizione dell’autore, che sottolinea come Il concetto di disagio e quello di malattia non possano essere compresi appieno se la materia medica non entra nel profondo della mente del paziente e dell’ambiente intorno a lui.

È partendo da questa premessa, dall’attenzione che Fabrizio Benedetti pone ai percorsi della medicina narrativa, che ci siamo accostati alla lettura di questo libro. Libro che, sotto le vesti del giallo, ci fornisce il pretesto per un viaggio nel cervello/mente dell’uomo e di esplorare alcuni processi legati alla memoria.
Abbiamo apprezzato la chiarezza con cui sono esposti concetti che ai tempi dell’Università ci erano apparsi complessi, intricati. Invece nelle sue pagine Benedetti ci prende per mano, ci accompagna con sicurezza e chiarezza a cogliere snodi complessi del funzionamento del corpo fisico e psichico. La padronanza della disciplina, fisiologia e neurofisiologia, unite a una scrittura sobria, fanno di questo libro una lettura interessante.

Quattro i racconti per quattro casi diversi. La maledizione di Ondina; Anestesia cosciente; Realtà incantata; Sreberinca.
In ognuno di essi si raccontano aspetti diversi della fisiologia e neurofisiologia della memoria, come i ricordi siano costruiti, come si perdano, quali strumenti si usano nell’indagare questi aspetti. Di alcuni di questi, come il casco stereotassico, non sospettavamo neppure l’esistenza.

Il libro di Benedetti non ci pone solo davanti al corpo fisico del paziente. Ci pone di fronte alla sua storia umana. Suscita domande rispetto al ruolo del medico, al rapporto che il medico instaura con colui che è in cura, che è soggetto, ancora prima di essere paziente e paziente alle prese con la sua malattia.
Sono domande su ciò che pensiamo essere l’umano, la responsabilità, su che cosa è la cura.

Non vogliamo togliere al lettore il piacere di impadronirsi da solo di queste pagine. Quindi non seguiremo punto per punto le vicende di ognuno dei racconti proposti. Soprattutto non sveleremo le soluzioni adottate in ogni caso.
Comprendiamo e condividiamo la posizione del medico che nel racconto La maledizione di Ondina, fa il possibile per alleviare la sofferenza del paziente. È struggente leggere la storia di questa donna immersa nelle nebbie della dimenticanza. Merita la nostra attenzione assistere alla creatività con cui Benedetti tenta, di volta in vota, di arrivare al cuore e alla mente, del problema umano e medico.

Sicuramente interessante Anestesia cosciente, dove si presenta una breve storia dell’anestesia, che va dalle pratiche di compressione della carotide presso gli Assiri al curaro utilizzato in epoca moderna. Ma ancora più interessante la domanda posta. Che cos’è la coscienza? Può essere misurata?
Benedetti lascia la domanda aperta. Fa intravedere come la coscienza non possa essere ridotta a meri impulsi elettrici.

Realtà incantata mi conduce a pormi una domanda. E se è in grado di fare questo rimane sicuramente un racconto importante. Poiché come abbiamo sempre sostenuto, le domande sono sempre più importanti delle risposte, perché gravide di sviluppi e connessioni inaspettate.
La domanda che ci poniamo è: Il medico deve guidare il paziente o guidare la cura, lasciando il paziente libero nelle sue scelte? Forse è un antico dilemma, antico quanto l’arte medica che è arte, mestiere, non ancora scienza, per lo meno non quanto le scienze fisiche e sperimentali. Io scelgo la seconda possibilità.

Ma è Sreberinca, che ci costringe alla domanda più pressante.
Intrigante la storia di Marcus, si segue con piacere e fascino. Ma la domanda di fondo rimane. Dio esiste o non esiste? È una di quelle domande impossibili a cui ognuno deve trovare la propria risposta. Ma c’è con un’altra domanda che risulta più importante: è lecito ingannare il paziente anche se questo inganno è funzionale alla sua guarigione? Ma è poi guarigione se raggiunta con l’inganno? Cerco di spiegarmi meglio. È lecito per il medico, per l’altro in generale, manipolare e far arrivare il soggetto a una determinata conclusione che pure è salvifica, ma che è fondata sull’inganno? Quindi essendo fondata sull’inganno priva il soggetto del proprio destino?
È per queste domande che Fabrizio Benedetti è riuscito a suscitare che lo ringraziamo.
Gianfranco Falcone

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