Condividi

Dopo tre mesi di astinenza torniamo al Piccolo, a Milano. A inaugurare la stagione estiva troviamo Storie di Stefano Massini.

Gli siamo grati per essere stato il primo a salire sul palco, e ricordarci che siamo vivi solo se siamo in relazione con gli altri, non al chiuso dei nostri loculi privati ben attrezzati.
Massini ha raccontato storie, accompagnato al piano dal brillante Paolo Jannacci. Sono state storie struggenti come quella dedicata a Kafka, divergenti come quella che racconta di Bob. L’artista ci ha guidati a comprendere i meccanismi del raccontare, dell’ascoltare. Atti che non sono mai a senso unico, ma richiedono un emittente e un ricevente. Ci ha fatto capire che una storia non è mai quella che vuole l’autore, che non porta necessariamente là dove l’autore decide. Le storie hanno una vita propria, prendono per mano autore e pubblico, e lo conducono dove vogliono loro.

Grande perizia narrativa, grande comprensione dei meccanismi del raccontare, quella presentata da Massini, anche se lo spettacolo ci è sembrato debole.
Preferiamo il Massini concentrato sulle storie presentate a Piazza Pulita, dove il focus dei racconti è più fulminante, piuttosto che il Massini teatrale. Troppi i momenti di stanca, anche se parzialmente riscattati dalla grande capacità di portarci a riflettere sul valore che hanno le storie e sulla nostra necessità umana di ascoltarle.
Non vi racconto altro dello spettacolo per non fare dello spoiler. Sicuramente è uno spettacolo di contenuto, che però necessità di un maggiore rodaggio.

Bello a ogni modo ritrovarsi a teatro, ma che malinconia.
Varcato il portone abbiamo visto le sedie distribuite nel chiostro Nina Vinchi, siamo passati sulla pedana d’accesso per le persone disabili e siamo entrati al Piccolo. Il tempo incerto non avrebbe consentito di godersi lo spettacolo all’aperto, come promesso.
È stato come tornare a casa. Ho riso con Gianni il direttore di scena, scambiato qualche battuta con Carlo il coordinatore dei direttori di scena, salutato le maschere.
Avrei voluto salutare e abbracciare tutti. Finalmente si torna alla vita.
Sì. Perché come mi ha detto qualcuno con parole semplici ma vere.
Non importa come. Bisognava ripartire. Perché il teatro fa parte di quei beni essenziali come la sanità, come la scuola. Non se ne può fare a meno.
Ecco ci casco anche io. Anche io racconto storie. Racconto quelle che raccolgo nei miei viaggi in carrozzina. Oggi mi piace raccontare la storia di una vecchia signora.
Non vedeva l’ora di tornare a teatro. Che cosa ci faccio chiusa a casa per la pandemia? Fatemi tornare a vedere uno spettacolo. Se poi dovrò morire almeno morirò felice.

Ecco. Il mio personale augurio è che la paura della morte non sia di ostacolo alla vita. Ben venga la necessaria prudenza. Ma che il timore della nostra fragilità non sia il viatico per non vivere.
D’altronde è stata la prudenza che ha portato Massini e Jannacci a recitare distanziati. È stata la prudenza a far sì che il Piccolo programmi spettacoli per platee di settanta spettatori, ben al di sotto dei quattrocento ottantotto che può accogliere abitualmente.
Ma così come non si può negare il pane quando è poco a chi a fame, non si può negare il teatro a chi è in stato d’inedia, anche se questo cibo non potrà arrivare a tutti, ai tanti che ne hanno necessità.
Che malinconia vedere la distribuzione dei posti a sedere. Era occupata una fila sì e una fila no. Nelle file occupate tra ogni spettatore c’era una poltrona vuota.
Abbiamo indossato le maschere per entrare. Impeccabili come d’abitudine le hostess e gli steward ci hanno accompagnato ai posti. Io ho visto lo spettacolo dalla galleria, dove di solito mi posiziono con la mia carrozzina. Arrivati ai posti abbiamo potuto togliere la maschera. Fosse così semplice nella vita quotidiana, abbassare la maschera di fronte alla nostra verità così come abbiamo fatto ieri. Anche di questo Massini ha parlato, del mostro viaggio umanamente costretto tra ciò che ci raccontiamo di noi stessi e ciò che in realtà siamo.
Massini è stato il primo che si è offerto al pubblico. Dopo massini ci saranno altri spettacoli di tutto rispetto. Ne citiamo solo alcuni.

Maggio ’43, di e con Davide Enia; Pane o libertà. Su la testa, di e con Paolo Rossi; Pilato, da il Maestro e Margherita, di Michail Bulgakov, con Massimo Popolizio; L’amaca di domani unplugged, Considerazioni in pubblico alla presenza di una mucca, di e con Michele Serra. E poi Lella Costa e poi Marco Paolini.
Senza dubbio questa estate ci terranno compagnia grandi nomi. Il debutto e le prime date degli spettacoli si svolgeranno nel chiostro del Piccolo, e saranno trasmessi in diretta su grande schermo a mare culturale urbano, realtà da anni impegnata nelle residenze artistiche e con una grande sensibilità nei confronti del teatro. Gli stessi spettacoli continueranno a vivere, grazie al sostegno della Fondazione Cariplo, in altri spazi significativi della città, con particolare attenzione alle sedi dell’Housing sociale.

È una ripartenza. Può avere molti limiti. Ma si riparte. Questo è l’importante. Ma in tutto questo non dobbiamo dimenticare quello che ci ha ricordato Davide Enia, scrittore drammaturgo di grande sensibilità, da noi raggiunto telefonicamente.
Io sono uno dei fortunati. È vero che ho dovuto interrompere una tournée internazionale che mi avrebbe portato in Colombia, negli Stati Uniti. Ma sono fortunato perché il 30 giugno torno in scena al Piccolo, con il mio spettacolo maggio ’43. Ma a tornare in scena siamo meno del dieci per cento. E gli altri?
Già, e gli altri?
Degli altri sappiamo quello che stanno chiedendo gli Attori Uniti.
Reddito di continuità almeno fino al 2021 in linea con gli altri paesi europei. Un reddito che possa traghettare tutto il comparto spettacolo fino alla ripresa del settore;
Una convocazione come parte attiva per lavorare a un tavolo e organizzare la ripartenza; la messa in discussione del Netflix della cultura.
Che vengano rese attuative le consultazioni periodiche da parte del Consiglio superiore dello spettacolo, con i rappresentanti dei settori professionistici interessati. Infatti la legge spettacolo all’articolo tre al punto f dice che il Consiglio superiore deve convocare tutte le categorie.
Erano queste le richieste che gli attori avrebbero voluto presentare lunedì al ministro Franceschini. Se solo si fosse presentato all’inaugurazione della Triennale di Milano.
E che cosa sia il Netflix della cultura rimarrà oscuro per tutti noi, finché il ministro non vorrà chiarire di che cosa si tratta. Quello che ad oggi ci è dato di sapere è che la proposta Franceschini preveda un canale televisivo che trasmetta contenuti culturali.
Bene. Così il teatro si troverà a confrontarsi con tronisti e veline, senza togliere nulla a Maria de Filippi, che lei sì sa fare televisione. Ma noi non vediamo proprio il ministro competer con una vecchia volpe come la regina dello share televisivo.

Io speriamo che me la cavo. Speranza fu quella che rimase nel vaso dopo che Pandora l’aprì, ci ha ricordato la regista Rita Pelusio che debutterà a Parenti il con lo spettacolo ApPUNTI G, scritto e diretto dall’omonimo collettivo.
La regista ci ha parlato di speranza ma anche di prese di posizione forti.
Che cosa sta accadendo nel mondo dello spettacolo?
Sta succedendo che questa è una falsa ripartenza. Moltissimi soggetti teatrali non possono veramente ripartire. Io posso fare da specchio per quanto riguarda le compagnie più piccole, i piccoli centri di produzione. In realtà chi riesce a ripartire, tra l’altro anche con grandi difficoltà, senza linee guida, senza protocolli chiari, uguali per tutti, sono le istituzioni a finanziamento pubblico perché hanno più fondi.
Alla Triennale noi attori abbiamo manifestato e volevamo incontrare il ministro Franceschini, che non si è presentato. Sala e Boeri ci hanno invitati a parlare. Devo dire che il Comune di Milano sta veramente avendo un atteggiamento accogliente. O perlomeno dimostra la disponibilità di voler ascoltare le vere problematiche. A livello nazionale il ministro tace.
Per quanto riguarda la Lombardia, il problema è molto di più a livello regionale, perché un sacco di piccoli teatri, nelle piccole città, non possono riaprire. Ci sono teatri che riapriranno solo a gennaio. Alcuni apriranno addirittura fra un anno e mezzo. Quindi questi sono tutti luoghi chiusi alla circuitazione delle compagnie. I grandi che riescono ad aprire ovviamente fanno riferimento ai grandi nomi, ai monologhi.
Che cosa si può fare di concreto in questa ripartenza.
Attori e maestranze devono essere parte attiva di una di una ripartenza ragionata. Non questa, fatta così, che di fatto è una scellerata ripartenza. Proprio per questo stiamo mandando dei comunicati ai colleghi che stanno lavorando, in modo che li possano leggere quando saliranno sul palco, per fare da cassa di risonanza a quanto sta accadendo. Perché l’opinione pubblica possa capire che cosa c’è in gioco. Dobbiamo impegnarci in un dialogo tra direttori dei teatri, istituzioni, singoli lavoratori. Questa è l’unica via. Dobbiamo essere molto uniti, molto solidali perché altrimenti si creano delle fratture.
Non pensi che quello che state vivendo voi come attori possa essere inquadrato in uno spettro più ampio di attacco al lavoro salariato, di qualunque genere esso sia? Quindi che si tratti in qualche modo di un riassestamento di un sistema produttivo iper liberistico, che non funziona e dovrebbe cambiare in tutti i suoi comparti? Una delle ultime porcate la stanno facendo ai raider, impedendogli di salire sui treni per tornare a casa dopo una giornata di lavoro.
Siamo tutti sotto scacco. La cosa che adesso stiamo cercando di fare è di unirci. Poi come attrici e attori, come Coordinamento lombardo lavoratrici e lavoratori dello spettacolo, stiamo cercando di presenziare anche alle mobilitazioni di altre categorie. Proprio per dare solidarietà. Perché il concetto di precariato alla fine è lo stesso per tutti.

Alla fine della storia, alla fine delle storie, rimane un’unica storia.
Ben tornati a teatro. Ma non è solo teatro.
Gianfranco Falcone

In this article