Feroci di Dogma Theatre Company: un teatro che sa farsi militante

Feroci di Dogma Theatre Company
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“Feroci”. Feroci come i branchi di periferia che rigettano il diverso, maltrattandolo e demonizzandolo. Feroci come le passioni che ribollono nell’animo di un giovane omosessuale cresciuto in periferia, al quale nessuno ha mai osato dire che amare non è mai sbagliato. Feroci come ciascuno di noi quando rifiuta se stesso, e gli altri, perché la società gliel’ha imposto. Feroci come le catene che ancora imprigionano la nostra odiosa, amata Italia.

La trama è minimale ma anche – o forse per questo – estremamente efficace: in una banda di giovani di estrema destra che opera nel Nord Italia a suon di pestaggi, spaccio ma anche aiuto economico e supporto sociale ai locali (rigorosamente italiani) si inserisce Edo, un giovane dalla personalità ambigua il quale, pur abbracciando per lo meno in parte l’ideologia fascista, mette in crisi le dinamiche del branco. Di lui infatti si innamora Daniel, nipote del più anziano del gruppo, un dispotico signorotto locale epicentro di tutta la congrega. In un mondo di ragazzi cresciuti a pane e mascolinità tossica intrisa di omofobia, razzismo e narrazione costruita sulla tristemente nota triade “Dio, Patria, Famiglia” si insidia così il germe di un amore proibito, rigettato fino all’ultimo anche da coloro che vorrebbero abbracciarlo.

Feroci di Dogma Theatre CompanyIn un susseguirsi ininterrotto di prosa teatrale e physical theatre, il quale funge al contempo da collante alle varie scene e da pilastro portante della narrazione, Dogma Theatre Company, emergente compagnia italiana, dà spazio ad un dialogo oggi più che mai aperto: il dialogo tra la diversità e i luoghi comuni, tra l’apertura al nuovo e la chiusura nel vecchio, tra la libertà e l’ipocrisia; un dialogo che da particolare e tutto italiano sa farsi nella riflessione di ciascuno spettatore potenzialmente universale, in un mondo in cui amare è ancora in troppi luoghi considerato peccato.

Ma è dell’Italia in particolare Dogma Theatre Company ci vuole parlare, un’Italia lacerata da contraddizioni e ambiguità in cui la spinta al cambiamento, apparentemente incapace di agire uno strappo storico che si sta rivelando quantunque sempre più impellente e necessario, si scontra con una galoppante narrazione politica populistica che cavalca l’onda (anche grazie all’abbondante utilizzo dei social network come mezzo principe di propaganda) della disinformazione. Tuttavia, la disinformazione di oggi poggia su solidissime basi di ieri, un ieri fatto di secoli di storia cristiana secondo la quale vivere liberamente la propria sessualità era – ed è- un peccato capitale. Questa narrazione, inoltre, ben si sposa con la narrazione “prima i cristiani, prima gli italiani” anti-immigratoria così tanto utilizzata dalla destre italiane ed europee. Ad aggiungersi, l’incapacità della classe dirigente della sinistra di imprimere un reale impulso democratico alla società civile, unita al malcontento dilagante tra gli strati medio-bassi della popolazione, aggravato a sua volta dalla gravissima recessione economica dell’ultimo decennio, ha favorito l’attecchirsi nelle piccole comunità del germe dell’intolleranza che proprio oggi, mentre si attende con apprensione la ripresa della discussione in Senato sul Ddl Zan, sembra starsi rinvigorendo.

Il messaggio lanciato dalla pièce è politicamente schierato, chiaro e forte: basta intolleranza, basta violenza, basta discriminazioni. In un momento storico in cui le comunità locali si adombrano lasciando spazio a un villaggio globale sempre più cosmopolita e multiculturale è importante continuare a seminare in queste piccole realtà affinché non continuino a vivere grazie al parassita della chiusura xenofobica, omofobica e razzista; e il seme di questa battaglia è quello della cultura, dell’informazione ma anche della vicinanza, dell’ascolto, della comprensione e della sensibilità.

La nostra gioventù chiede libertà di espressione, libertà sessuale e più in generale la tutela di tutti quei diritti civili che da marginali devono essere resi e pensati, anche in termini giuridici, come basilari. La gioventù chiede, ma pare non basti: quindi urla con la propria voce più efficace, quella della lotta culturale, e lo fa nelle piazze, in spazi di scambio come il Tempio del Futuro Perduto a Milano, nelle scuole e nei teatri.

La pièce di Dogma Theatre Company è, così come l’essenza della compagnia, militante, e ciò è esplicitato anche grazie al dibattito aperto al pubblico dopo il termine della prima nel quale hanno preso parola, tra gli altri, le Perle degli Omofobi – giovanissime testimoni di odio omofobo sui social network – , i Sentinelli di Milano e Jean Pierre Moreno – giovanissimo testimone di un’aggressione fisica di natura omofobica.

È importante sottolineare la ripetizione dell’aggettivo giovanissim*, poiché ciò che colpisce di più l’audience assistendo alla pièce “Feroci” e all’interessantissimo dibattito che da essa prende avvio è proprio l’età dei registi, degli attori e di tutti coloro che sono intervenuti portando la propria opinioni e mettendo in gioco le proprie storie, i propri valori e la propria soggettività. Infatti, come ricorda Michelangela Vitale nel suo intervento, non si è giovani per sempre, ma si è giovani oggi per le generazioni di domani. I giovani quindi non devono smettere di reclamare se stessi, di creare centri di aggregazione in cui possa generarsi confronto fertile e senza compromessi, in cui liberarsi dei costrutti sociali e delle fragilità di cui la società ci ha intrisi per scoprirsi realmente se stessi; e nel fare ciò non ci si deve dimenticare delle istituzioni affinché le istituzioni si ricordino di tutelare ciascuno nella propria irripetibile unicità tramite una legge che, al contrario di ciò che sostiene superficialmente la propaganda populista, non vuole irrigidire le identità ma piuttosto crearne infinite, ponendole tutte su un piano di perfetta parità e dignità sociale e giuridica.

Il teatro dimostra ancora una volta di essere un veicolo di cultura, scambio, riflessione e, come in questo caso, di lecita ribellione. Dalla sedia accanto a quella di chi scrive, infatti, a fine spettacolo è giunto un sussurro “questo è ciò che più rappresenta la lotta per la libertà di oggi”.

Prima di chiudere vi lascio ad una riflessione in versi che scrissi tempo fa e che esprime i miei sentimenti rispetto ai temi affrontati dalla pièce

Non mi pento di ciò che sono
Non mi pento di essere sola
Se solitudine significa sincerità
Consapevolezza
Verità
Non mi pento di essermi allontanata
Da un mondo di falsità
Di pregiudizi
Non mi pento di essere
Forse
Diversa
Non mi pento delle mie scelte
E non mi pento della mia bontà
Che regalo solo quando è vera
E che non so trasformare in mezzi sorrisi
In ipocrisia
E subdoli compromessi
Il mio essere non vuole compromessi
Non ne ha bisogno
Perché si strugge sulle sue debolezze
Per ricavarne la forza di allontanare i rimpianti
E soprattutto
E ve lo urlo con ogni mio passo
Non mi pento di ciò che sono
E danno chi mi ha fatto credere
Il contrario
Anche solo per un istante
Ma un istante che potrebbe essere stato tutto

Carola Diligenti

Teatro Franco Parenti
26 – 29 luglio
Feroci
durata 1h40min

regia Gabriele Colferai
drammaturgia Tobia Rossi
con Valerio Ameli, Mauro Conte, Filippo Panigazzi, Simone Leonardi, Michele Savoia, Michele Rossetti, Angelo Di Figlia, Antonio Catalano, Daniele Palumbo, Angelo Curci
movimento scenico Claudia Mangini
colonna Sonora Orion
aiuto regia Roberto Marraffa
progetto e produzione Dogma Theatre Company

con il sostegno di I Sentinelli di Milano, MiX – Festival Internazionale di Cinema LGBTQ+ e Cultura Queer, Tempio del Futuro Perduto

Feroci, una produzione Dogma Theatre Company.
Presentata all’interno della rassegna Campo Aperto, dedicata all’indagine della contemporaneità attraverso gli sguardi aperti delle nuove generazioni.

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