Faust. Il delirio di onnipotenza che porta allo smarrimento di sé

Faust Aleksandr Sokurov
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Ci ha detto ogni cosa del corpo, e neanche una parola dell'anima”. Questa la prima emblematica battuta del film, rivolta da a , suo maestro e mentore. E proprio alla ricerca dell'anima sembra voler andare Faust, nella scena in questione, rovistando all'interno del corpo che disseziona minuziosamente, estraendone, uno per volta, gli organi interni.

Nell'ultimo film-capolavoro di Sokurov, che sbaraglia la concorrenza a Venezia, vince il leone d'oro per “manifesta superiorità” (come ci ricorda il trailer italiano riportando un titolo del Sole 24 ore) e chiude la tetralogia sul potere del regista russo, il mito di Faust rivive in tutto il suo vigore tragico e la sua oscura e sinistra fascinazione. Ma se la rilettura del Faust operata da Sokurov è distante da quella cinquecentesca e preluterana (in cui tema dominante è ancora la disputa per la salvezza o la dannazione dell'anima), altrettanta distanza si può scorgere anche dall'opera di Goethe (dal quale è liberamente tratto), in cui la sfida tra Dio e il demonio intorno all'anima di Faust occupa ancora un posto centrale. Qui, infatti, sembra che al regista interessi soprattutto una ricognizione sull'ambizione dell'uomo, sulla sua smisurata sete di conoscenza e dominio della natura, sulla sua volontà di possesso dell'intero scibile e di manipolazione del medesimo per sfidare i confini entro i quali gli è dato muoversi. Insomma, un'indagine su un ulteriore aspetto del potere che chiude la più generale e complessa riflessione sul tema avviata, 12 anni prima, col primo film della tetralogia: il bellissimo Moloch.

Faust, come viene reso evidente fin dalla prima battuta, non si accontenta di soffermarsi alla meccanica delle cose, di conoscere il funzionamento del corpo umano (lui che ha studiato filosofia, giurisprudenza, teologia e medicina); vuole andare “oltre ed oltre” (come griderà nella sequenza finale del film): alla ricerca dell'anima e, con essa, del senso della vita. Faust lavora freneticamente, non dorme mai, non mangia per giorni interi, non ama e non ha famiglia. Ma che senso ha tutto questo se l'anima è ignota? – confesserà al padre in un momento di sconforto.
Sokurov mette in scena, allora, un uomo onnisciente e smisuratamente ambizioso; ma accecato, al tempo stesso, dal suo (quando Faust firmerà il famigerato contratto con cui s'impegna a cedere l'anima al diavolo sarà talmente preoccupato di correggere gli errori grammaticali del testo da non curarsi affatto del suo contenuto: la dannazione eterna!).

Se però, da un lato, Faust è mosso dalla sua brama di conoscere ed andare al di là dei limiti imposti al sapere umano (carpire il segreto dell'anima, conoscere il senso della vita), dall'altro si scontra con la ristrettezza del tempo a disposizione (un tema che verrà costantemente evocato: lo stesso strozzino/demonio, requisendo i beni di un suo debitore che aveva impegnato tutto, a fronte delle rimostranze di questi, gli dirà che il suo tempo è scaduto!). Ristrettezza del tempo concesso e finitudine dell'esperienza umana che, oltretutto, renderanno ancora più intenso (e disperato) lo sforzo per travalicare tali confini.
Sete di potere, dunque, limiti umani e caducità della vita. E, in tutto questo, il patto col diavolo. La voluttà, infatti, ad un certo punto, prende inesorabilmente il sopravvento. Il desiderio della bella Margaret prevale sulla sete di immortalità di Faust (a proposito, oltre al tempo, è l'arte l'altra cosa cui viene data importanza dal demonio; l'arte che diventa proprio strumento di immortalità: “Quest'opera le sopravvivrà”, dirà lo strozzino a Faust chiedendogli un autografo sulla copertina di un trattato di medicina scritto da quest'ultimo). Prevale, allora, la voluttà sulla sua folle ricerca dell'anima (per inciso: questa vittoria del desiderio si iscrive perfettamente nell'ottica di un personaggio dedito esclusivamente alla conoscenza: “Ragazze: cosa ci faccio io qui?”, dirà a se stesso Faust quando il demonio lo porterà con sé per tentarlo). E la debolezza della condizione umana, da un lato, la voluttà ed il desiderio come corollario del potere, dall'altro, vengono mirabilmente messi in luce in questo passaggio (peraltro essenziale) della storia.

Ma l'analisi va oltre ed è impietosa e sconfortante, perché ad esserlo è la stessa condizione dell'uomo (calato in un mondo dove “non esiste il bene, ma il male esiste eccome!”); perché la sete di potere, la brama dell'uomo di sfidare la propria finitudine non può che partorire dei mostri (come per l'homunculus: “l'uomo partorito dalla mano dell'uomo” che Wagner mostrerà orgoglioso a Margaret). Ma i mostri partoriti dalla brama di conoscenza erano già stati evidenziati nel corso della narrazione: Wagner, personaggio schivo ed untuoso, è legato a Faust da un rapporto morboso; e lo stesso Faust, inseguendo la propria brama di conoscenza, prima si abbrutisce riducendosi allo stato di mendicante, poi si palesa per ciò che realmente è: una sorta di folle privo di qualsiasi scrupolo e capacità di controllo di fronte alla sua brama di sapere. E quando, nella sequenza finale, questi – stracciato il contratto col quale si era impegnato, firmando col sangue, a cedere la propria anima al diavolo – tornerà ad inseguire la sua sete di conoscenza, la sentenza sarà implacabile: “Solitudine eterna senza speranza di salvezza”!
Tra rimandi alla (lo strozzino sembra uscito da un quadro di ), ottiche deformanti (che evocano la presenza demoniaca) in formato 4/3, inquadrature immerse in una luce abbacinante (che accompagna gli incontri tra Faust e Margaret), atmosfere inquietanti, oniriche e claustrofobiche, sortite nel regno dei morti, cunicoli e stretti passaggi, si consuma uno degli affreschi più spettacolari, densi, impietosi ed apocalittici della deriva umana che il cinema abbia mai conosciuto.

Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:

Titolo originale: Faust – Genere: Drammatico – Origine/Anno: Russia/2011 – RegiaSceneggiatura: Aleksandr Sokurov – Interpreti: Johannes Zeiler, , Isolda Dychauk, Georg Friedrich, Hanna Schygulla, Antje Lewald, Florian Brückner, Sigurdur Skulasson, , Montaggio: Jörg Hauschild – Fotografia: Bruno Delbonnel – Scenografia: Elena Zhukova – Costumi: Lidia Krukova – Musiche: Alexander Zlamal

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