FFF. Uno sciopero per il futuro del genere umano

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C’era una volta una ragazzina dalle trecce bionde che…
Ma che cos’è? Una fiaba?
No. È storia.

Tutto parte da Greta Thunberg, dal suo sciopero davanti al parlamento di Stoccolma.
La sua protesta individuale ha prima umiliato i politici, poi acceso gli animi dei giovani, tanti, che oggi sono scesi in sciopero a centinaia di migliaia, se non a milioni, nelle principali piazze del mondo. È successo anche a Milano, dove le strade si sono riempite di centomila manifestanti.

Fa riflettere che questa immensa mobilitazione, scaturisca da passi mossi dapprima in solitario, e poi accompagnati da una marea montante di persone, che rivendicano la possibilità di avere un futuro, di avere ancora un pianeta, prima che venga distrutto dall’odio, dalla cupidigia, da modelli di sviluppo ormai superati.
Fa pensare che tutto inizi e si rilanci a partire da Greta, che ha la sindrome di Asperger, parente più o meno prossimo dell’autismo.
Allora, grazie alle stelle per l’alterità di cui è portatrice Greta, se questa è in grado di smuovere le coscienze. Grazie a ogni forma di alterità, perché questa è la vera ricchezza che abbiamo a disposizione come specie: la diversità.

Forse è vero quanto mi ha raccontato Federica, insegnante sessantaquattrenne in pensione.
Da grandi difficoltà – come quella dell’Asperger – nascono grandi sensibilità, che aiutano a vedere l’essenziale delle cose. Cose che spesso i cosiddetti normali non riescono a vedere. Quello dell’ambiente è il problema essenziale, ciò da cui discende tutto il resto”.
Erano tante le storie in piazza oggi. Abbiamo provato ad ascoltarle. E abbiamo scoperto una pluralità di voci, ognuna delle quali parte dal proprio vertice professionale, di interessi, di entusiasmi, e si trasforma in partecipazione allo Strike for future.

Anna è di Magenta, ha 17 anni, in piazza “per far sì che anche i potenti facciano qualcosa per cambiare la situazione ambientale. Altrimenti tra qualche anno non ci sarà più la possibilità di tornare indietro. I giovani sono pronti al cambiamento, a impegnarsi”.

Alberto, 24 anni studente di biologia. Ritiene che “i temi del clima e della salvaguardia del pianeta siano da difendere. Oggi sono ancora sottovalutati. La speranza è che si inizi a parlarne adeguatamente. Le cose stanno diventando davvero gravi ed è tempo di agire”.

Alessandro è un futuro architetto di 26 anni. Scrive una tesi sui bivacchi alpini. Mi racconta la sua esperienza. “Sto cercando di portare avanti un progetto di architettura partecipata in ambito montano alpino. Utilizzo piccoli manufatti, un’architettura minima. Senza fare riferimento a tecnologie innovative, all’avanguardia. Sto cercando di coinvolgere un sistema sociale che allarghi la mentalità sia dei valligiani sia delle persone che frequentano la montagna. Per far sì che non vedano più la montagna come luogo in cui vivere un’esperienza effimera, che finisce e si conclude nel momento. E questo si può fare solo ricostruendo le comunità, e le comunità si ricostruiscono ascoltando le persone, partecipando“.

Giulia ha quasi 24 anni. Si sta laureando in mediazione linguistica. È ferma nel sostenere le proprie opinioni. “È importante che noi poniamo un freno all’inquinamento. Il problema riguarda tutti. Ad iniziare sono i giovani, il vero motore del mondo. Però gli adulti devono sostenerci. Io vengo da Taranto. Il mio cartello dice ‘Ilva killer’. Ho lottato per anni contro un ricatto che ci costringe a scegliere tra il lavoro e la vita. E uno non può scegliere tra il lavoro e la vita”. Devo ammettere che mi sono commosso alle parole di Giulia. L’ho ascoltata con interesse quando ha continuato con parole dure. “A Taranto c’è un genocidio di stato. Stiamo morendo. Con la recente vendita dell’Ilva agli indiani, i livelli di diossina sono tornati quelli di dieci anni fa e nessuno ne parla. Quando qualcuno lo fa viene bollato come ambientalista che non capisce niente. Intanto moriamo di cancro. Il dio Pil in questo momento sembra essere più forte della vita. Ma noi cambieremo questo stato di cose. Ne sono certa”.

Non c‘erano solo giovani oggi in piazza, anche se erano la maggioranza.
Abbiamo voluto ascoltare anche la voce di chi ormai ha i capelli imbiancati, come Corrado che ha 64 anni. Per anni è stato segretario della Camera del lavoro di Milano. È felice nel veder sfilare tanti giovani in allegria, e si fa portavoce di una grande speranza. “Mi auguro che la consapevolezza sia dietro a una buona percentuale di loro. Ma la cosa più interessante è che questo momento di piazza è stato preceduto da tantissime discussioni avvenute nelle scuole, e si inserisce in una prospettiva internazionale”.
Mi piace la chiarezza con cui si pone il mio interlocutore. Allora gli chiedo che cosa ne pensa del fatto che il 2 marzo a Milano abbiano sfilato in 250mila, e che l’otto marzo per la festa della donna ci fossero 15mila persone, e oggi ancora centomila.
Questo significa che Milano ha dentro di sé delle potenzialità incredibili. Spero si possa trovare un collante tra le diverse iniziative. Non vedo però delle forze politiche in grado di farsi portavoce delle istanze presenti oggi in piazza. Sarebbe anzi un atto di supponenza se lo facessero. È buono che molti siano qua senza bandiere, in ascolto”.

È di estremo interesse il tema dell’ascolto sollevato da Corrado. Ci sembra possa essere la risposta adeguata a coloro che si chiedono ansiosamente a chi andrà il voto di questi giovani.
Intanto iniziamo ad ascoltare.
Il voto come il domani è il loro.
A noi di un’altra generazione l’onere e l’onore, di farci accompagnare senza supponenza nel loro mondo.
Ascoltando.

Gianfranco Falcone

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