Felicità dell’antico. Gli dei di Kavafis

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In uno scritto di Plutarco, Il tramonto degli oracoli, si legge un passo che può indurre a riflessioni interessanti. Ad un certo punto uno dei partecipanti al dialogo, Eracleone di Megara, narra un curioso episodio capitato al retore Emiliano nel corso di un viaggio: «Proprio lui mi raccontò che una volta si era imbarcato per l’Italia su un mercantile con molti passeggeri a bordo: alla sera, quando già si trovavano presso le isole Echinadi, il vento cadde di colpo, e la nave fu trasportata dalla corrente fino a Paxo. Quasi tutti i passeggeri erano svegli, e molti, terminata la cena, stavano ancora bevendo. All’improvviso si sentì una voce dall’isola di Paxo, come di uno che gridasse il nome di Tamo. Tutti restarono sbalorditi. Questo Tamo era un pilota egiziano, ma quasi nessuno dei passeggeri lo conosceva per nome. Due volte la voce dell’uomo lo chiamò e lui stava zitto. Alla terza rispose e allora quello con tono più alto disse: “Quando sarai a Palode, annuncia che il grande Pan è morto”» (Plutarco, Dialoghi delfici, a cura di D. De Corno, Milano, Adelphi, 1995, p. 83).

Una sorta di Götterdämmerung in scala ridotta, quindi, che si compie in un silenzio interrotto da una voce misteriosa che annuncia la morte di un dio. Splendido nella sua articolazione retorica, il passo è rilevante per diverse ragioni. Non sfuggì a E.M. Forster, per esempio, che nel racconto Storia di un panico (1903) lo riprese nel suo contenuto più vistoso (la morte di Pan), spostandolo in un contesto mediterraneo e novecentesco, per lamentare la scomparsa degli antichi dei. Ma è veramente così? O non è piuttosto vero che nelle mitografie che ne accolgono le vicende gli dei incarnano universali umani che sono, in quanto tali, eterni?
È l’insigne poeta neogreco Constantinos Kavafis a fornire una fra le tante risposte possibili, facendola dipendere, com’è logico, dalla sua visione dell’arte e del mondo. Chiunque abbia letto la sua opera sa bene che essa si imposta per intero su due grandi insiemi: una contemporaneità nutrita della cronaca, il più delle volte ellittica prima ancora che reticente, di vicende omoerotiche forse vissute in prima persona e, accanto a questa, molteplici incursioni in una antichità spesso negletta dal grande pubblico, quasi sempre intessuta di casi accaduti “dietro le quinte”, che va dalle vicende dei Tolomei d’Egitto a quelle di figure più o meno illustri della storia di Bisanzio, spesso fermate in quel bagliore perlaceo che precede la fine. I due spazi sono tenuti insieme da una malinconia, da una Sehnsucht per così dire ellenizzata, dai contorni indefiniti ma sempre percepibile senza sforzo. A contrastare la forza negativa di queste ombre, il culto, fermo come la pietra antica, della bellezza.
Ne fanno fede, per il discorso che vado conducendo, due poesie, Ionica (1911) e Di fronte alla Statua di Endimione (1916). Le propongo nella traduzione di Nelo Risi e Margherita Dalmàti (K. Kavafis, Settantacinque poesie, Torino, Einaudi, 1992), forse meno rigorosa dal punto di vista filologico rispetto a quelle di un Filippo Maria Pontani o di un Nicola Crocetti ma a mio modo di vedere più attenta alla ritmica del verso e alla sostanza emotiva che lo pervade:

Se abbiamo abbattuto le loro statue,
se li abbiamo scacciati dai loro templi,
non per questo gli dei sono morti. O terra
di Ionia, sei tu ch’essi amano ancora.
Quando il mattino d’agosto ti avvolge tutta,
nella tua aria passa un vigore di quella loro
vita e una figura d’efebo, indecisa,
immateriale, a volte corre via veloce
sull’alto delle tue colline.

Altrove, nelle poesie dedicate a Giuliano Imperatore, strenuo quanto sfortunato campione del paganesimo, Kavafis parlerà del trionfo inarrestabile di Gesù Cristo e della intolleranza spesso distruttiva degli adepti del novello credo. Qui l’uso del pronome “noi” mira invece ad unire in un oblio che alla voce poetante appare colpevole gli iconoclasti cristiani e tutti coloro che hanno voluto deporre nei rifiuti della storia miti possenti e tuttora capaci di elargire insegnamenti. Ma se la bellezza non muore, allora nemmeno gli dei muoiono. In una terra incontaminata, avvolta nella tersa luce di un mattino d’agosto, in quella stessa terra che era stata per il mondo modello di civiltà, si compie una epifania consolatrice. Esso stesso paradigma di bellezza, riconosciuto come tale da tempi immemorabili, un efebo ne frequenta le colline. Un fantasma, forse (“immateriale“), ma sempre visibile a chi ancora conservi, almeno nel chiuso della mente, occhi per vedere, occhi che gli consentano di riacquistare vigore da forme purissime. Ecco ora gli altri versi:

Sopra un carro bianco tirato da quattro
mule bianche dai finimenti d’argento
arrivo da Mileto a Lamo. Sacrificando
a Endimione e libando ho navigato
da Alessandria su una trireme color porpora.
Ecco la Statua. In estasi ora guardo
la vantata bellezza di Endimione.
Gelsomini rovesciano i miei servi
dai canestri e il giubilo augurale
mi ridestò la voluttà di un tempo.

Endimione dormiente. 1756. Nicolas-Guy Brenet – Fotografia autoprodotta, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10337486

Si ricorderà che, secondo il mito più noto che lo riguarda, Endimione era un bellissimo giovane pastore amato da Selene. Quando, su intercessione di Selene, Zeus gli concesse la realizzazione di un desiderio, il ragazzo chiese di poter dormire un sonno eterno che gli serbasse intatta la figura. Molto si potrebbe dire, leggendo questi versi, anche di Mileto e Lamo e soprattutto di Alessandria, la città di Kavafis, da lui amata e odiata, luoghi certo non scelti a caso. Ma ciò che qui più colpisce è innanzitutto il viaggio che un devoto, ricco non solo interiormente, compie per onorare il simbolo della bellezza che non muore: a ciò che è bello bisogna andare incontro. Ne discende l’uso della prima persona (che ha anche la funzione di avvicinare il sacrificante allo stesso Kavafis, fra i più grandi e struggenti cantori della voluptas) e il fastoso cromatismo dell’intera composizione: il bianco, l’argento, la porpora, il profumato candore dei gelsomini sparsi a piene mani. Ne trae beneficio il simulacro di Endimione, ne trae conforto il lettore moderno. Felicità dell’antico.

Stefano Manferlotti

 

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