Festival dell’economia. Un mondo da cambiare: speranza o disillusione definitiva?

Festival economia Trento 2022
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Il Festival dell’Economia svoltosi a Trento qualche giorno fa – 2-5 giugno 2022 – ha superato la sua importanza rituale delle trascorse iniziative simili, per porsi come particolarissima e delicata occasione di meditazione attuale su una eventuale e possibile ripresa dalle crisi striscianti degli ultimi due decenni, acuite dal drammatico susseguenti degli ultimi picchi, prima la crisi economica 2007-2013, poi quella pandemica 2020-2022, infine conseguenti ad una guerra, questa volta, in casa europea nel 2022 e non si sa ancora per quanto. Le mille Guerre dimenticate le abbiamo proprio dimenticate.
Gli incontri e i dibattiti sviluppati dal Festival non sono stati, quindi, quelli soliti, e non solo perché il momento è cruciale, ma anche perché i summenzionati eventi, hanno accelerato e acutizzato un urgente ripensamento globale sul “mondo che si trasforma”, questa volta saltando ad iperbole. Per cui una necessità di cambiamento non rimandabile.

Le recenti e ripetute trasformazioni mega-climatiche, impatti eco-ambientali essenzialmente creati dall’uomo, ed, infine, la triplice drammaticità di cui detto (economica, sanitaria, bellica), non consentiranno nessun ritorno alla normalità, come molti pensano, illudendosi. Il mondo non sta mutando per caso o per episodi sporadici. Deve, pertanto, necessariamente cambiare registro, se vuole ancora sopravvivere, insieme alla sua umanità illusa o stralunata, perché non si rende ancora dove si sta cacciando.
Diversamente i mega eventi di base climatica – e l’altro – finiranno per cambiare il mondo, ma soprattutto noi, o, addirittura, annullarci.
Si è ritenuto opportuno, allora, riportare in questo breve ho scritto il pensiero di alcuni importanti personaggi che sono intervenuti al Festival dell’economia del 2022, e da questi trarre alcune considerazioni ed osservazioni molto interessanti per il futuro oscuro, cercando di sommarli o sintetizzarli alla loro filosofia ultima, per costruire uno scenario concettuale comprensibile di quello che ci aspetta se non ci muoviamo.
Con qualche interpretazione personale, ovviamente, spero congruente, cercando di creare un minimo di filo comune agli interventi qui scelti e sintetizzati. Il tutto per trarre una logica-simbolo della intera manifestazione del Festival del 2022. Un modo per guardarci dentro, e ri-scoprire la nostra forza di pensiero e di riscossa umanamente possibile fino all’impossibile.
Un piccolo angolo visuale, per stimolare altre interpretazioni, certamente più specifiche e specializzate. Ognuno potendo rileggere gli interventi cui ho fatto cenno, per trarre nuovi fili conduttori, ed eventualmente, più interessanti percorsi di futuro.
Rimandando, quindi, alla cronaca degli eventi, ed approfondimenti all’indirizzo ilsole24ore.com.

Muhammad Yunus. Premio Nobel 2006 per la pace. Economista. Denominato il “Banchiere dei poveri“. Fondatore di “Grameen Bank”, Microfinanza-Microcredito ai meno abbienti.
Gli eventi drammatici che ci stanno avvolgendo, e di cui detto in premessa, stanno aumentando enormemente la divaricazione tra ricchi e poveri, nel contempo creando flussi migratori e di differenze socio-economiche, tra contesti geografici distanziati, che, di conseguenza, provocano movimenti di massa umana, che incidono negativamente sul bilancio complessivo delle dinamiche della sostenibilità globale. In modo aggiunto e contorto, rispetto alle modifiche mega-climatiche e mega-ambientali, in modo troppo spesso sottovalutato e ritenuto secondario.
Occorre ridurre questi movimenti complessi, e ritrovare una maggiore stabilità ed equilibrio inter-territoriale. Dice Yunus: “Siamo tutti in una stessa navicella spaziale”. Come dire che nessuno ha corsie preferenziali. Stiamo navigando tutti insieme, per cercare nuovi mondi o modi di vivere.
Noi generazioni precedenti abbiamo impegnato-pignorato i beni delle generazioni future. E così dice ancora Yunus: “Lasciamo i comandi della navicella, allora, ai giovani”. Saranno loro i timonieri del futuro. Diamo impulso anche a nuove ”Imprese sociali“, che insieme all’imprese tradizionali, possano rifondare un “nuovo capitalismo”. Significa alludere ad nuova sostenibilità globale, che annulli le distanze di tutti i tipi, prima di tutto, e poi ristabilisca confronti compatibili.
Significa anche uscire da un egocentrismo dilagante, acuito soprattutto dagli ultimi eventi, in particolare pandemici, che ha distanziato anche psicologicamente.
Sostituiamo il “noi” all’io, come dice spesso anche Papa Francesco.
In tema specifico di eco-ambiente Yunus propone la società e il club dei “tre Zeri”: lo zero delle emissioni inquinanti, lo zero nel condividere i profitti in eccesso, lo zero nel creare opportunità di lavoro, anche nuovo (creatività/innovazione).
Papa Francesco, in una sua recente enciclica, ha sottolineato la opportunità e necessità di separare la crisi ambientale dalla crisi sociale. In effetti la tesi di Yunus percorre la stessa strada.

È sembrato legarsi all’intervento di Yunus, quello del dialogo tra il Cardinale Gianfranco Ravasi e la scrittrice Silvia Avallone (atea, ma donna intelligente ed aperta al confronto, prerogativa necessaria per il nuovo futuro prossimo). Tema : “Dopo la Pandemia, tra ordine e disordine” (che è, poi, il tema generale dello stesso Festival).
Nello stato attuale l’individuo naviga a vista in una nuova solitudine, nel vuoto, nell’apatia dell’indifferenza, che sfocia in uno pseudo-pragmatismo, provocato da uno stato di panico globale.
È la cultura che deve tornare ad interrogarci, ovviamente non più sola, cioè elitaria ed individualizzata. Nel modo più semplice intendiamo la consapevolezza-coscienza dei singoli, nella loro opportunità-necessità vitale di relazionarsi nel Gruppo sociale, dentro il quale vivono.
Quella dell’Occidente europeo non è più dominante, anche perché è soggetta a una migrazione di popolazione sempre più multiculturale e multietnica. Quindi multiculturale. Occorre, di conseguenza, un dialogo ed un’integrazione continua, incessante, estesa a tutti i livelli, ma con rispetto reciproco delle rispettive identità culturali che si devono tra loro incastrare, non eludere e su cui fondare una nuova società sempre più “prossima”.
Gli scontri culturali inconciliabili, viceversa, incidono al limite dei razzismi, che diventano un ulteriore nodo della insostenibilità insanabile. Si avvicina così sempre più negativamente la crisi particolare attuale, di cui stiamo parlando, a quella globale prossima, irreversibile.
Culture flessibili, che ammorbidiscano le culture rigide, per evitare derive. Il nuovo dialogo dovrà essere connotato di empatia aperta, sempre più disponibile.

Questo nuovo atteggiamento potrà guidare la fine della “globalizzazione”, come alcuni – anche nel Festival – preconizzano. E che precedentemente era di un certo tipo, e che ora sta cambiando, con accelerazione dovuta agli ultimi eventi drammatici, se non, addirittura, finire del tutto, lasciando il posto ad un nuovo sistema di “integrazione globale”, speriamo comunque attivo, con una dicitura da sostituire, in tal caso, al termine netto di “globalizzazione”.
Anche in questo caso riemerge la questione di una nuova “industria” meno disarticolata, riappacificata con il concetto di realtà effettivamente legata del territorio, che si avvale di un nuovi misure e rapporti. Magari provenienti proprio dal mondo delle imprese, che “si radicano” nel loro spazio di pertinenza-influenza (a differenza della situazione precedente, quando le industrie perdevano il senso della propria terra).
Sembra emergere una nuova visione della “globalizzazione prossima”, intesa in termini spaziali coerenti, e non più astratti. Il concetto e la sensazione concreta di “territorio” in questo caso riemerge, non considerato soltanto nei suoi termini politici di confini e poteri, ma piuttosto come nuova riappropriazione di Comunità, anche secondo un preciso e nuovo rapporto di integrazione generale, rispetto ai propri spazi di risorse e di identità.

Fermo restando il concetto che la “circolarità economica e globale”, estesa all’uso di tutte le risorse, materiali ed immateriali a disposizione dell’umanità, è un principio che si inserisce originariamente nello spirito cristiano, emerge l’intervento di Padre Enzo Fortunato, personaggio ormai noto alla televisione italiana, che ribadisce la sua idea di un “Manifesto per un’economia a misura d’uomo”. Una proposta capace di ristabilire equilibri globali naturali ed umani, compatibili con quelli economici ri-equilibrati, visto che l’economia è ormai diventata il sottofondo costante della manifestazione solida del nostro pianeta. In tal caso ridotta a misura d’uomo, ristabilendo nuovi rapporti di socialità e confronto, soprattutto eliminando i rapporti attraverso le guerre.
Tutto i principi cristiani, espressi nel Festival/2022, sono manifestamente ricondotti alla centralità etica dell’uomo che “non governa”, ma armonizza il suo intero mondo.

A proposito di territorio Marta Dassù, Senior Advisor Affari europei – Aspen Institute, osserva che lo spazio, anche se globalizzato, è comunque “territorializzato”. Un diverso significato di umanizzazione del territorio, e non come conquista di spazio.
Le grandi potenze sfruttano la peculiarità dei territori per ottenere dei benefici solo competitivi, economici-commerciali, ed anche politici. Al volto di prevaricazione, manifesta o celata.
Il futuro prossimo sarà il momento dell’utilizzo organico, non strapazzato dall’alto o dal basso, del territorio in termini sociali-umani.

Un altro premio Nobel per l’economia, Daniel McFadden, punta il dito sulla nuova era dei grandi flussi delle informazioni, oggi essenzialmente digitali, quindi infinitamente sviluppati e riorganizzati dalle intelligenze artificiali. I cosiddetti “Big Data”. Questi, ormai in crescita da alcuni decenni, hanno assunto una notevole impennata proprio in conseguenza degli ultimi eventi drammatici.
Purtroppo schedando e sistematizzando i dati personali, ad uso anche economico-commerciale unidirezionale.
Da qualche anno ormai, ogni navigazione digitale deve fare i conti con alcuni sistemi di informatizzazione indirizzata, i cosiddetti cookies, giustificati come regolativi, apparentemente necessari a nostro vantaggio, per poter meglio calibrare le nostre esigenze (?). E con l’aggiunta di poter meglio preservare la nostra privacy (?).
In realtà sembra che l’intero sistema sia indirizzato ad ingigantire la dimensione ed uso esteso degli stessi “Big Data”, che tutto sapranno di noi, non solo delle nostre abitudini, ma soprattutto delle nostre tendenze, in termini inizialmente esigenziali evidentemente, ma forse anche dei nostri gusti e preferenze, delle nostre culture, delle nostre tendenze politiche e quant’altro.
Tutte questioni che fanno sorgere dubbi in generale, soprattutto quando si osserva che la politica attuale, parla con slogan estremamente sintetici, che potrebbero essere semplicemente i risultati derivati, di grandi indagini tendenziali. Diversamente dai tempi quando la politica si esprimeva per intense ed elevate elucubrazioni intellettuali personalizzate. In tal caso, però, con il problema opposto delle “ideologie”, altri sistemi condizionanti, con strumenti diversi, ma non meno efficaci.
McFadden osserva che dovremmo rifiutare i cookies così come oggi sono, senza una preventiva regolamentazione politica a monte, partendo, così, su una più schietta protezione della privacy, che è, viceversa intaccata dal sistema dei cookies di fatto senza regole.
Così come sta chiedendo di fare in merito l’Unione europea. Non senza problemi e difficoltà applicative, derivanti dalla inevitabile trasversalità imposta dalla circolazione delle informazioni, sempre più fitte e dettagliate, incidendo sulla effettiva linearità dei discorsi principali.

Jeffrey Sachs. Economista della Columbia University. Sostiene che, a parte ogni ultima questione particolare imposta dalla emergenza pandemica, abbiamo perso cinquant’anni per avanzare nella questione economica ed ambientale di globale armonia. Anche se nel periodo pandemico si sono abbassati alcuni trend di impatti ambientali, comunque la curva ha continuato e continua a salire. Con dimostrazione del fatto che la emergenza non è causa, ma peggioramento dello stato generale delle cose. Occorre ritornare alle malattie generali precedenti, per affrontare anche le malattie acute aggiunte. In un certo senso. Questo concetto si ripercuote sulla problematica generale della sostenibilità lunga.
I mercati globalizzati non sono stati progettati, a loro tempo, per risolvere le questioni ambientali (eppure concomitanti). in questo esiste una netta incongruenza tra gli aspetti economici di scambio (funzionali solo ai concetti di massimo profitto) ed Ambiente che non si avvantaggia di nessun ricambio positivo con e dall’Economia. Se la logica economica continua la propria strada in autonomia lineare, senza valutare, invece, la circolarità propria dell’Ambiente, e della circolarità veramente globale che ne deriva in assoluto, ogni divaricazione di qualsiasi tipo diventa insanabile.

Economia circolare. Facciamo frequente riferimento a questa nuova visione di riutilizzo a bilancio zero delle risorse e dei prodotti/residui finali. Dovremmo, però, considerare che la circolarità virtuosa, ripetuta in tutti gli ambiti, non è nemmeno quella che abbiamo sostenuto fino a ieri.
Dobbiamo pensare ad una nuova circolarità, non mantenendo costanti i componenti tradizionali, quelli che girano anche attualmente, e che continuano a circolare. Anche questi dovrebbero cambiare nella loro sostanza. La circolarità mette in moto nuovi componenti e nuovi sub-sistemi dinamici. Soprattutto gli ultimi eventi drammatici lo dimostrano, esigendo cambiamenti radicali.
La nuova circolarità generale deve essere, quindi, al tempo stesso rigenerativa, come tutti gli altri sistemi e sub-sistemi che stanno attorno e che dovranno rimettersi in moto in modo non solo più intenso, ma anche diverso. Anche in spazi diversi.
Per inciso è opportuno rammentare che i processi produttivi-industriali, ancora oggi prevalenti, sono essi stessi di tipo lineare. Si prelevano risorse dal territorio senza nessun criterio di rotazione o di consumo programmato; si interviene all’interno del processo produttivo con processi non ancora del tutto resi congruenti ai nuovi criteri eco-ambientali di uscita; si trasformano le risorse in prodotti, finiti o prefiniti, indirizzati ad altre linee produttive parallele, sempre più spesso de-localizzate, da mettere sul mercato globalizzato generico, dove l’ offerta prevale, ovvero, nel migliore dei casi, individuando la potenziale domanda secondo processi di informatizzazione indiretta (senza priorità di prossimità od altro); che viaggiano attraverso sistemi non affatto sostenibili. Logistica ancora distorta, che in Italia utilizza, per esempio, la gomma, trascurando il trasporto ferroviario, quello marittimo, eccetera, nonostante un Piano della Logistica nazionale di qualche anno fa, che sta dormendo. In un mercato sparpagliato, anzi, come dicevamo, globalizzato, senza più nessuna definizione e coinvolgimento/integrazione territoriale, i residui e i rifiuti sono imessi/dispersi nello stesso territorio senza significativo riutilizzo o ricliclo. Ciclo zero.
Sachs sottolinea che la “circolarità rigenerativa”, soprattutto il recupero intelligente dei residui, diventa essa stessa risorsa economica, tesa a una maggiore facilità di raggiungimento del “benessere generale” dell’uomo e delle sue generazioni future. Obiettivo quest’ultimo da considerare primario in senso assoluto.
La via d’uscita, secondo Sachs, è l’UNITA’ della Comunità intesa in senso generale. E non solo In senso verticale, ma soprattutto orizzontale.
Sachs Osserva, in particolare, che l’Italia potrebbe essere considerata e riconosciuta come “Leader della transizione ecologica e generale” a scala Europa e mondiale. Evidenzia la presenza interessante nel nostro paese di alcuni e successioni ed azioni estremamente facilitanti per una funzione speciale dell’Italia in questa occasione. Si riferisce, in sintesi principale, ad alcuni Enti ed Organismi, non presenti altrove e potrebbero essere l’inizio proficuo di un successivo intervento ancora più organico. Guarda, in particolare, all’Associazione Club Roma 1968, dove sono presenti attivisti, scienziati, economisti, uomini d’affari ed intellettuali in genere; Regeneration 2030, con Interessante presenza di qualificati imprenditori italiani; Quindi specifiche azioni del Governo italiano, attraverso il Ministero della transizione ecologica e delle infrastrutture sostenibili. Altro.

Edoardo Garrone, Presidente ERG. È necessario interpretare il futuro. I primi attori positivi in questo difficile compito possono essere proprio gli “imprenditori”, di qualsiasi tipo e livello, che devono coniugare il loro interesse d’impresa in termini di prospettiva potenzialmente generale, riferita al contesto dei destinatari finali, secondo specificità di prodotti e di territori come ambiti spaziali di indirizzo necessario ed innovativo al tempo stesso.

Più specificamente nel mondo dell’Economia si inserisce l’intervento di Edmund Phelps, Premio Nobel per l’Economia del 2006. Ha sottolineato la particolare novità di una nuova “creatività” potenziale, che genera più innovazione interna (cioè soprattutto dentro il settore imprenditoriale), quindi contro l’individualismo e l’egoismo, non solo di settore. A sua volta nell’ambito economico in generale, da sempre chiuso nel recinto della sua rigidità meccanicistica.
Quindi più gratificazione e maggiore coinvolgimento dei lavoratori da parte delle imprese, ma soprattutto per azione dei governi, tra loro in sintonia, con un ripensamento generale sul “lavoro”, da parte dei tradizionali valori occidentali, in particolare europei. Aumentando la crescita e contrastando le nuove stagnazioni occupazionali, anche per difficoltà di percorso recenti.
La stagnazione è figlia anche della perdita di innovazione, soprattutto dal basso.
La formula-base di Phelps è: “Abbiamo bisogno di una Società migliore, per avere un’economia migliore”. La società diventa migliore quando aumenta il livello di soddisfazione personale nel lavoro, per diventare collettiva, e, quindi, generale. Non solo, quindi, innovazione importata solo dalle scoperte scientifiche. Dice ancora Phelps: “È richiesta una nuova visione, per la quale è necessario ri-concepire l’economia, perché le persone possano ripensare anche la loro vita e percorso lavorativo e professionale. I governi si concentrino non solo sul focus dei loro successi politici, perché il merito maggiore proviene dalla capacità di creare qualcosa di nuovo”.
Quando c’è più lungimiranza politica e dinamismo imprenditoriale, la Società cresce di più, ma per fare questo i valori devono assoggettarsi ad un cambiamento di qualità.
Per Phelps in termini di stagnante stagnazione dell’innovazione dipende soprattutto dal perseguimento della soddisfazione personale dei lavoratori, vale l’esempio dell’home-working negli USA : Sui luoghi di lavoro non vi è coinvolgimento umano soddisfacente, quindi si afferma, più che altrove, un sistema anonimo di lavoro remoto.

L’intervento di Maurizio Gardini, Presidente di Confcooperative e di Daria De Pretis, vicepresidente della Corte costituzionale si incentra sul sistema imprenditoriale del consistente settore della cooperazione. Evidenziano quanto il mondo della cooperazione possa contribuire ad una nuova armonia ed impulsò qualitativo dello stesso mondo cooperativo e dei servizi in generale, vista la consistenza numerica storica consolidata del settore cooperativistico.
La cooperazione è la catena del valore sociale in generale, che può essere ancor più valorizzata, estesa, ed integrata al sistema sociale in generale, integrandola allo stesso settoriale imprenditoriale, che, allo stato attuale, non estende ancora adeguatamente la propria azione sociale parallela oltre certi limiti. La valorizzazione del sociale deve avvenire anche nel settore pubblico in generale, che come noto è impicciato con una burocratizzazione che non è parente prossimo alla socializzazione, come nell’ambito dell’imprenditoria nel suo complesso che è ancora rallentata nella propria specializzazione stretta. Che, invece, potrebbe trovare vie di sfogo interessanti nella differenziazione con il Settore sociale parallelo.
La prof.ssa De Pretis richiama l’articolo 45 della costituzione, che riconosce alla cooperazione la funzione di crocevia tra la solidarietà e l’impresa, in termini politici originari incrociati. Quindi con una funzione attuale e di prospettiva futura con grande potenzialità di integrazione al tessuto produttivo generale differenziato (solidale).
Viene fatto di pensare che questo discorso è, ovviamente esteso anche al settore delle PMI ed altre attività produttive e dei servizi in genere. Un tessuto imprenditoriale sempre più integrato in continuità senza strappi, quindi da intendersi come strumento di diffusione, oltre che di rigenerazione nei singoli settori. La cooperazione e le PMI rappresentano il maggiore settore produttivo, il cui spazio principale di riferimento è proprio il territorio (questo sconosciuto). In tal senso potrà essere ricompreso anche un nuovo rapporto di sussidiarietà orizzontale, intesa come nuovo incontro tra domanda ed offerta diffusa, sempre più reciprocamente consapevole di tempo, spazio, moneta, e quindi con una crescita di qualità di prospettiva, tra il mondo della cooperazione/PMI e i cittadini, e che ne chiedono specifico rapporto

Infine non potevano mancare considerazioni specifiche sul digitale – il Web – che sta volando, anche se con un futuro non ancora molto chiaro, soprattutto in ragione di una Rivoluzione nata e sviluppata molto velocemente, anche in ragione degli ultimi eventi negativi.
Per esempio in termini di finanza alternativa, sulla quale la politica globale e la dirigenza specializzata (Banche, altro?), non hanno ancora molto vagliato, indirizzato, regolamentato.
Anche qui l’avanzamento del web si misura in “numeri.0”.
Il Web 1.0 è la prima fase che corrisponde alla scoperta della navigazione nel mondo virtuale.
Il Web 2.0 è la seconda fase con la nascita dei Blog, dalle Piattaforme e dei Social.
Il Web 3.0 è l’esplosione convulsa e riservata a pochi esperti della “finanza alternativa”, costituita dalle criptovalute, dai Bitcoin (non monete ma asset finanziario, dal NFT – non fungibile token ( gettone non riproducibile), che non è sono arte virtualizzata.

Una nuova liquidità finanziaria alternativa, che sta creando fascino, reale o irreale, forse aumentato dalla fredda rigidità della moneta ufficiale. Ovvero immersa nei sogni, nelle illusioni, speranze, proprio nei momenti fatidici di cui abbiamo più bisogno.
L’imprenditore Francesco Micheli, Presidente del Consiglio di Amministrazione di Nextalia SGR, esplicita la sua metafora del gioco d’azzardo : “Viviamo in un Casinò, in cui tutti giochiamo in continuazione. Finite le fiches andiamo alla Cassa e ce ne danno altre. L’unico che ci salva, alla fine, sarà quello che porterà le fiches alla cassa e prenderà moneta vera, non Bitcoin, e, così, scenderà da questo giostra infernale”.

Parallelo al tema del Web 3.0 si pone quello dell’Industria 4.0, che, a sua volta, può essere inserito nel tema più grande dello Sviluppo globale 4.0.
Come noto, il “Sistema dell’Industria 4.0”, introdotto dal Governo italiano nel 2017 su Direttiva europea, ha inteso avviare un processo di innovazione digitale dentro i processi meccanizzati del settore industriale precedente.
Le nuove procedure industriali 4.0, come noto, introducono e consolidano i sistemi robotici, ma soprattutto quelli digitali relazionali, con la possibilità di interfacce intelligenti artificiali, all’interno delle rispettive linee industriali aziendali e verso esterno.
Il sistema 4.0 è rivolto anche alle Amministrazioni pubbliche in generale per la loro facilitazione/sburocratizzazione, quindi all’interno di nuove politiche industriali generali e particolari (ancora fragili). Per esempio, come è stato evidenziato nei vari interventi del Festival dell’Economia, per rendere più agibile e fattibile il PNRR – Piano nazionale di Ripresa e Resilienza. Con una logica non solo urgente/emergente, ma anche di messa a punto di nuovi comportamenti di programmazione e governabilità complessiva.
Come ha evidenziato il Presidente del Luiss, e già Presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, l’impresa italiana è passata da una politica “dei settori ad una politica dei fattori”, così introducendo la nuova impresa nazionale in un percorso di innovazione futuribile. Che si avvia in un percorso di vera sostenibilità innovativa per restare sui mercati internazionali ed oltre, ma anche per disegnare nuove vie e mercati.
Il processo deve intendersi avviato, anche se la strada è ancora lunga.
Soprattutto si osserva che l’accesso ai nuovi sistemi innovativi ha riguardato, per ora, prevalentemente la grande impresa, mentre manca ancora la platea delle Aziende minori, che, come detto, rappresentano la maggioranza ed estesa continuità del tessuto produttivo nazionale.

L’incentivazione ai Settori produttivi è stata importante, ma non evidentemente sufficiente.
Il fattore della innovazione digitale non ha completato l’avanzamento del ciclo della transizione digitale ed ecologica nazionale globale, a causa di una perdurante fragilità del nostro assetto produttivo complessivo. Fragilità che deve essere superata al più presto, anche in ragione delle ultime crisi. Le imprese del “sistema Italia” devono diventare soprattutto più strutturate.
La innovazione produttiva digitale modifica, inoltre ed al tempo stesso, l’assetto lavorativo/occupazionale, riguardando, in tal caso, una parallela strutturazione, pur essa necessaria, della risorsa umana.
Richiede nuove figure professionali, generando una ri-qualificazione diffusa in modo trasversale, opposta al sistema tradizionale del modello verticistica. Con questo aprendo le porte alla necessità di una innovazione anche dell’ambito lavorativo complessivo, integrato.
Il Sistema 4.0 aiuta in questo, anche con l’introduzione, traslata, di nuovi modelli di economia circolare umanizzata, di cui meno si è parlato in generale.
Un avanzamento sempre più sensibile del sistema produttivo nazionale, non solo sarà determinato dalla maggiore efficienza e dalla riduzione degli sprechi globali, ma soprattutto da un più frequente e qualitativo reciproco valore umano.
Quindi da un migliore incontro tra domanda e offerta.
In particolare facilitando lo sviluppo del “Settore indotto produttivo” – forse problema di sempre nel nostro assetti di continuità produttiva sequenziale.
Recentemente tale questione sembra essere ravvivata dalla crescita e nascita di nuove start-up, tra le quali acquistano interessante prevalenza quelle della manutenzione predittiva ed innovativa.

La questione del nuovo processo 4.0, in generale comunque rimane con sporadici segnali positivi, che si basano, soprattutto, sulla creatività/innovazione delle giovani generazioni.
In sintesi riqualificare/inventare, quindi di reperire/innovare nuova risorsa umana, piuttosto che conquistare nuovo mercato.

Dice Francesco Profumo, Presidente della Fondazione Bruno Kessler, che l’intelligenza artificiale è un campo di ricerca che stimola e crea, al tempo stesso. È innovazione, specifica e espansiva, per se stessa e per il resto totale. Alla lunga, fornirà nuove occasioni di lavoro, Non interrompendo i livelli del lavoro attuale, ma, trasformandolo intensificandolo. L’intelligenza artificiale aiuta l’uomo, e lo farà anche in termini di creazione-innovazione di intelligenza umana.

Algebra ed algoritmi andranno riscritti, Creando nuovi scenari e il nuovo modo di pensare. In tutti i settori, in tutti i modi. Non si deve considerare l’intelligenza artificiale solo come uno strumento, ma come una leva per sollevare un mondo nuovo.
Una volta si diceva che nel futuro prossimo sotto il computer rimane solo il lavoro semplice, quello manuale, sopra il computer troveremo un nuovo lavoro, anzi che crescerà a dismisura. Questo assunto dovrà essere contraddetto. La mano dell’uomo e la sua mente sapranno compiere una rivoluzione virtuosa, che ora non riusciamo ancora ad immaginare.

Probabilmente non avremo un solo ed unico sviluppo di futuro, ma una serie di sviluppi paralleli, variamente convergenti, che spiazzeranno ogni previsione secondo i parametri del presente.
Oggi probabilmente l’intero scenario futuro è deformato dalla lente degli eventi drammatici che ci stanno davanti agli, impedendoci di vedere.
Il futuro è futuro e il filosofo dice che il futuro è sempre un mistero.

Eustacchio Franco Antonucci

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