Festival di letteratura working class

Festival di letteratura working class

Torna – dal 5 al 7 Aprile 2024 – a Campi Bisenzio il Festival di letteratura working class – Geografie e linguaggi, Direzione di Alberto Prunetti, con una seconda edizione organizzata sempre da Edizioni Alegre e dal Collettivo di fabbrica Gkn – insieme alla Soms Insorgiamo – con la collaborazione dell'Arci Firenze, e grazie al sostegno di 400 persone tramite crowdfunding.

Si propone una full immersion culturale su problematiche quali , oppressione, subalternità, esclusione, divenuta un evento di gran pregio in Europa dopo la prima simile manifestazione di Bristol del 2021, con la motivazione che chi “parteciperà non sarà presente qui per intrattenere”, per utilizzare la felice espressione dello studioso di origine working class Mark Fisher.

Gli asserviti mainstream media non ne parlano secondo la logica della “spirale del silenzio”, di cui all'omonimo libro di Elisabeth Noelle-Neumann (La spirale del silenzio. Per una teoria dell'opinione pubblica, Meltemi Editore, 2017).
Dotata di una sezione culturale animata da e “solidali” intitolata “Convergenza culturale”, il Festival di quest'anno è nuovamente ospitato dal presidio di una fabbrica in lotta, in un territorio industriale. Si tratta di un evento culturale collettivo nel vivo di un conflitto sociale, diverso dal semplice consumo culturale delle consuete kermesse del libro.

Le “classi” lavoratrici, da tempo immemore sono state considerate ciascuna delle cinque categorie in cui fu divisa, in base al patrimonio fondiario, la cittadinanza di Roma, nell'ordinamento timocratico introdottovi, secondo la tradizione, da Servio Tullio che regnò dal 578 a. C. al 535 a. C.. Dall'antica accezione, nel linguaggio economico-politico della “modernità”, le “classi” stanno ad indicare quei raggruppamenti d'individui che, all'interno di una società, manifestano comportamenti unitarî e specifici rispetto a quelli di altri raggruppamenti, dai quali si differenziano per una diversa collocazione nei confronti della ricchezza, del potere, del prestigio, distinzione affermatasi soprattutto dopo la prima grande rivoluzione industriale, in cui, sulla decadenza della società feudale, si crearono le disuguaglianze protocapitaliste e nuovi aggruppamenti, definiti, in base alla fonte e alla dimensione del reddito, subalterni.

É con , che la “classe” si costituisce come una determinazione sociale che discrimina gli individui in base alla diversa loro collocazione riguardo alla proprietà dei mezzi di produzione e anche all'ideologia che da essa consegue.

È nell'ambito del conflitto tra le classi che in ogni formazione economico-sociale storicamente affermatasi ha opposto gruppi dominanti e gruppi dominati, che si delinea un percorso – dal Settecento in poi – di coscientizzazione operaia circa la propria condizione, prima in forma luddistica e/o meramente tradeunionistica, condizione vissuta come cruciale per la sua indipendente affermazione politico-culturale, favorita dal repentino estendersi in Inghilterra e Scozia “dell'organizzazione razionale capitalistica del lavoro (formalmente) libero” (vedi, , 1920-1921, p. 96 [1]), cioè di forza lavoro salariata, reperita sul mercato e adibita alle macchine in un factory system che si allargava a macchia d'olio.
Il profilo sociale e culturale degli operai, nel corso del tempo emerge dalla congerie delle lotte e rivendicazioni economico-formative e sperimentazioni rivoluzionarie anticapitaliste dando vita, contestualmente all'impegno teorico-politico ed organizzativo, ad una efficace e fiorente produzione di testi, di vario genere [2], in considerazione del fatto che il settore industriale infatti è ancora vivo e vegeto; in Italia, in particolare, nel 2023 lavora in fabbrica o in cantiere oltre il 23% della forza lavoro.
In sintesi, s'intende affermare che proprio nel Novecento, dentro le città-fabbrica come sono state Detroit-Ford, Essen-Krupp, Eindhoven-Philips, Zlin-Bat'a e Torino-FIAT, o nelle fortezze operaie tipo Renault e Pirelli, o nelle periferie industriali come quelle di Genova e di Milano, per restare in Italia, si formano subculture professionali che funzionano da modelli cognitivi, e che mantengono un'elevata cogenza dove vi sono monoculture industriali, come nella cosiddetta ‘terza Italia' (scarponi, calze, pistole, fisarmoniche, piastrelle, posate, salotti, occhiali, ecc.). Nei quartieri operai, queste “culture” rendono più forte l'omogeneità, ma anche forme di strumentalizzazione e di incomunicabilità tra settori di classe; se poi si tratta di quartieri connotati etnicamente, allora l'isolamento tende a trasformarsi in una condizione di separatezza (rif. ad alcuni studi precorritori Gans, H.J., The urban villagers, New York 1962; Shostak, A.B., Gomberg, W. a cura di, Blue-collar world, Englewood Cliffs, New York, 1964; Kornblum, W., Blue-collar community, Chicago 1974).

Le “culture del lavoro” – pur nelle caoticità espressiva e nell'eterodiretta frammentazione (si pensi alla stagione caratterizzata dalla cosiddetta “aristocrazia operaia”), si basano, tuttavia, sulla consapevolezza di svolgere una funzione produttiva: è questa caratteristica che dà valore ai messaggi emancipativi e di liberazione rivoluzionaria di tipo socialista, nel primo caso, e comunista nel secondo con un portato culturale di notevole livello. Si rievocano, a questo proposito, le poco note le 100 domande del “Questionario” – meglio conosciuto poi come inchiesta operaia – scritte di proprio pugno dal Marx, due anni e nove mesi prima di morire, per conto dei compagni del Partito operaio francese, e pubblicate sulla Revue socialiste di Benoît Malon, nel n. 4 del 20 Aprile 1880 [3].

Autentica “interprete” della società borghese e capitalista e decodificatrice delle contraddizioni del sistema vigente di produzione e riproduzione della vita, la working class è in grado – in autonomia – di generare un punto di vista alternativo e contrastante quello dominante, sguardo dal quale ha preso avvio l'elaborazione di un insieme di opere affidate alla scrittura, anche stilisticamente apprezzabili, senza che predomini mai un'esasperazione estetizzante; secondariamente, va osservato che l'insieme degli scritti relativi a un oggetto determinato (la “letteratura dell'argomento”) trova nuove prospettive narrative frutto di “indagini sul campo”, per così dire, non depotenziando, al contempo, le eccelse qualità del racconto e poetiche, nonché l'invenzione e la creatività.

Una parte più o meno cospicua della “letteratura” in questione, in parte coinciderà, in parte uscirà fuori della storia delle arti, secondo la linea interpretativa del controverso volume di György Lukács, Storia e coscienza di classe (Milano 1973). Ciononostante, durante le giornate del Festival saranno indagati i linguaggi e le geografie della letteratura working class invitando ospiti dalla Svezia, dall'Inghilterra, dalla Norvegia, dalla Francia, dalla Spagna, per raccontare la propria storia, per contribuire alla rigenerazione dell'immaginario collettivo e orientarsi, in modo determinato, non solo nel rivendicare i propri diritti, bensì nel concepire e mettere a terra un progetto di liberazione umana.

Quest'“ospite indesiderato” (Prunetti), simile a spettri che si muovono “fra i mondi” (Cruz), l'attività di scrittura della working class, costruisce un preciso confine autoanalitico della condizione esistenziale, un rilancio della soggettività proletaria che s'accontenta, per ora, di «fischiettare, non per allegria, ma per rabbia, come dice la famosa favola dell'uccello in gabbia» (rif. a Tuta Blu scritto nel 1978 dall'operaio Tommaso Di Ciaula).

A differenza di coloro che sono convinti che «l'apocalisse finale della civiltà umana è già iniziata e nessuna azione politica ribalterà l'irreversibile»- così viene giustificata la necessità del “ritiro socio-culturale” proposto dagli organizzatori, tra i quali Franco «Bifo»Berardi, autore di Diserate (Timeo, 2023) – è, pertanto, inevitabile, creare “una scuola nel bel mezzo della diffusione del Caos, e l'obiettivo sarà ascoltare il ritmo del Caos, interpretare il significato dei flussi caotici, raggiungere un accordo amichevole con il Caos e prosperare nel Caos[4], con il Festival di letteratura working class si configura un orizzonte linguistico-culturale che non preclude la “militanza”, anzi la sollecita anche da parte di coloro che  fuoriescono dalla “classe” stessa non irretiti dal politically correct [5], segno di un'ipocrisia non solo linguistica.
Giovanni Dursi

[1] Il saggio di Max Weber al quale ci si riferisce è  “La città” (1921), inserito dal curatore dell'opera di Weber, Johannes Winckelmann, nella seconda parte di Economia e società relativa alle forme del potere e del dominio (Herrschaft) con il titolo “La città: tipologia del potere non-legittimo”.
[2] A titolo d'esempio, nel presente, si citano Amianto. Una storia operaia (Edizioni Alegre, 2014) e Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class  (Minimum Fax, 2022) di Alberto Prunetti; Ruggine, meccanica e libertà (Edizioni Alegre, 2018) e Lo sgherru dell'autunno caldo. Una storia di lotte e infiltrati (DeriveApprodi, 2023); Melanconia di classe. Manifesto per la working class (Atlantide, 2022) della poetessa e insegnante Cynthia Cruz.
[3] Si veda Sul campo. L'inchiesta operaia di Marx: comprendere il mondo per cambiarlo, a cura di Riccardo Emilio Chesta, Utopie/80 Historybox, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2018.
[4] Dalla Presentazione a cura di Franco ‘Bifo' Berardi, reperibile su social network: Island School of Social Autonomy (ISSA) is a place for imagining, experimenting with and cultivating forms of knowledge-production and knowledge-sharing for the “age of extinction”.
[5] L'espressione angloamericana politically correct (in italiano “politicamente corretto”) designa un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone.  Fonte: Voce Enciclopedia dell'Italiano, Treccani, 2011.

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