Federico Fornaro, Fuga dalle urne

Fuga dalle urne Federico Fornaro
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L’astensionismo è andato crescendo anche nel nostro paese che, fino a qualche anno fa, vantava una partecipazione molto elevata al voto rispetto ad altre democrazie europee.
In Fuga dalle urne, Federico Fornaro, senatore Pd e autore di numerosi saggi e biografie legate alla politica e alla storia nazionale, ci invita a riflettere sul valore dell’astensionismo, sulla crisi dei partiti e sull’idea stessa di rappresentanza.

federico-fornaro-fuga-dalle-urneNel nostro paese, con un’evidente differenza rispetto alle altre democrazie europee, il dato sull’astensionismo non ha mai, fino a recenti occasioni, attirato l’attenzione degli analisti o degli stessi politici.
La riflessione sui dati sull’astensionismo si concentrava in genere nelle ore successive alle elezioni e non veniva poi ulteriormente approfondita.
Tradizionalmente, tenendo anche e comunque conto del tardivo approdo alla forma democratica nel nostro paese, gli elettori che rinunciavano a esercitare il loro diritto/dovere di cittadini hanno rappresentato una percentuale davvero minima e quasi fisiologica.
Si può, in effetti, dire che un astensionismo così limitato, è stato benevolmente interpretato come il segno di una convinta e consapevole adesione alla democrazia, per un paese uscito da una dittatura, da una guerra di liberazione nazionale e da un referendum che ha decretato la nascita della Repubblica.
Insomma, vista la storia italiana, le lotte sostenute e anche il sangue versato, le conquiste fatte nel campo della partecipazione democratica, il diritto al voto e alla competizione elettorale – nel senso più nobile del termine – rappresentavano acquisizioni che non potevano essere tradite.

Citazione 1
Anche l’Italia rientra in questo quadro. Il declino della partecipazione elettorale è stato recentemente certificato nel nostro Paese dalla più bassa percentuale di votanti nella storia repubblicana fatta registrare nelle elezioni politiche 2013 (75,1% per la Camera dei Deputati). A questa hanno fatto seguito performance di astensionismo senza precedenti nel 2014 e nel 2015 rispettivamente nelle Regionali dell’Emilia Romagna (37,7%) e della Toscana (48,3%), due regioni contraddistinte da straordinari livelli di civismo e da un diffuso e radicato impegno associativo e politico (Carocci, 2007).

L’altro fattore che aiutava a comprendere il senso di questo dato era la forza ideologica e organizzativa del sistema dei partiti.
La loro struttura e la loro capacità a farsi portavoce di esigenze e interessi di vasti gruppi sociali avevano trasformato il ricorso alle urne in qualcosa di adatto e connaturato a una società complessa e dalle molte anime.
Se i fattori esposti in premessa sono efficaci a descriver le ragioni di un basso astensionismo, e a fotografare, quindi, una fase della nostra storia politica nazionale, è evidente la necessità di riflettere sulla loro evoluzione o sulla loro caduta, quando l’astensionismo si va diffondendo e diventa interpretabile in diverse direzioni.
La crisi dei partiti, incapaci almeno in senso generale di superare anche una lunga catena di scandali legati alla corruzione e alla degenerazione del potere, è sicuramente uno dei fattori che assecondano il diffondersi dell’astensionismo.
Questa crisi dei partiti costringe però a un’attenta e quasi drammatica riflessione sulla democrazia rappresentativa e sulle sue forme.
In altri termini, l’elisione della base elettorale comporta uno svuotamento della democrazia e confina i partiti in una sorta di condizione autoreferenziale che li costringe a rivolgersi a gruppi sociali sempre più ristretti e interessati, in qualche modo, a intrattenere con la politica un rapporto che appare come necessario e funzionale alla tutela d’interessi di varia natura.
Se questa ipotesi si rivela veritiera, l’astensionismo è anche figlio della volontà/necessità della politica, dei politici e dei partiti di rivolgersi a un elettorato sempre più circoscritto, rinunciando del tutto al contatto con fette sempre più ampie della popolazione.
Il malcontento e la diffidenza possono, allora, alimentare i movimenti che si contrappongono alla politica tradizionale; possono d’altra parte determinare un’estraneità sempre più ampia e preoccupante al linguaggio e ai riti della democrazia rappresentativa.
Il saggio di Fornaro risulta, dunque, utile per almeno due motivi: l’analisi storica che attraversa la storia italiana dal regno d’Italia a oggi; l’insieme dei dati messi a disposizione del lettore per avere un’immediata evidenza dell’evoluzione della situazione.

Citazione 2
A differenza di altri momenti di crisi, oggi, sotto la spinta della propaganda di movimenti populisti ed etnoregionalisti, cresce nell’opinione pubblica europea l’idea che si possa tranquillamente fare a meno dei partiti e anche di molte istituzioni rappresentative, a cominciare dai Parlamenti, zeppi di “vecchi arnesi” della politica novecentesca.
Una ragione in più, quindi, per andare in profondità e comprendere le ragioni e le motivazioni che sono all’origine del fenomeno dell’astensionismo in Italia, spia di un disagio e di un malessere profondo nel rapporto tra cittadini e politica.

Partendo dalle informazioni che il saggio di Fornaro propone e dai dati che ci sono consegnati nella ricca appendice, si possono indicare almeno tre linee di possibile riflessione su di un elemento, quello dell’astensionismo, che sembra destinato ad acquisire un sempre più importante valore nella vicenda politica nazionale.
La crisi economica può autorizzare a proporre almeno due ipotesi che conducono comunque alla disaffezione al voto.
In primo piano, in una generale situazione d’insicurezza economica e sociale, si colloca una visione della politica come una “struttura corporativa” incapace di rispondere ai bisogni particolari dei singoli cittadini.
La complessità del mondo odierno, indicata in parte nella forma “glocalism” – la tendenza cioè a legare globalizzazione e localismo -, può produrre due effetti apparentemente contraddittori.
Il potere decisionale è, secondo la prima di queste possibili letture, collocato in una scala europea e mondiale, e con un chiaro predominio dei poteri economici, capaci, anche, di condizionare quelli politici, se non addirittura di esautorarli.
Tale dimensione sovranazionale non sembra essere connessa alle scelte del singolo elettore e determina, quindi, una sorta di disaffezione o di convinzione nell’inutilità del voto.
Questa impostazione può rivelarsi particolarmente utile a indagare la diffidenza e la disaffezione verso le istituzioni comunitarie.
Da un differente angolo visuale, il rinchiudersi nelle “piccole patrie”, inseguendo cioè una visione sempre più locale, “popolare” e particolaristica, ci parla di un’attenzione politica che si concentra solo nella relazione alla comunità locale per rinsaldarne l’identità e promuovere il rifiuto di ogni “contaminazione” razziale, religiosa e – non ci si sorprenda – anche ideologica e politica.
In questa dimensione, il criterio base della rappresentanza s’incrocia con quello dell’appartenenza a un preciso gruppo etnico, linguistico e culturale.
L’ultimo aspetto che si potrebbe indicare è anche quello più complesso e con una valenza, sul piano della tenuta della democrazia, ben più ampia.
La diffusione della democrazia, almeno nel nostro continente, è anche il risultato delle società di massa con un’ampia redistribuzione del reddito fra le classi sociali e la nascita dei grandi partiti.
S’intende qui richiamare l’attenzione sulla necessità di continuare a indagare, con un rinnovato interesse, il rapporto fra l’elisione delle cosiddette classi medie (nel senso più ampio attribuibile a questa espressione) e la caduta della partecipazione politica.
Il concentrarsi della ricchezza nelle mani di pochi sembra riproporre una visione elitaria del potere e della sua trasmissione, idea che sembrava del tutto superata nelle società europee e che determina, ovviamente, una forte disaffezione nei confronti della politica.

Citazione 3
Come già ricordato, in questa fase, l’astensionismo cambia carattere e forme, con l’espandersi sia di una quota di “astensionisti cronici” sia di “astensionisti intermittenti”. Detto in altri termini il non voto da “comportamento passivo” si trasforma in “comportamento attivo”: una precisa scelta dell’elettore (Corbetta, 1999). Non più, dunque, un fenomeno patologico e incompatibile con le istituzioni democratiche, ma una “componente stabile” del comportamento del corpo elettorale (Cuturi, 2000).

L’astensionismo, c’è spiegato, si trasforma da comportamento puramente passivo, con una sorta di rifiuto delle istituzioni stesse, in un comportamento attivo che tende a esprimere diffidenza e fastidio verso l’insieme dei partiti o verso il proprio stesso schieramento di riferimento, non avvertito più come affidabile o rispondente ai requisiti ideologici richiesti dall’elettore. Una situazione quella così rappresentata che appare, dunque, molto più liquida e in continuo cambiamento.
Il saggio di Fornaro affronta l’attualità nella prima parte e ripercorre, nelle parti successive, le tappe storiche della partecipazione elettorale nella storia italiana: dal regno d’Italia con una condizione di voto per pochi e ristretto, fino alle elezioni regionali del 2014 2015 con l’influsso sul voto e sull’informazione politica dei nuovi canali di comunicazione on-line. In questa situazione anche il successo del Movimento 5 Stelle è indagato senza pregiudizi e senza rinunciare all’analisi delle ragioni di un fenomeno per molti versi davvero sorprendente.
Antonio Fresa

Federico Fornaro
Fuga dalle urne
Astensionismo e partecipazione elettorale in Italia dal 1861 a oggi
Edizioni Epoké, 2016
Pagine 174
€ 14,00

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