Fisionomia di una trasformazione: Renzi e il referendum

Italia Roma Quirinale
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La metamorfosi sta avvenendo ed è probabile che, alla vigilia del 4 dicembre, risulti completamente ultimata. Tolte le vesti di eroe salvifico di un’Italia lenta, impacciata e instabile, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi sta indossando quelle del personaggio politico vittima di un sistema che è compatto contro di lui e che attende con trepidazione il referendum per infliggergli l’ultima, decisiva spallata. Il punto è che qui non si sta parlando di un classico gioco politico, in cui il confine tra promesse propagandistiche e relative azioni è molto spesso labile, se non del tutto assente. Qui c’è in ballo la Costituzione italiana, quella che tutti si affrettano a definire la più bella del mondo, salvo poi fare veloce marcia indietro nel momento in cui gli interessi particolaristici prevalgono su quelli collettivi.

Renzi ci ha abituati a cambi di direzione, a repentini dietro front, a voli pindarici privi di linearità, preferendo privilegiare qualsiasi logica e necessità politica a una minima forma di rispettabile coerenza. Così, i toni apocalittici da fine del mondo che sarebbe seguita alla fatale vittoria del No al referendum, hanno presto lasciato spazio a un atteggiamento schierato sulla difensiva, a protezione di un sistema corrotto e mal funzionante che egli vorrebbe cambiare e gli altri, invece, conservare insieme alle loro “poltrone”. Inizialmente, anche la vita politica del Presidente del Consiglio sembrava legata all’inappellabile sentenza popolare destinata a uscire dalle urne, scandita da una serie di annunci che, più che appelli, avevano la forma riconoscibile del ricatto. “Se perdo me ne vado” ripeteva con la cadenza di chi ha grande autostima di sé o forse, più verosimilmente, paura della sua stessa arroganza. Di fatto, una smentita ufficiale di questi proclami reiterati con regolarità sistematica non c’è stata, ma le avvisaglie di una loro sostanziale evoluzione sono ben visibili.

Ben presto, il Premier – ma anche la ministra Boschi – ha scelto di ammettere le proprie colpe, affermando di aver compiuto un errore nell’aver personalizzato il voto referendario. Scelta dettata da una ritrovata responsabilità politica e da una lealtà costituzionale che impone di considerare la Costituzione come qualcosa che si pone al di sopra delle sorti dei vari politici che vi mettono mano – più o meno legittimamente; oppure, decisione divenuta necessaria a seguito di un ennesimo ed egoistico calcolo politico? Di certo, presentare il referendum come un momento cruciale del proprio destino e operato politico, può facilmente trasformare quella del 4 dicembre come occasione di giudizio nei confronti del Governo e del suo Primo Ministro. Sicuramente, votare No alla riforma senza entrare nel merito dei suoi contenuti, ma soltanto per affermare il proprio malcontento nei riguardi del Governo e delle sue politiche, è sbagliato, ma non totalmente incomprensibile.
Del resto, accostare l’esito negativo del referendum a una possibile uscita di scena dalla vita politica è un’arma a doppio taglio, è inevitabile. Tu non puoi personalizzare il referendum costituzionale trasformandolo in una sentenza sul tuo operato senza temere che ciò, presto, non finisca per indebolire le tue convinzioni. Non puoi personalizzarlo sperando che tutti riconoscano in te l’uomo giusto a cui affidare un lavoro tanto delicato come quello di modificare la Costituzione e la conseguente vita politica del paese. O meglio, puoi farlo, ma poi non puoi non aspettarti che l’”occupato” che va avanti con i voucher (al di là dei proclami sulla occupazione che cresce) o il disoccupato che vive sotto la soglia di povertà, il professore che, nonostante la Buona Scuola, non riesce a ottenere una cattedra, ma continua la sua carriera da precario, il pensionato che per abbandonare il lavoro a un’età dignitosa è costretto a rinunciare a parte della sua (minima) pensione, il giovane costretto a fuggire all’estero per realizzare le sue ambizioni non si coalizzino per mostrarti il loro lamento di rabbia e delusione. È un meccanismo automatico di chi non ha voce e sfrutta la prima occasione disponibile per dare fiato alle proprie difficoltà. Certo, la Costituzione è qualcosa che prescinde da tutto ciò, qualcosa che si colloca in una dimensione distinta e più elevata. Ma credete forse che sia facile parlare di superamento del bicameralismo paritario, revisione delle competenze tra Stato  e Regioni, nuovi meccanismi di partecipazione popolare a chi si ritiene frustrato e umiliato, nel momento in cui si sente dire “se vince il no mi dimetto”?

Tutto questo, probabilmente, Renzi e collaboratori vari lo hanno compreso presto e, spaventati dai sondaggi (che sì, forse non ci indovinano sempre, ma fanno sempre impressione a chi li designa come potenziali perdenti), hanno deciso di cambiare strategia. Così, rendendosi vittima di un patetico gioco delle parti da lui stesso edificato, il Presidente del Consiglio ha deciso di difendersi proprio da coloro i quali sperano che, il risultato del 4 dicembre, sancisca non tanto la bocciatura della Costituzione, ma la definitiva sconfitta di Renzi. “In questo referendum c’è un’accozzaglia di tutti contro il sottoscritto. Un’accozzaglia senza futuro, priva di un’alternativa e unita solo dalla volontà di dire No”, ha dichiarato qualche giorno fa il Primo Ministro, non facendo cenno, però, alla perentorietà con cui, soltanto qualche mese fa, annunciava il ritiro dalla vita politica in caso di vittoria del No.

Adesso è inevitabile che, volenti o nolenti, questo sistema messo in piedi sia destinato a svolgere una parte significativa nel voto degli italiani. Ma tutto ciò si scontra con la struttura stessa della Costituzione, la quale dovrebbe unire, rendere tutti partecipi e non dividere tra chi sostiene Renzi e chi, invece, vi si oppone. Il Premier, fin dall’origine, ha adottato un atteggiamento sbagliato, che avrebbe certamente alimentato contrasti e non favorito mediazioni. Ha trasformato il referendum costituzionale in un plebiscito alla sua figura, cercando una legittimazione che, finora, non ha quasi mai avuto (le elezioni europee del 2014 sono un lontano ricordo, mentre ben più recente è la scottatura relativa alle amministrative dello scorso giugno). Ha finito per distogliere l’attenzione dai temi centrale della riforma, adottando slogan, prontamente seguito anche dagli altri partiti politici, interessati a destabilizzare del tutto il governo.
Probabilmente, a questo punto, la trasformazione avvenuta difficilmente riuscirà a riportare il dibattito sul merito costituzionale, permettendo di evitare ulteriori derive propagandistiche, se non propriamente populiste. A trionfare, il prossimo quattro dicembre, saranno, in un senso o nell’altro, i “mezzucci”, i “governicchi”, i soliti affari e uomini politici e non la Carta Costituzionale, bistrattata, messa in secondo piano, diventata lo strumento con cui mantenere o strappare il potere.
Lorenzo Di Anselmo

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