Festival della Fotografia Etica: la complessità del mondo per immagini

World Press Photo of the Year_Amber Bracken_for The New York Times.
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Come ogni anno in autunno Lodi si riempie di fotografia, e in tutte le piazze le strade i locali i negozi e i bar si respira un’aria differente. La fotografia per un mese occupa tutto lo spazio fisico culturale e umano e tutta la città è coinvolta: benvenuti al Festival della Fotografia Etica.
La mostra è situata fisicamente in luoghi spesso chiusi durante l’anno, questo ci ha consentito di vedere oltre gli scatti anche luoghi inaccessibili altrimenti, dalle banche, alle ex chiese, al Palazzo Modignani o al Palazzo Barni.

Festival della Fotografia Etica 2022 foto Francesco Lorusso
Festival della Fotografia Etica 2022 foto Francesco Lorusso

Giunto alla sua tredicesima edizione, il festival porta in scena storie uniche ed emozionanti, grandi tragedie che possono essere vicine o lontane ma che sono comunque figlie dei tempi che viviamo. Sovente sono mostre difficili da guardare complesse che senza l’ausilio della parte descrittiva forse non saremmo in grado di decifrare appieno perché parlano di luoghi e storie sconosciute ai più. I reporter, i fotografi arrivano sempre più lontano, i loro racconti in un’epoca in cui tutto dovrebbero essere noto ci arrivano diretti come un treno in faccia, prendendoci in contropiede  per la natura sconosciuta degli accadimenti e dei loro luoghi.

Felipe Fittipaldi

Gervasio Gonçalvez, Pescatore di granchi del delta del Paraíba do Sul negli ultimi 30 anni  [1] Foto © Felipe Fittipaldi

Ho avuto il piacere di vedere il lavoro di Felipe Fittipaldi – vincitore del Master Award 2022 – che narra della cittadina di Atafona (Brasile) situata nel delta del fiume Paraiba do sul che è uno dei luoghi in cui il fenomeno dell’eustatismo è maggiormente presente. L’eustatismo è un fenomeno che ha a che fare con l’erosione costiera in Brasile, e l’innalzamento delle acque unito alla mano dell’uomo hanno fatto si che questa cittadina fosse devastata costringendo centinaia di migranti ecologici ad abbandonare le case le attività e gli hotel devastati dalle maree. Questo con conseguenze disastrose sulle vite delle persone e dell’economia della zona.Uno sguardo intimo e spietato sui protagonisti, con istantanee dure e toccanti.

Una bella parte del festival aveva come titolo Le vite degli altri, un piccolo giro intorno al mondo, una finestra su storie interessanti, curiose, uniche e anche tragiche.

foto Barbara Davidson
Los Angeles, CA – 13 marzo 2020: Valerie Zeller, 52 anni, piega la testa in lacrime di gioia [2] Foto Barbara Davidson
Particolarmente toccanti le storie di Barbara Davinson che racconta in maniera diretta e decisa la vita, o per lo meno una parte importante, di una coppia di senzatetto Valery ed Henry che si sono sposati e che vivono in tenda. Barbara Davinson ha partecipato al loro matrimonio e ha continuato per lungo tempo a narrare con i suoi scatti  le vicissitudini della coppia.

foto Tim Smith
5 agosto 2016 Hadassah Maendel porta Kahlua a fare una nuotata nello stagno di Baker Colony al tramonto in una calda sera di agosto. © Tim Smith

Non è da meno, per l’interesse che suscita, la fotografia di Tim Smith che ha documentato per tredici anni la storia di una comunità. Grazie a un incontro fortuito ha potuto raccontare la vita della comunità Hutterite (Manitoba,  Canada) le cui radici risalgono al XVI secolo. Vive riunita in piccole colonie in tutto il Canada e la loro cultura continua a preservarsi grazie alla separazione volontaria dalla società tradizionale e dall’autosufficienza economica. La loro storia è segnate dalle persecuzioni, ma gli Hutteriti rappresentano uno dei modelli di vita comunitaria di maggior successo della storia moderna. Durante la loro vita provvedono da sé al proprio sostentamento, perché questa colonia grazie alla devozione religiosa è saldamente legata alle tradizioni. Grazie alla loro coesione soffrono meno del senso di solitudine e l’isolamento diffusi nel mondo moderno e l’importanza del coinvolgimento di ogni individuo nella vita familiare sociale e spirituale fa si che le loro comunità soddisfino molti dei requisiti che le classificano come zona blu cioè aree nella quale i tassi di salute, felicità, e aspettativa siano più alti della media.

Sebastian Gil Miranda Na Ponta dos Pés
Sebastian Gil Miranda Na Ponta dos Pés

Nello spazio No Profit ho particolarmente apprezzato il lavoro di Sebastian Gil Miranda dal titolo Ballet Against Bullet. La sua opera ci parla di una storia che si svolge nella favela di Morrò do Adeus a Rio de Janeiro. Sulla cima di una collina che domina la favela un gruppo di ragazze si ritrova in un vecchio campo da basket per fare esercizi di danza classica: questo è l’unico posto che hanno per allenarsi perché la vita qui  è una violenta lotta per il controllo dell’area da parte  di gruppi di narcotrafficanti. Questo progetto è cresciuto nel tempo malgrado i cambi di guardia nel controllo della favela, e le ragazze possono ballare nella nuova sede costruita con materiale antiproiettile. Da un punto di vista artistico è stimolante inoltre vedere come il fotografo riprenda le scene degli allenamenti delle danzatrici. Una delicatezza disarmante osservare le ragazze nei loro movimenti in mezzo a case devastate e a persone armate che controllano il territorio. L’intera sequenza di scatti ci dice anche dello straordinario lavoro fatto dall’organizzazione no profit Na Ponta dos pès (in Punta dei piedi). Un’organizzazione che cerca di favorire la crescita, l’apprendimento, lo sviluppo sociale delle bambine attraverso la danza e altre attività artistiche permettendo quindi alle ragazze di ottenere una possibile speranza per un futuro.

Sebastian Gil Miranda Na Ponta dos Pés
Sebastian Gil Miranda per Na Ponta dos Pés

Sono molte le mostre visitate e viste con grande interesse, impossibili nominarle tutte.
Una menzione a parte merita il Word Press Award per il  progetto a lungo termine  che parla dello sfruttamento criminale della foresta Amazzonica, oppure il reportage sugli aborigeni australiani che bruciano la terra eliminando pericolosi combustibili  che generebbero  in altro caso incendi più estesi nelle foreste.

World Press Photo of the Year_Amber Bracken_for The New York Times.
World Press Photo. Amber Bracken per il New York Times [3]
La foto dell’anno è di Amber Bracken. A partire dal XIX secolo, il Canada ospitava un sistema di scuole residenziali, per lo più gestite da chiese, che i bambini indigeni erano costretti a frequentare. Per decenni, la maggior parte dei bambini indigeni in Canada sono stati portati via dalle loro famiglie e costretti in collegi. Un gran numero non è mai tornato a casa, le loro famiglie hanno dato solo vaghe o nessuna spiegazione. Una comunità indigena della Columbia Britannica afferma di aver trovato prove di ciò che è successo ad alcuni dei suoi bambini scomparsi: una fossa comune contenente i resti di 215 bambini sul terreno di un’ex scuola residenziale. I resti sono stati scoperti vicino al sito della Kamloops Indian Residential School, che ha operato dal 1890 fino alla fine degli anni ’70. Le stime parlano di migliaia di bambini scomparsi.
La potenza di questa immagine è fragorosa. Questo è il potere della fotografia.

Un potere che però qualche volta non basta. Riflettendo con amici e appassionati di fotografia durante le visite alle mostre del festival abbiamo trovato lavori che con la sola sequenza fotografica e una piccola didascalia entrano prepotentemente nei nostri cuori, mentre altri hanno bisogno di lunghe e dettagliate spiegazioni per essere compresi. Nel secondo caso quindi la fotografia pur essendo in sequenza da sola non basta a spiegare il pensiero e dunque la storia. Un altro aspetto  su cui abbiamo finito con l’essere d’accordo è quello della forza di traino che per i lavori rappresentano alcune immagini, nel senso che sono le fondamenta e su queste si costruisce la storia.
immagini così potenti da trainare tutto il racconto per cui le altre sono solo un contorno, sono solo immagini utili a completare e contornare l’insieme. Resta comunque il fatto che questo genere di fotografia arriva dritto ai cuori e solo dopo ci lascia il tempo della riflessione.

Nel complesso una buona edizione con molte luci e solo qualche ombra.
Francesco Lorusso

[1] didascalia completa
Gervasio Gonçalvez, Pescatore di granchi del delta del Paraíba do Sul negli ultimi 30 anni, si trova accanto alle sue barche, ora riposte nel cortile di casa sua. Circa il 60% del volume d’acqua dei fiumi è stato deviato per rifornire la città di Rio de Janeiro. La foce destra del delta della Paraíba do Sul si sta chiudendo e, a causa dell’insabbiamento, le barche più grandi non possono raggiungere l’alto mare. Quelli che rimangono bloccati nel tentativo devono aspettare fino alla luna piena per continuare il loro viaggio.
[2] didascalia completa
Los Angeles, CA – 13 marzo 2020: Valerie Zeller, 52 anni, piega la testa in lacrime di gioia dopo il suo primo abito da sposa che si adatta al lato della sua tenda durante l’ora del tramonto nel lago Echo Park, 13 marzo 2021. Heather Yoo , una sarta di Royal Brides, ha donato un vestito per Valerie e ha eseguito una “sessione di spillatura” una settimana prima del matrimonio per assicurarsi che le modifiche alle taglie fossero pronte per il suo giorno speciale. Conoscevo a malapena Valerie quando mi ha invitato al suo matrimonio, ma era così aperta e accogliente che mi sono sentito onorato di partecipare. Dopotutto, la città aveva trascorso l’ultimo anno in preda a una pandemia, avendo così l’opportunità di riunirsi. Un’occasione felice era qualcosa da aspettarsi. Ho chiesto a Valerie come le avesse proposto Henry e lei mi ha messo in chiaro dicendo che era stata lei a proporgli “Sono appena entrato nella tenda… e ho detto che ti voglio sposare. Voglio passare il resto della mia vita con te. Ha guardato in basso e poi ha alzato lo sguardo su di me e ho capito che mi prendeva sul serio perché mi guardava e potevo vedere le lacrime nei suoi occhi e ha detto di sì. E basta”.
[3] didascalia completa
Un vestito rosso lungo l’autostrada indica i bambini morti alla Kamloops Indian Residential School di Kamloops, British Columbia, sabato 19 giugno 2021. Gli abiti rossi sono usati anche per indicare il numero sproporzionato di donne e ragazze indigene scomparse e uccise. Amber Bracken per il New York Times

 

 

 

 

 

 

 

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