Ferito a morte di Raffaele La Capria, regia Roberto Andò

Ferito a morte regia di Roberto Andò. Foto di Lia Pasqualino
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Uno spettacolo onirico che si snoda tra sonno e veglia. Sogno e realtà. Passato e presente.

Un narratore fuori dal tempo – e oltre la scena – accompagna il pubblico alla scoperta di un mondo che fu ma la cui eco è ancora oggi viva, proprio come il suono del mare ascoltato attraverso una conchiglia.
Il mare – nello specifico il mare del Golfo di Napoli e della Penisola Sorrentina – è l’elemento di raccordo, ciò a cui tutto torna, un ventre benevolo, comprensivo ed accogliente, in grado di calmare ansie, aspettative e malumori.
Ferito a morte con la regia di Roberto Andò e l’adattamento di Emanuele Trevi, costituisce, ad oltre cinquant’anni dalla stesura, la prima rappresentazione teatrale del celebre romanzo di Raffaele La Capria che appena uscito, nel 1961, gli valse il Premio Strega.

Ferito a morte regia di Roberto Andò foto di Lia Pasqualino
Ferito a morte regia di Roberto Andò. Foto di Lia Pasqualino

Lo spettacolo di Roberto Andò, proprio come il romanzo di cui è figlio, è un lavoro estremamente complesso. Un’ opera corale, con sedici talentuosi interpreti in scena, in cui però, più che a dei veri e propri dialoghi, si assiste ad un susseguirsi di profondi, curatissimi, monologhi. Ogni personaggio rappresenta un mondo a sé, il vecchio zio; la nonna; Sasà… Del resto, nulla di ciò che viene raccontato accade veramente, perché si tratta di un “teatro della mente” per usare le parole del regista, in cui assistiamo ad una serie di “convocazioni mentali” di “volti, presenze, frammenti di scene, di discorsi” che il protagonista: Massimo, interpretato da un vigoroso Andrea Renzi, intellettuale napoletano, trapiantato a Roma, rievoca nella sua mente. Proprio come le onde del mare, onnipresenti sulla scena, i protagonisti della giovinezza del protagonista, vanno e vengono nella sua mente, fluttuando leggeri su piani paralleli, lasciando che lui possa tracciare un bilancio delle situazioni vissute. Massimo riflette su un passato da cui si è ormai separato e in questa profonda capacità di analizzare con affetto ma, nello stesso tempo, con distacco e lucidità il trascorrere del tempo, il passaggio di un’epoca, risiede uno dei lasciti più interessanti dell’opera. Il Massimo adulto si mette in confronto con il suo sé ragazzo, interpretato da Sabatino Trombetta e con tutta la platea di protagonisti della sua giovinezza, dalle cui nostalgiche acclamazioni emerge come il passato non venga rimpianto perché intrinsecamente migliore ma solo illusoriamente tale, in quanto epoca di un “proprio “essere migliore”, ovvero più giovane, spensierato e spontaneo.
Il Massimo adulto, con la sua visione critica del passato, riesce a sdoganare anche questa credenza, dimostrando che non necessariamente la maturità debba coincidere con la fine dell’età dell’oro, dal momento che, come rivelano i suoi ricordi, quell’età forse non è mai realmente esistita.
Ferito a morte è uno spettacolo che si imprime in modo profondo nella mente – e nella memoria – degli spettatori, non solo per i poetici e significativi, a tratti filosofici, dialoghi ma anche per il toccare le corde più intime della sensibilità umana, grazie alle potenti componenti musicali e visuali che lo caratterizzano.

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Andrea Renzi in Ferito a morte regia di Roberto Andò. Foto di Lia Pasqualino

Nessun suono è per caso. La sceneggiatura di Emanuele Trevi riprende e rielabora la musicalità del romanzo che, per usare le parole di Andò è “un’orchestrazione di voci”. Tanto che, a detta degli autori, la parte più difficile nella ricerca e selezione del cast è stata proprio l’attenzione al linguaggio. Per rispettare il testo, infatti, non bastava cercare attori che parlassero il dialetto napoletano, perché, il parlato di Raffaele La Capria, che scriveva in endecasillabi, non è il ben conosciuto napoletano dei bassi ma il napoletanese dell’alta borghesia, del circolo. Un retrogusto sonoro più che un accento. “Un’aura musicale circonda ogni parola”.

Nello stesso tempo, c’è un’attentissima ricerca delle immagini. A cominciare dai video di Luca Scarzella, che accompagnano lo spettacolo; da quello iniziale, al rimestare del mare che fa da metafisico sfondo al procedere degli eventi. Per continuare con le coreografie a cura di Luna Cenere, le scenografie di Gianni Carluccio ed i costumi di Daniela Cernigliaro. Tutti studiati per costruire dei tableau vivant in movimento. Emblematica la delicatissima danza dei due amanti all’inizio dello spettacolo e la scena del pranzo domenicale con i significativi cambi di posto.

Creare uno spettacolo a partire da un libro non è cosa semplice, dal momento che “i libri” come ha affermato Emanuele Trevi, “si basano sulla collaborazione del lettore” mentre, nel teatro “bisogna cercare dei criteri di sostituzione che siano rigorosi ma che non sono mai critica letteraria.” Da qui, l’uso dei suoni di Hubert Westkemper, delle proiezioni e delle coreografie.

Inoltre, Ferito a morte offre un’efficace e ficcante analisi antropologica; al punto che, per citare ancora il regista: “Se un borghese napoletano si siede in platea e sente questa musica la riconosce indubbiamente come sua, nelle aspirazioni, negli smacchi, nei rimpianti, nella stessa coralità della commedia”. Del resto, come dimostra lo spettacolo, alcuni contesti, come il Circolo, sono dei luoghi in cui “alcuni uomini fanno succedere le cose più per raccontarle che per viverle”, diventando così “gli osservatori privilegiati di una comunione di ozi in cui, nello specifico, il napoletano vive nella psicologia del miracolo”. Più in generale, direi che, ieri come oggi, le situazioni sociali, il circolo, così come il club, possono essere vissute dai soggetti più attenti come osservatori sociali per condurre un’antropologia del quotidiano, essenziale per cogliere, almeno le ombre, se non le sfumature, dello spirito del tempo che stiamo vivendo o abbiamo vissuto.

Ludovica Palmieri

Ferito a morte
di Raffaele La Capria
adattamento Emanuele Trevi
regia Roberto Andò
scene e luci Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
video Luca Scarzella
suono Hubert Westkemper
coreografie Luna Cenere
aiuto regia Luca Bargagna
assistente alle scene Sebastiana Di Gesù
assistente ai costumi Pina Sorrentino
direttore di scena Sandro Amatucci

produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Fondazione Campania dei Festival, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Interpreti e personaggi
Andrea Renzi (Massimo adulto)
Paolo Cresta (Gaetano)
Giovanni Ludeno (Ninì)
Gea Martire (Signora De Luca)
Paolo Mazzarelli (Sasà),
Aurora Quattrocchi (Nonna)
Marcello Romolo (Zio Umberto)
Matteo Cecchi (Cocò)
Clio Cipolletta (Assuntina/Mariella)
Giancarlo Cosentino (Signor De Luca),
Antonio Elia (Glauco)
Rebecca Furfaro (Betty)
Lorenzo Parrotto (Guidino)
Vincenzo Pasquariello (Cameriere)
Sabatino Trombetta (Massimo giovane)
Laure Valentinelli (Carla)
la voce di Roger in inglese è di Tim Daish

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