Fontana Project con Mariana Porceddu e Emiliano Pellisari

Emiliano Pellisari e Mariana Porceddu nello spettacolo Fontana Project al Menotti
history 9 minuti di lettura

Quel bastardo arrogante di Emiliano Pellisari ce l’ha fatta ancora. Il suo Fontana Project è un piccolo gioiello. Sul palco ci sono lui e Mariana Porceddu. Lei sempre più brava ed elegante nelle sue movenze, lui perfetto servo di scena al servizio della spazialità di Lucio Fontana e dell’abilità artistica di Mariana. La performer diventa strumento per dare corpo a una spazialità che altrimenti rimarrebbe priva di presenza umana. Emiliano si muove con assoluta discrezione, vestito di nero per dare nell’occhio il meno possibile, per dare forma allo spazio e al tempo, giocando con i teli di stoffa che riempiono la scena, giocando con il corpo di Mariana che sposta muove, colloca, trasformandolo in una sorta di metronomo umano che sottolinea spazio e tempo. È un tempo scandito dalla bellezza delle musiche moderne scelte da Mariana Porceddu che oltre ad essere raffinata ballerina dalla formazione classica, si rivela accorta musicista in grado di scegliere e remixare musiche che diventano altro da quelle originali. Tanto che mi chiedo quando uscirà una collezione con le musiche originali dello spettacolo.
Mariana Porceddu non è solo strumento di una coreografia ideata insieme al marito Emiliano Pelllisari, è una protagonista che con la sua sapienza corporea dà senso e significato a un laboratorio che dura venti minuti circa. Ma che in quei minuti è in grado di catturare lo spettatore, e di trasformare la ricerca in arte, al contrario di quanto accade a molta dell’arte moderna che della sperimentazione fa il suo focus senza però riuscire a scaldare il cuore e ad emozionare lo spettatore.
Emiliano e Mariana sperimentano. Nella loro sperimentazione ritroviamo toni e temi classici che sono propri della arte quando si fa tale.
Fontana Project è un cameo da gustare. Questi due artisti con i loro due bimbi, e a Marco Visone, il direttore tecnico, insieme costituiscono la compagnia No Gravity, girano l’Europa per portare il bello e la loro idea di arte a un pubblico sempre più ampio. Nell’arco di un mese li ho visti a Milano, poi ripartire per Verona, Budapest, Roma, e ancora Milano.
Certi ritmi li puoi tenere solo se credi nella tua arte, se dell’arte hai fatto ragione di vita.
Non a caso inserisco tra i componenti della compagnia anche i loro due giovanissimi figli. Bambini che hanno fatto del teatro la loro casa. Bello il loro sorriso e l’accogliermi senza timidezze, che mi hanno riservato mostrandomi le loro capacità artistiche in erba. Chissà, forse preludio di futuri artisti che ancora devono scegliere la propria strada.

Mariana Porceddu in Fontana Project.
Teatro Menotti Mariana Porceddu in Fontana Project. Foto Gianfranco Falcone

A conclusione della performance i due artisti si sono offerti per un breve dibattito. Così ho potuto porre alcune domande e raccogliere quelle di un pubblico che ha accolto con favore la proposta di No Gravity. Nella breve discussione che è seguita sono riuscito a cogliere che i silenzi di Mariana sono legati a una convinzione.
Che cosa farsene delle parole se si ha a disposizione l’eleganza della danza? Al posto delle parole parlano e risuonano i miei passi.
Non so se è questo il pensiero di Mariana. Glielo chiederò… Intanto lascio spazio alle mie e alle domande del pubblico.
Nella vostra performance volevate mostrare lo spazio legato all’artista?
No. Non si voleva lavorare sull’artista. Come lei saprà Lucio Fontana lavora sullo spazio e sul tempo, riprendendo il tema caro ai futuristi, in particolare a Boccioni. Ho preso in considerazione la scultura di Boccioni e la tematica della continuità dello spazio. Questa problematica del Novecento, quella di riuscire a creare una dinamica nella scultura e nella pittura Fontana la affronta con il suo famoso taglio che crea una profondità. Quello che mi sembrava mancasse in tutto questo discorso era il tempo. Quello che noi volevamo fare era continuare il discorso di Fontana e portarlo alle sue estreme conseguenze. Cioè dare un tempo allo spazio.
Il tempo è musica per l’orecchio umano, è dinamica, ed è movimento. Quindi, noi abbiamo portato con questo laboratorio l’idea di lavorare sullo spazio e dargli una dinamica attraverso l’azione.
L’azione come si può rendere? O attraverso elementi meccanici, corde, pulegge, robot, quello che vi pare, o con degli esseri umani. In questo caso ci siamo noi due.
Non vogliamo assolutamente essere presenti sulla scena come protagonisti o come personaggi. Vogliamo modellare lo spazio. Però a mio parere c’è un punto critico in Fontana. Fontana ha annullato il corpo umano, Boccioni no. A mio parere c’è un piccolo tradimento in questo. Perché non esiste lo spazio cosmico. Esiste lo spazio nostro, umano, della nostra forma di vita. Dunque, io ho voluto riportare nello spazio il corpo umano. Questa è la ragione per cui c’è Mariana. In qualche modo volevo celebrare il corpo umano nello spazio. Non volevo uno spazio vuoto. lo spazio vuoto mi fa orrore. Lo spazio deve essere riempito da noi. Qui avete visto lo spazio, però agito, trasformato, modificato, attraverso il corpo umano.
La performer è Mariana Porceddu. Io sono vestito di nero appositamente per apparire il meno possibile.

Emiliano Pellisari Mariana Porceddu sul palco del Menotti
Teatro Menotti Emiliano Pellisari e Mariana Porceddu. Foto Gianfranco Falcone

Avete abitato lo spazio con una bellissima presenza. Mariana tu sei sempre meravigliosa complimenti. Tu un po’ meno Emiliano ma comunque complimenti anche a te.
Il pubblico se la ride per questo mini show improvvisato. Alla mia battuta Emiliano reagisce prontamente. E io continuo a incalzarlo.
Per fortuna che è un amico. Io mi sono vestito di nero più di questo non potevo fare.
Siete stati meravigliosi e in continuità con Inferno 2021. Sarà un laboratorio però complimenti.
Grazie, troppo gentile. È un amico.
Il pubblico non si fa pregare e continua con le sue domande.

Quindi è il corpo umano che crea il taglio di Lucio Fontana?
Sì, sì. certo. È il corpo umano che crea il taglio di Fontana. Assolutamente sì. A mio parere il protagonista rimane l’uomo. L’assenza dell’uomo mi fa paura. Questa è un’epoca in cui l’uomo è messo sempre più da parte. Volevo riproporre invece l’importanza e l’essenzialità dell’essere umano.
Questa è un’operazione teatrale completamente astratta. È uno studio. Non a caso ho chiamato la prima parte Grammatica sulla superficie e la seconda Grammatica sul corpo. Perché comunque sono opere grammaticali. Non sono opere d’arte.
Per me l’opera d’arte è una lavatrice che lava i panni, funziona, ha uno scopo ben preciso, produce catarsi, emoziona. Una lavatrice che non lava i panni è un’opera grammaticale. È l’esperimento di una macchina che però non ha nessuna funzione. Parla solo di se stessa, parla del lavoro e dello studio che si fa su questa macchina.
C’è una differenza enorme tra un’opera d’arte e un’opera di ricerca. L’opera teatrale ha sempre e comunque una sua complessità, ma soprattutto una funzionalità nella nostra vita, nella società, in tutto, nei nostri animi e corpi. L’opera sperimentale, la ricerca, quello che è il teatro di ricerca a mio parere non è opera d’arte ma è opera di ricerca. C’è la differenza che esiste tra una poesia di Catullo e la prima declinazione latina. C’è una bella differenza. È bellissima anche la prima declinazione latina ma non si deve confondere con una poesia. Ecco, per me il teatro ricerca come poi ho scritto a te Gianfranco, è un’opera grammaticale. Non è un’opera d’arte.

Sollecitato dal suo rivolgersi direttamente a me continuo a dialogare con Emiliano.
Però riuscite ugualmente ad emozionare. Su quali elementi avete giocato per trasmettere emozioni? Tra l’altro partendo da Fontana che è molto concettuale. Al contrario di molti esperimenti dell’arte moderna voi riuscite trasmettere anche emozioni.
È un vizio. Quando si è bravi Gianfranco non c’è un cavolo da fare. È un vizio.
È un dialogo faceto quello che improvvisiamo, ma che non perde di vista l’essenzialità delle risposte.
Io e Mariana lavoriamo insieme da una decina d’anni, chiaramente emozionandoci sul palcoscenico emozioniamo anche gli altri. Siamo marito e moglie ma è la prima volta che ci presentiamo ad un pubblico insieme. Io sul palcoscenico non ci sono mai stato in vita mia, nemmeno per i saluti. Questa è la prima volta. Applauditemi.
Puntuali arrivano gli applausi. Il pubblico è rilassato e piacevolmente coinvolto.
In realtà come esperimento matrimoniale, anche come terapia matrimoniale, che va benissimo, è stato anche molto bello perché abbiamo potuto far vedere a voi quello che noi facciamo come due pazzi, di nascosto, nel nostro atelier studio a Roma.
Dopodiché è chiaro che io sono così bravo e che inizierò la mia carriera da ballerino, da étoile. Però effettivamente l’emozione c’è. Dopo tanti anni che lavoriamo insieme, io e Mariana, qualunque cosa facciamo e mettiamo in campo ha già una sua complessità, una sua maturità.
Pensate che il lavoro di Fontana Project l’abbiamo fatto in due giorni. Normalmente per uno spettacolo ci mettiamo un anno. Quindi, due o tre giorni di lavoro per noi rappresentano un giocare, uno scherzare, metterci in gioco. Però, tu hai ragione Gianfranco, effettivamente c’è una tale maturità, una tale esperienza, di stare insieme, che poi ovviamente ogni volta che ci mettiamo in gioco forse non tiriamo fuori soltanto quello che facciamo quei tre giorni ma in quindici anni fatti insieme prima. Forse in questo senso Fontana Project è una lavatrice che un po’ funzionicchia. Non è proprio una lavatrice che non funziona per niente. Qualche panno lo lava. Non è proprio la prima declinazione latina ma una via di mezzo.

Dopo questa risposta cerco di stanare una silenziosa Mariana, musa dalle sofisticate competenze, che non ha bisogno e desiderio di mettere in mostra.
Una domanda per te Mariana. Vuoi raccontarci qualcosa di più sulle musiche?
Le musiche richiamano questa assenza di spazio che poi noi riempiamo. Sono musiche che hanno un andamento che accompagna, però allo stesso tempo hanno una loro continuità, una loro tridimensionalità. Sono sia piatte che profonde. Sono state scelte perché sono molto adatte per questa tela che si taglia. Oltre questo taglio c’è un immaginario che può essere ripreso. Quindi, sono state scelte proprio perché non solo hanno questa continuità che dà l’immagine di una superficie ma anche quella della tridimensionalità.
Emiliano interviene per sottolineare l’importanza di questo lavoro sulla musica.
Mariana tutte le volte fa delle ricerche pazzesche, studia non so quante centinaia di musiche. È diventata bravissima. Le abbiamo dato in mano questo computer mostruoso e lei ormai è diventata un ingegnere del suono. È musica che è stata tutta variata. Le musiche le aveva già pronte. Dopo tutte le sperimentazioni, ricerche, fatte in tredici anni erano già pronte nel cassetto.

Dal pubblico arrivano nuove domande.
Non si sente soffocare con tutti quegli avvolgimenti nella tela?
Il primo a rispondere è Emiliano
Ma no, il bondage si può fare.
Il pubblico se la ride e Mariana replica pacata.
Quando si sta in scena si sta in un’altra dimensione, non ci si accorge, perlomeno io non mi accorgo.
L’ultima domanda arriva da una bambina. Emiliano e Mariana la accolgono con tenerezza da genitori e artisti.
Una domanda per la ragazza. Ma come facevi a respirare?
Ci si abitua, in scena sai si possono effettuare anche dei tipi di respirazione diversi, più lunghi, senza respirare normalmente come facciamo nella vita normale. Ci sono delle respirazioni yoga che puoi applicare. Quindi tu hai dell’ossigeno che ti basta per un po’, e poi quando sei libera butti fuori tutto. È un po’ un’abitudine. È un allenamento pure quello.

Gianfranco Falcone

Teatro Menotti
5-7 novembre 2021
Fontana Project
Performance danzata su Lucio Fontana
Performers Mariana Porceddu Emiliano Pellisari
Light & Sound Marco Visone
Durata: 20’

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