Festival Tramedautore. Un amore per il teatro

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Anche quest’anno Outis, il Centro nazionale di drammaturgia contemporanea, ha messo in campo il suo festival: Tramedautore. L’ha fatto dopo aver lanciato una open call rivolta ad autori dell’area euro mediterranea, con un’attenzione tutta particolare alla Sicilia, terra di grandi autori, che però faticano a ottenere visibilità.
Al bando internazionale lanciato da Outis hanno aderito più di trecento autori.
Grande lavoro quindi, quello di Angela Calicchio presidente di Outis e Michele Panella, suo direttore artistico. In tre mesi hanno selezionato i 10 spettacoli andati in scena a Milano dal 13 al 22 settembre al teatro Strehler, con esordio al Melato e al Teatro Grassi nelle sere successive.
Ma è Angela, simpatico folletto pieno di energia, che ci ha accolto con simpatia, a spiegarci il perché di questo festival. L’ha fatto con uno stile che trabocca amore per il teatro, unito a una solida competenza.
Noi siamo nati come Outis nel 1998. Fin dagli inizi ci siamo proposti di promuovere la drammaturgia contemporanea, e la produzione dii autori italiani, giovani e meno giovani. Il nostro impegno è rivolto a fare in modo che si affermi anche un repertorio legato quello che si può raccontare oggi della società attuale. È un percorso ancora in salita, perché il sistema teatrale Italiano, spesso continua, un po’ per ragioni botteghino e un po’ per ragioni culturali, a riproporre esclusivamente i classici. Questo naturalmente va bene perché i classici rappresentano un patrimonio importantissimo. Però bisogna dare conto anche dell’attualità. Così come esiste l’arte contemporanea, la letteratura contemporanea, esiste anche il teatro contemporaneo. Esso è in grado di dare conto di quello che succede oggi nel mondo. È in grado di narrare le sensibilità e i linguaggi che cambiano. Parlare di drammaturgia contemporanea non è soltanto mettere in scena la drammaturgia scritta da autori viventi. Parlare di drammaturgia contemporanea, significa capire, conoscere il cambiamento degli stili. Così com’è cambiata la prosa, da Carducci a Manzoni ad oggi. Così è cambiata la nostra lingua e i linguaggi.

La Veglia di di Rosario Palazzolo

E che sia così lo dimostra lo spettacolo La veglia, autore e regista Rosario Palazzolo, che domenica ha chiuso il festival. Mirabilmente interpretato dal palermitano Filippo Luna che si esprime con un linguaggio nuovo, una sorta di personale grammelot, infarcito di dialetto, parole astruse, decostruite e ricostruite, per rendere conto di una cultura non ancora in grado di accedere alla lingua nazionale. Con la sua interpretazione crea una fantasmagoria linguistica di rara potenza interpretativa ed espressiva. L’attore dialoga ottimamente con il pubblico, e con la sua comicità dissacrante sferra una feroce critica alla società attuale, ai suoi riti televisivi.
Chapeau a un autore misconosciuto, pluripremiato e invitato dalle università straniere a tenere lezioni sul teatro. In un’epoca di fuga di cervelli, la scelta di Rosario Palazzolo di rimanere, non solo in Italia, ma anche nella sua Palermo, e nella sua Sicilia, è doppiamente ammirevole.
Scelta aiutata anche dalla sensibilità, e dall’accortezza di Outis, che come dice il suo direttore artistico Michele Panella con la sua voce pacata e incisiva, è consapevole della ricchezza e della qualità della drammaturgia e del teatro siciliano.
Il focus Sicilia, quello dell’ultima settimana, è nato perché ci siamo resi conto che molti progetti arrivavano proprio da lì. Da un’isola dove gli artisti hanno molte difficoltà ad uscire dai confini regionali, a far conoscere il proprio lavoro. Difficoltà, ma anche immensa ricchezza. La Sicilia ha un patrimonio incredibile di autori, che hanno una scrittura bellissima. Basti pensare a Tino Caspanello, Spiro Scimone, Tindaro Granata, Cristiana Minasi, tanto per citarne alcuni. Però poi tutta questa ricchezza è esclusa dai circuiti nazionali, per logiche di produzione, per costi più alti, perché è difficile spostarsi dalla Sicilia. Quindi diventa difficile vederli in scena.
Grazie a Outis per averci fatto conoscere Palazzolo e gli altri autori.

Affascinante il nome Outis. È greco antico. Significa nessuno. Ed è il nome che Ulisse dà a Polifemo dopo averlo accecato. Nel nome Outis c’è un doppio riferimento, come ci spiega ancora Angela.
Abbiamo scelto questo nome intanto come omaggio a un grande compositore come Luciano Berio, che negli anni in cui nasceva il Centro nazionale di drammaturgia contemporanea, pubblicava l’opera Outis. Ma soprattutto abbiamo scelto la parola nessuno-Outis perché essa ha una doppia eccezione. Da un lato il fatto che parliamo di autori che possono essere sconosciuti e/o misconosciuti. Dall’altra c’è il riferimento a questa grande voglia di esplorare, viaggiare, scoprire nuovi territori, così come il viaggio di Ulisse per mare ci insegna.

Volver di Giuseppe Provinzano

Che il tema del mare sia un grande collante lo vediamo anche negli spettacoli rappresentati durante il festival, soprattutto nello spettacolo Volver che parla di quando eravamo noi emigranti che dalla Sicilia partivamo per andare in Argentina. Volver racconta la storia di una migrazione, che poi è la storia di tutte le migrazioni: lasciare gli affetti, arrivare in terre sconosciute dove si fa fatica farsi accettare, e là cercare di raggiungere il proprio raggio di sole. Non è una storia nuova È una storia antica, È una storia anche di oggi. Nella storia di oggi mi rivedo attraverso i racconti dei miei genitori. Ed è lì che la grande storia diventa storia personale mia madre si chiama Rosetta come una delle protagoniste del cast teatrale. Mio nonno andò in Argentina e tornò in Sicilia per amore della nonna. Mio padre a 18 anni partiva dalla Sicilia per arrivare a Milano. Quando cercava casa trovava cartelli che dicevano non si affitta ai terroni. Discriminazione di ieri che sono discriminazioni di oggi. Ieri non si è più affittava agli ebrei, l’altro ieri non si affittava ai terroni. Oggi non si affitta agli extra comunitari.
Grande merito questa di Volver per aver riportato al centro nella scena, della rappresentazione, del confronto il tema dell’emigrazione. Il mare unisce ciò che l’ignoranza e la paura dell’uomo vorrebbe tenere separate.
Il mare, così come unisce diverse coste, unisce anche diversi territori simbolici. Non è un caso che anche Mare Culturale Urbano faccia riferimento al mare.

Mare Culturale Urbano ha portato all’interno del festival i suoi laboratori, grazie alla collaborazione con Outis. Ha portato voci e stimoli culturali che nascono dalla periferia e convergono verso il centro. Ha portato coreografie, drammaturgie. Ha portato il rap nella bellissima ambientazione del chiostro Nina Ninchi, all’interno del cortile del Grassi.
Quando abbiamo chiesto il perché del nome di Mare Culturale Urbano Andrea Capaldi ci ha risposto con parole piene di poesia.
Il mare e quanto di più vivo e democratico ci sia. È sempre in movimento. Portatore di energie inesauribili. Abbiamo scelto questo nome per le nostre iniziative perché volevamo e vogliamo portare a Milano qualcosa che Milano non c’è, il mare. E sicuramente qualcosa di nuovo a Milano Andrea ha portato. L’ha portato anche perché dietro a Mare c’è un’idea precisa.
Vogliamo creare una forma di imprenditoria sociale, culturale, per tornare a una dimensione più umana, in cui oltre al valore dei soldi ci siano altri valori. L’obiettivo ultimo è quello di creare posti di lavoro, creare valore, migliorare le condizioni di vita delle persone della collettività, e far sì che tutto questo sia sostenibile. Se poi arrivano i profitti va benissimo.

È un’idea complessa quella portata avanti da Mare Culturale Urbano e da Outis. È l’idea che si possa ribaltare la normale fruizione della cultura, in cui lo spettatore è solo consumatore passivo.
Mare e Outis rivendicano all’arte la sua funzione politica. La funzione di essere strumento di elaborazione e metabolizzazione del presente.
Andrea Capaldi è stato reciso nell’affermare che:
Noi crediamo nella contaminazione. Crediamo che nella contaminazione ci sia evoluzione, crescita.
Sarebbe impossibile ricostruire la complessità del discorso portato avanti da Angela, Michele, e Andrea. Riteniamo che il binomio contaminazione e funzione politica dell’arte possa essere una prima chiave di lettura. Quello che ci ha colpito nei loro discorsi è la capacità di dare voce attraverso il loro lavoro alle diversità.
Ed è proprio sul tema della diversità che è giocata una delle piece più interessanti, viste durante la rassegna, L’alieno.

Madre della Compagnia Balletto Civile Angela Onorati

La storia narrata ne L’alieno è splendidamente recitata dalla brava Eva Martucci, che regge da sola la scena per un’ora e mezza. Durante lo spettacolo assistiamo all’ingresso della diversità all’interno di una famiglia medio borghese. Diversità che conduce al progressivo sfaldamento dei rapporti, alla difficoltà di tessere relazioni significative, a dialoghi muti. Questo dramma, ottimamente scritto e diretto da Massimo Donati, ci costringe a confrontarci con l’impossibilità di trovare risposte, con la rassegnazione, il dolore e l’impotenza, che il diverso produce in noi.

Non meno interessante è la commedia, dell’albanese Aleksandros Memeta, A.CH.A.B., che porta in scena passioni, bisogni e desideri di tre giovani, alle prese con una società che non è più in grado di ascoltarli. L’autore e gli attori ci conducono per mano nel loro mondo, fatto di dialoghi surreali, trovate istrioniche, a volte drammatiche, a volte sarcastiche. Grazie a questo, e alle geniali invenzioni sceniche, si ride e si riflette sul destino di una generazione messa all’angolo, che cerca il proprio riscatto.

Se la ricerca di Outis è quella di esplorare nuovi linguaggi e nuovi stili espressivi, la scommessa è pienamente riuscita. Ne è ulteriore testimonianza il sontuoso spettacolo Madre, presentato dalla compagnia Balletti civili, diretta dalla bella e brava Michela Lucenti. Esempio di teatro totale, di drammaturgia del movimento, Madre è uno intrigante lavoro che trae ispirazione dal poeta e drammaturgo tedesco Heiner Muller. Lo spettacolo in cui le parole sono solo una parte marginale, ci trascina attraverso il movimento, e la libera espressione dei corpi in movimento, nei sogni e negli incubi, nei desideri e nelle fantaie… nel mondo fantasmatico di una madre in procinto di partorire.
Partorire e dare vita sono forse gli unici atti rivoluzionari che rimangono in questa epoca travagliata?
Non lo sappiamo. Sappiamo però che fare teatro e fare cultura come le intendono Outis e Mare, sono senza dubbio atti profondamente politici.

Gianfranco Falcone, http://viaggi-in-carrozzina.blogautore.espresso.repubblica.it/

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