Femminicidio e violenza sulle donne: una storia di barbarie

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I segni della barbarie e la barbarie stessa non ci abbandonano. Semplicemente perché donna. L’ultima, durante il viaggio di nozze, una giovane strangolata in un ostello dal marito trentenne.

Il 25 novembre 1960 è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, istituita il 17 dicembre 1999 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, questa data è il giorno in cui le tre sorelle Mirabal nella Repubblica domenicana andavano a trovare i rispettivi mariti in prigione, ma furono fermate lungo la strada da alcuni agenti del Servizio di informazione militare del regime del dittatore Rafael Leonidas Trujillo e poi torturate, massacrate ed uccise.

Nel 2017, in Italia, le donne che hanno fatto ricorso ai Centri antiviolenza  sono state oltre 49mila e oltre 29mila di loro hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Il 27% sono straniere e il 63,7% ha figli, nella maggioranza dei casi minorenni.
Nei primi dieci mesi del 2018, in Italia, le donne vittime di femminicidio sono state 106, in media una ogni tre giorni. Un dato inquietante è il fatto che, confrontando il 2017, le uccisioni delle donne rispetto al totale crescono di circa il 3% nell’anno. Secondo i dati dell’istituto Ricerche Economiche e Sociali (Eures) dal 2000 ad ottobre 2018 i femminicidi sono stati 3.100 e il 66,1% sono stati opera dei mariti o dei compagni.
Sono cifre che raccontano di una barbarie quotidiana e diffusa e qui mancano i milioni di gesti violenti o inopportuni che i maschi compiono nei confronti delle donne a casa, nei locali, a lavoro, per strada.

Dall’ultimo rapporto Indifesa – La condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo a cura dell’associazione Terre des Hommes [1] leggiamo che «nella fascia d’età compresa tra i 15 e 19 anni, nel mondo circa 70 milioni di ragazze (una su quattro) sono state vittime di violenza fisica a partire dall’età di 15 anni».
Nel mondo ci sono tradizioni e culture barbariche che infliggono violenze inaudite alle ragazze e alle donne come la pratica della mutilazione dei genitali. Seppur in calo questa pratica, si legge sempre nello stesso rapporto che «secondo le stime dell’OMS attualmente sono circa 200 milioni le donne che hanno subìto una mutilazione genitale e vivono prevalentemente in 30 Paesi. Tra queste, più di 44 milioni sono bambine e ragazze con meno di 15 anni: in molti Paesi, infatti, “il taglio” viene praticato entro i primi cinque anni di vita della bambina. In Gambia il 56% delle ragazze ha subito la mutilazione prima dei 14 anni di età (cioè negli anni tra il 2000 e il 2015), in Mauritania il 54%, in Indonesia il 49%, in Guinea il 46%, in Eritrea il 33%3». E decine di migliaia di loro hanno richiesto asilo nel 2017.
Lo stesso rapporto parla del minor accesso all’istruzione di bambine e ragazze nel mondo rispetto ai maschi, così come di un maggior numero di ore lavorate come attività domestiche; e poi ci sono i matrimoni precoci a cui sono costretti le bambine e le adolescenti «Gli ultimi dati forniti da Unicef stimano in circa 12 milioni le bambine costrette a sposarsi ogni anno e se non ci sarà un’ulteriore accelerazione nel contrasto a questo fenomeno circa 150 milioni di bambine e ragazze saranno costrette a sposarsi entro il loro diciottesimo compleanno da qui al 2030», con le conseguenti gravidanze e agli aborti spesso fatti in condizioni inimmaginabili.
Fermiamoci.

Pasquale Esposito

[1] https://terredeshommes.it/indifesa/new/pdf/TDH_Dossier_Indifesa_2018_web.pdf

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