Femminicidio: i termini della violenza di genere. Intervista ad Anna Loretoni.

donna
history 12 minuti di lettura

I recenti e numerosi fatti di cronaca ci costringono ad una riflessione sulla specificità della violenza contro le donne.
Per approfondire questi temi Mentinfuga ha intervistato Anna Loretoni, docente di Filosofia politica, presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Studi Universitari e di Perfezionamento di Pisa.

Femminicidio è una parola complessa perché contiene in sé, oltre al drammatico rimando alla cronaca, elementi filosofici, sociologici e storici.
Il dilagare di una violenza di genere – con tratti che derivano dal passato e aspetti specifici della nostra epoca – costringe a riflettere con attenzione, anche per avere consapevolezza dei termini che usiamo, di volta in volta, per definire i fenomeni nella loro reale portata.
Come dobbiamo avvicinarci al femminicidio?

Sebbene alcuni, a mio parere superficialmente, abbiano stigmatizzato l’uso del neologismo ‘femminicidio’, io credo che esso espliciti molto bene i termini di questa specifica violenza. In primo luogo il fatto che si è uccise in quanto appartenenti ad un genere specifico, un genere cui vengono attribuiti una condizione e un ruolo di subordinazione e di sottomissione.
Il femminicidio, questa violenza rivolta specificamente verso le donne, può essere letto come la risposta al deragliamento da questa identità ascritta. I fattori coinvolti in questa drammatica dinamica sono pertanto molteplici ma riconducibili ad un’antica forma di dominio maschile che nella sostanza non si è modificata, nonostante le molte conquiste in termini giuridici, politici e sociali che il Novecento ha prodotto a favore del genere femminile.


Abbiamo perso le parole? – Foto Raffaele Gentili

Vittoria Franco, in un suo recente contributo sul tema (vedi nota informativa), ci suggerisce una relazione dialettica per comprendere la specificità della violenza contro le donne oggi.
Riporto direttamente una sua frase: “Ecco due parole per capire e spiegare il fenomeno della violenza di genere oggi: “libertà” e “potere””.
Può aiutarci a comprendere questa relazione?

Il fatto è che il femminicidio stride oggi in forma estrema con l’acquisizione di potere e di libertà delle donne. In questo senso esso è anche il frutto di una non accettazione da parte di alcuni uomini di questo guadagno sociale e politico ormai acquisito.
Nella motivazione al femminicidio c’è al fondo l’idea che la libertà delle donne rappresenti un deragliamento, una volontà di sottrarsi all’esercizio del potere maschile. C’è una dialettica, è vero, tra riconoscimento progressivo di diritti, di status sociale e professionale delle donne da una parte, e un’eredità storica e culturale che vorrebbe ancora affermare: “Tu non puoi essere libera”; “Tu non puoi essere autonoma”. Questo vale, in modo particolare, all’interno della relazione amorosa. È da qui, da questo contrasto, che si sprigiona, drammaticamente, l’incapacità di accettare la scelta di concludere una relazione o un matrimonio. Questa incapacità fa capo ad una logica proprietaria, fondata su una relazione distorta tra desiderio maschile e corpo femminile, e s’inscrive in una dimensione macrostorica che è ancora largamente alla base del nostro modo di pensare la società e la relazione tra i generi.

La crisi che stiamo vivendo, se mi consente una piccola divagazione, non è soltanto economica.
In discussione, credo, ci sono anche le nostre certezze secolari di maschi, che avvertono la messa in crisi della nostra stessa identità.
Alla base della violenza s’intravede anche questa paura, questa insicurezza.
Possiamo, però, aspettarci qualche passo positivo da una riflessione sull’identità e sull’appartenenza che superino steccati di genere, di razza, di religione e ci preparino davvero a un’identità plurale e aperta?
Insomma, secondo Lei, ci sono più opportunità o più pericoli nei mutamenti che stiamo affrontando?

Andiamo per ordine. La riflessione sull’identità è fondamentale ed opportuna a tutti i livelli, ci aiuta a decostruire ciò che siamo, che siamo stati o che vogliamo essere; ci consente di prendere una certa distanza, riflessivamente, dalle nostre convinzioni, e di assumere rispetto ad esse un atteggiamento critico, più incline ad aprirsi all’alterità e alla diversità. Se riusciamo ad introdurre il limite e la parzialità nel nostro modo di rappresentarci, se ne cogliamo origini e presupposti impliciti, saremo maggiormente in grado di accogliere il diverso da noi e di mettere in atto processi di empatia partecipativa anche con chi non condivide i nostri valori o le nostre scelte.
Nessuna forma d’identità dovrebbe essere immune da questo processo di decostruzione.
Pensiamo, ad esempio, all’identità nazionale, che ha portato a tante sanguinose contrapposizioni nel secolo scorso, e a come sulla base della sua rivisitazione critica si stia faticosamente costruendo un’identità europea che, partendo dalla memoria della guerra, rifiutando un esercizio esclusivo e aggressivo della sovranità, prova a ridisegnare i confini di uno spazio sovranazionale di pace e sicurezza che si va consolidando, tra alti e bassi, dal 1950.
Senza un apprendimento democratico capace di cogliere i limiti di quella identità nazionale e di prenderne le distanze, i Padri Fondatori non avrebbero neppure potuto pensarla un’Europa frutto dell’integrazione di processi prima economici e poi politici e giuridici.
Torniamo all’identità socialpsicologica, che è quella che in tema di femminicidio ci interessa approfondire.
Quel che vorrei sottolineare è che le donne hanno riflettuto a lungo e dolorosamente sulla loro identità – mettendo in discussione il presunto essenzialismo che, anche via Costituzione, ci ricorda la nostra “essenziale funzione familiare” –  e hanno guadagnato uno spazio nel mondo, nella dimensione pubblica, mettendo in campo una sorta di ‘identità contro’, capace di schiudere loro quegli orizzonti di libertà che le pareti domestiche, il loro “incapsulamento familiare” – per usare una felice espressione di Chiara Saraceno – di fatto precludevano, del tutto o in parte.
Questo percorso, che le donne hanno intrapreso e sulla base del quale si sono poi guadagnate diritti e riconoscimenti, non ha visto, o ha visto solo in forma molto parziale, la partecipazione degli uomini. Senza dubbio, negli ultimi decenni, molto uomini si sono opposti a modelli discriminatori e oppressivi delle relazioni di genere, ma la mancata riflessione sull’identità maschile è alla base di quella resistenza al mutamento che è purtroppo parte del nostro presente. Come ci ricordano i molti studi su questi temi, il patto fraterno di esclusione delle donne, la stessa misoginia, sono ancora oggi un importante fondamento dell’ordine politico. E’ come se gli uomini non si sentissero tali, o come se si sentissero minacciati, in un contesto in cui le donne non sono in certo qual modo sottomesse e subalterne.
Su questo modello di virilità occorrerebbe aprire una lunga riflessione, decostruirlo al fine di mostrarne i limiti e le pericolosità.
La violenza sulle donne va ben oltre coloro che la subiscono direttamente; se tollerata e giudicata non sempre del tutto inaccettabile – come spesso accade soprattutto quando si parla di violenza domestica – essa finisce con il minacciarci potenzialmente tutte, limitando di fatto la nostra libertà.
Se la politica riuscirà a fare della violenza sulle donne un tema di interesse primario, a guadagnarci saremmo tutti, uomini e donne.


Osservando – Foto Raffaele Gentili
In occasione del processo contro Adolf Eichmann, svoltosi a Gerusalemme nel 1963, Hannah Arendt coniò l’espressione “banalità del male” per definire l’inquietante normalità di quello che era visto come un mostro.
La supposta mostruosità serve anche a confortarci, a distanziarci da ogni possibile coinvolgimento o responsabilità. In fondo noi, uomini normali, non siamo mostri.
C’è banalità nel femminicidio?

Il bellissimo libro di Hanna Arendt mostrava un versante rimosso della complessa vicenda del totalitarismo: non i suoi tratti eccezionali e, in quanto tali, non facilmente riproponibili, ma al contrario l’insopprimibile e costante possibilità della sua realizzazione.
Lo strazio della Shoah era stato prodotto da uomini e donne come noi, apparentemente banali e normali, e, proprio in quanto tale, esso poteva ripresentarsi, come parte intrinseca della nostra stessa umanità. Per quanto sconvolgente, questa riflessione coglieva la possibilità della tragedia nella storia stessa dell’umanità, fornendo una diagnosi acuta e lungimirante della stessa Modernità.
Il male è accanto a noi, è una possibilità; dobbiamo esserne consapevoli se vogliamo evitarlo, sia nel destino individuale che in quello collettivo.
Il femminicidio, ma più in generale ogni forma di violenza sulle donne, sembra ritornare, confermandolo, sul pensiero proposto da Arendt.
Il violento non è il mostro, rappresentato con gli stereotipi dei tatuaggi e delle borchie. Il violento è proprio l’insospettato e insospettabile che conduce una vita normale, colui a cui non penseremmo mai. Il marito, il fratello, il padre. Questo ci dicono le cronache e questo sembrano dirci gli addetti ai lavori, prevalentemente psicologi, che lavorano nei centri antiviolenza o nelle associazioni di maltrattanti, di coloro che da violenti decidono di intraprendere un percorso di ‘guarigione’. Da questi racconti emergono le molte identità dei violentatori, diversificate e per nulla scontate, che ci inducono a ridiscutere il nostro stesso immaginario e a farlo maturare in modo assai meno rassicurante. Su questo versante la nostra riflessione è molto arretrata e occorre invece svilupparla.

In tema di violenza sulle donne gli interventi legislativi sono stati numerosi ma non sempre sufficientemente determinati. Possiamo fare il punto della situazione?

Non sono una giurista e non posso dare una risposta articolata su questo punto. Penso tuttavia che il piano legislativo, importantissimo, vada associato ad altri piani, sociali e culturali. Fondamentale è il ruolo dei Centri anti-violenza e delle Case delle donne, che vanno sostenuti in primo luogo finanziariamente.
La parte più difficile, a mio parere, è tenere insieme il piano penale della punizione, necessario, e quello della prevenzione.
La Convenzione di Istanbul, approvata non senza polemiche anche dal nostro Parlamento, definisce bene questo punto nel capitolo III dedicato alla Prevenzione, che non va limitata al solo piano legislativo, ma che deve includere, elemento importante di cui si discute poco o male, anche la formazione delle figure professionali che si occupano delle vittime o degli autori degli atti di violenza. E’ necessario che le donne che decidono, non senza difficoltà, di denunciare il molestatore o il violentatore, siano accolte con competenza e capacità, siano guidate e sostenute nella loro scelta.

Lei è anche presidente dell’Associazione Antigone, Donne per Narni città plurale. Quale importanza hanno le associazioni e i gruppi in questi processi? Sono una via alternativa alla politica dei partiti o una proposta complementare in questo complesso passaggio storico?

Il ruolo delle associazioni e della società civile in generale è molto importante. I
o sono convinta che la democrazia non sia soltanto una forma di governo, un definito insieme di istituzioni, di poteri, di pesi e contrappesi. La democrazia è innanzitutto una ricca cultura dell’individualità, come ha scritto di recente anche Nadia Urbinati, e senza questa cultura, senza uno spazio pubblico abitato da cittadine e cittadini liberi, uguali e solidali, desiderosi di discutere e di confrontarsi oltre la dimensione privata degli affetti e degli interessi, la stessa rappresentanza politica, quella mediata dai partiti, viene con il tempo a svuotarsi.
Quella che emana dalle associazioni della società civile è insomma una sorta di corrente calda, una linfa vitale in grado di arricchire le democrazie contemporanee. Sono proprio le associazioni gli ambiti in cui sempre più frequentemente vengono alla luce e poi a maturazione le nuove richieste di libertà, le nuove richieste di riconoscimento. Nella società civile questi processi si producono più agevolmente che nei partiti, la cui crisi va letta anche in questa direzione, come incapacità ad entrare in contatto con le richieste di riconoscimento, materiale e simbolico, delle nuove soggettività.

La inviterei a trattare un ultimo punto. Gli interventi legislativi sono importantissimi per la definizione dei reati, per la tutela delle vittime e per gli interventi di sostegno alle stesse.
Accanto a questo è necessario però avviare una specifica attività formativa che consenta ai giovani, agli adolescenti di imparare a guardare con occhi diversi le loro coetanee oltre gli stereotipi di genere. Quali strumenti si possono mettere in funzione e con quali finalità?

La formazione dei giovani, uomini e donne, ragazzi e ragazze, dovrebbe essere un tema prioritario nelle politiche pubbliche di ogni paese. Stiamo assistendo da qualche tempo ad un’inversione di tendenza -per quanto ridimensionata dalle urgenze della crisi economica che attanaglia tutti i settori- che sembra ridare centralità alla scuola, all’università e alla ricerca. Investire in questo ambito, sin dai primissimi anni di vita scolastica, per proporre modelli cooperativi e non violenti di soluzione dei conflitti, per insegnare la decostruzione degli stereotipi, la pratica dell’empatia, del sapersi mettere al posto degli altri, soprattutto quando questi sono svantaggiati, diversi, minoritari, rappresenta un’educazione alla cittadinanza democratica in grado di formare individui autonomi, critici e responsabili. E’ necessario lavorare con gli/le insegnanti, attraverso percorsi di formazione e di aggiornamento, ma è poi fondamentale tradurre le competenze acquisite nei curricula scolastici, ampliandoli e rinnovandoli. Infine, intraprendere con studenti e studentesse, se possibile anche con le famiglie, percorsi di acquisizione di consapevolezza, utilizzando gli strumenti più diversi; dalla produzione di video, al teatro, alla musica. Per preparare domani una comunità in cui uomini e donne saranno liberi di definire i contenuti delle loro identità, rispettosi delle diversità e capaci di agire una conflittualità non violenta, è necessario investire sui bambini e sulle bambine di oggi. Antigone ha già predisposto un progetto di questo tipo con alcune scuole di Narni; abbiamo chiesto un sostegno al Comune e al MIUR e siamo fiduciose di trovare risposte positive.

Antonio Fresa

Per saperne di più:
Anna Loretoni è nata a Narni; si è laureata a Firenze, dove vive, e insegna a Pisa, come docente di Filosofia politica, presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Studi Universitari e di Perfezionamento. Presso la Scuola Sant’Anna è Vice-Preside della Classe di Scienze Sociali e Coordinatrice del Phd in “Politics, Human Rights and Sustainability”. Nelle sue ricerche si è occupata di pace e guerra nella filosofia classica tedesca e nella riflessione contemporanea, d’integrazione europea e di tematiche inerenti gli studi di genere.
E’ presidente dell’Associazione “Antigone. Donne per Narni città plurale”.

Un libro per approfondire:
a cura di Giuliana Lusardi
Femminicidio. L’antico volto del dominio maschile
Vittoria Maselli Editore, 2013
Pagg. 132, € 13
Con interventi di Giancarla Codrignani; Gianna Schelotto; Vittoria Franco;
Sandro Bellassai; Etelina Carri; Giuliana Lusuardi; Maria Grazia Passuello;
Rosangela Pesenti. Prefazione di Tiziana Bartolini.

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: