Filippine: il Presidente Duterte volta le spalle agli USA?

Filippine bandiera
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Le Filippine sono un paese con cento milioni di abitanti e in una posizione nel Sud-est asiatico strategica. Negli ultimi tempi questo ruolo è ancor di più venuto in luce per la disputa sulle isole e scogli del Mar meridionale cinese per le quali il Tribunale dell’Aja si era pronunciato, per la quasi totalità, contro Pechino e in favore di Manila che nel 2013 aveva promosso l’istanza presso la Corte arbitrale dell’Aia. Una sentenza che il governo cinese non aveva accettato.

Altro fatto eclatante che potrebbe mettere in crisi la posizione degli USA nello scacchiere dell’Estremo Oriente, dove da tempo la strategia di Obama è stata quella di dirottare risorse per il contenimento della Cina, è stata la decisione del presidente filippino Rodrigo Duterte, in carica dallo scorso giugno, di aprire al suo vicino fino a fargli dichiarare, durante la sua visita di stato a Pechino: «Mi sono spostato nel vostro flusso ideologico e forse dovrò anche andare in Russia per parlare con Putin e dirgli che ci sono tre di noi contro il mondo. La Cina, le Filippine e la Russia». Durante il forum Cina-Filippine per le relazioni economiche aveva preannunciato «la separazione dagli Stati Uniti, sia militare sia economica», dando priorità al nuovo partner con il quale ha firmato 13 accordi economici (investimenti infrastrutturali, attività commerciali e turistiche, pesca, ma anche supporto al narcotraffico) che il ministro del Commercio filippino Ramon Lopez ha valutato in 13,5 miliardi di dollari.
Non solo ma il Presidente e Segretario generale del Partito comunista cinese Xi Jinping e Duterte hanno annunciato l’inizio di un confronto bilaterale per risolvere le dispute tra i due paesi relativamente Mar cinese meridionale.

Evidentemente se questa relazione dovesse allargarsi e consolidarsi non sarebbe più fonte di semplice imbarazzo per Washington che per ora si limita a dichiarazioni di rito, ma un vero smacco per la politica estera di Obama e un problema da affrontare velocemente e con determinazione dal prossimo inquilino alla Casa Bianca.
Come spiega Filippo Fasulo, «l’amministrazione Obama, infatti, ha concentrato la propria strategia internazionale – tra l’altro con un contributo diretto dell’allora segretario di Stato e attuale favorita per la presidenza Hillary Clinton – attorno al concetto di ‘pivot to Asia‘. Tale progetto prevedeva una riorganizzazione della distribuzione delle risorse militari da riposizionare maggiormente in Asia orientale a discapito del Medio Oriente. […] La più grande vittoria dell’amministrazione Obama, infatti, era stata la firma – in attesa però di ratifica da parte del Congresso – del Trans Pacific Partnership (Tpp), un accordo di libero scambio che esclude la Cina e che dovrebbe rafforzare i rapporti economici fra gli Stati Uniti e la sponda sud-occidentale del Pacifico. […] Il peggioramento dei rapporti rischia di mettere in forse anche l’Enhanced Defense Cooperation Agreement (Edca) un accordo che darebbe accesso alla marina militare americana ad alcuni porti strategici dell’arcipelago» [1]. Senza contare i miliardi di dollari investiti nelle Filippine.

Il voltafaccia di Duterte qualcuno se lo poteva anche aspettare visto quanto spesso i suoi comportamenti siano, a dir poco, fuori dalle righe e nel caso della lotta al narcotraffico si è passati di fatto ad una vera e propria sospensione della legalità democratica. Mentre in più di un’occasione durante la campagna elettorale e da presidente ha violentemente apostrofato Obama, di fatto dandogli del “figlio di puttana”, o il Papa che oltre a ricevere insulti è stato invitato a non mettere più nelle Filippine per poi scusarsi. Duro l’attacco anche all’ONU e al Segretario generale.
Per il narcotraffico le espressioni violente e che incitano i suoi concittadini ad agire indiscriminatamente e con violenza: «se conoscete qualche tossico non pensateci e ammazzatelo». E così nel giro di alcuni mesi si stima quasi 4.000 morti, «per lo più presunti consumatori e spacciatori – sono stati uccisi, lasciati in mezzo alla strada con un inquietante cartello appeso al collo che racconta la loro colpa con poche lettere: “pusher”. […] Le immagini che arrivano dai social network, mostrano una situazione senza precedenti. Tossicodipendenti umiliati, picchiati, abbandonati in mezzo alla strada nudi con le mani e i piedi legati» [2].

The Punisher”, “Dirty Harry” o il “Trump asiatico” come viene soprannominato è sostenuto in questo massacro senza precedenti dai sondaggi, dallo sforzo economico per mantenere il ritmo di crescita dell’economia sopra il 7%, cosa che era riuscito a fare da sindaco di Davao dove aveva combattutto altrettanto duramente il narcotraffico riuscendo a migliorare il clima della legalità (per l’economia) e dalla sua volontà di rendere più equa la distribuzione dei vantaggi dello sviluppo (anche se di toccare i miliardari non se ne parla).
Secondo Richard Javad Heydarian, docente all’Università di La Salle a Manila, «Duterte non ha nulla di un “Trump asiatico”. Il ricercatore le definisce piuttosto un “attore sottile e sfaccettato”, come dimostra la sua geopolitica nel Mar cinese meridionale” cioè la sua visione del conflitto territoriale, la sua diplomazia regionale e la porta aperta a Pechino su questo dossier sensibile» [3]. Emily Rauhala scrive che «sembra esserci un divario tra ciò che dice e ciò che Duterte suo governo e gli alleati sperano di fare. La sua posizione sulle forze speciali a Mindanao, per esempio, è stata rapidamente smentita dal suo Segretario alla difesa – e poi da Duterte se stesso. Ampollosità e le retromarce di Duterte hanno rafforzato l’idea che lui è impulsivo. Ma i diplomatici e studiosi con sede a Manila hanno caratterizzato i suoi commenti come una scaltra tecnica negoziale, un modo blandire la Cina senza dare gli Stati Uniti il benservito – ancora»[4].
Pasquale Esposito

[1] Filippo Fasulo, “Le Filippine si riavvicinano alla Cina e si allontanano dagli Stati Uniti”, , 21 ottobre 2016
[2] Fabio Polese, “Filippine, le uccisioni sommarie fanno crescere il consenso per Duterte”, http://www.eastonline.eu/it/opinioni/open-doors/filippine-le-uccisioni-sommarie-fanno-crescere-il-consenso-per-duterte,  11 Agosto 2016
[3] Éric Frécon, “L’autoritarismo nel Sud-Est asiatico fra percezione e realtà”, Le Monde diplomatique-il manifesto, ottobre 2016, pag. 17
[4] Emily Rauhala, “Before Duterte was the Philippines’ president, he was ‘the Death Squad mayor’”, https://www.washingtonpost.com/world/asia_pacific/before-duterte-was-the-philippines-president-he-was-the-death-squad-mayor/2016/09/28/f1d1ccc4-800b-11e6-ad0e-ab0d12c779b1_story.html?tid=a_inl, 28 settembre 2016

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