Formazione e competenze nell’era dell’IA e dell’Internet delle cose

internet delle cose, intelligenza artificiale

Un orizzonte che s'avvicina a grandi passi è quello rappresentato dall' (IA); altrettanto significativa è la cosiddetta “computer science”, più appropriatamente il nuovo standard di sistemi tecnici e strumenti intercomunicanti detto l'InterNET delle cose (, IoT). Di conseguenza, l'insieme dinamico delle relazioni fisiche intersoggettive, con indiscutibili connotati di caoticità ed alienazione, ma anche di proficua promozione di comportamenti e della padronanza di linguaggi, è sempre più regolato da sistemi informativi interconnessi.

L'avveniristica “singolarità” transumana di Ray Kurzweil (autore di Come creare una mente. I segreti del pensiero umano, La singolarità è vicina, Apogeo, 2013, 2008), peraltro rappresentata con enfasi drammatica nel film Trascendence [1], e l'automa androide (per orientarsi, si consiglia di leggere Antonio Marazzi, Uomini, cyborg e robot umanoidi. Antropologia dell'uomo artificiale, Carocci Editore, 2012), sembrano cedere il passo a piani di sviluppo dello IoT che assorbono ingenti risorse delle aziende multinazionali e dei fondi di investimento, orientati a fornire una nuova fisionomia al sistema industriale, nel corso della terza decade del XXI secolo, impattando con le forme della vita sociale.

In modo particolare, l'impatto avviene con i processi di socializzazione, di istruzione e formazione, oltre che con le dimensioni esperienziali tout court, che riguardano bambini e giovani, coinvolti anche nelle affascinanti trame del software android e dell'entertainment.
I fanciulli sono ancor più indotti in strategie d'apprendimento e di promozione di competenze che costituiscono una vera e propria cesura con “costumi o stili” cognitivi e approcci alla “comprensione significativa” che, nel recente passato, costituivano – salvaguardando l'autonomia dei soggetti – un consolidato modus operandi. Esso permette(va) l'integrazione delle nuove informazioni con quelle già possedute e l'utilizzo delle stesse in contesti e situazioni differenti, sviluppando la capacità di problem solving, di pensiero critico, di metariflessione e trasforma(va) le conoscenze in veri e propri modi essere e in appropriati correlati “saper fare”.

Nelle consuetudini educative e nei luoghi deputati all'insegnamento ed agli apprendimenti, s'immagina che la conoscenza sia il frutto di un processo di “costruzione di significati” da parte dei soggetti in tensione apprenditiva, che cioè manifestano interesse all'assimilazione non passiva di informazioni, che definiscono e rielaborano interagendo con gli altri in un contesto, i propri saperi, allo scopo di rendersi, oltre che autonomi, anche consapevoli degli stessi processi conoscitivi.
Sembra diametralmente opposto l'apprendimento meccanico causato dalla routine relativa all'esecuzione o anche alla funzione di un prodotto tecnico che prevedono la presenza dello IoT, definibile come “addestramento”, che oggi si annuncia con la diffusione del suindicato nuovo “standard” – caratterizzato da uniformità e diffusione e preso come modello nell'insegnamento – di sistemi tecnici e strumenti intercomunicanti, negli ambiti scolastico ed universitario, in perfetta sintonia con le “aule” ove si eroga formazione specificamente aziendale.

Ebbene, tali forme omologhe d'acquisizione e padronanza nozionistico-concettuale ed operativa, utilizzano la memorizzazione per produrre conoscenza “inerte”, ovvero incapace di essere integrata, “vissuta” ed utilizzata secondo una declinazione personale e/o gruppale. È necessaria la consapevolezza che lo IoT genera ripercussioni concernenti le operazioni ed attività delle intelligenze multiple, teorizzate da Howard Gardner [2], della memoria, delle emozioni, dello stress, dell'invecchiamento, della plasticità neurale, del sonno e delle malattie del sistema nervoso. In altri termini, ogni aspetto del pensiero e dell'introspezione paiono compromessi dalla o, quantomeno, esposti all‘interferenza – come vera e propria “coazione a ripetere” – che le convenzioni del linguaggio digitale intersoggettivo uomo-macchina impone, costruendo inediti sistemi simbolici che esprimono e riflettono gran parte delle dinamiche socio-culturali dipendenti dalla tecnica alla quale il senso comune fa esaustivo riferimento,  riproducendo condotte ad essa, inevitabilmente, subalterne. Tale pervasività della tecnica IoT può essere definita come “colonizzazione mentale”, come “stati alterati di coscienza” come “fabbrica cognitiva” che influenza e determina i flussi di convergente socializzazione. Come è noto, le sinapsi mutano in continuazione, a seconda dell'uso; l'attivazione sinaptica determina un aumento della dimensione di rete neurale; la mancanza di attivazione sinaptica determina atrofia e morte cellulare; le sinapsi vengono continuamente costruite, modificate, smantellate (rif. a Manfred Spitzer, Digitale Demenz. Wie wir uns und unsere Kinder um den Verstand bringen, Droemer Knaur*, 2012)
Adagiarsi sulla disponibilità di variegati dispositivi, perentoriamente aggiornati, impararne il mero uso strumentale, affidare alla “rete” l'oggetto di ricerche ed inaridire la stessa ricca fonte delle menti rendendole impossibilitate a partorire le “domande”, ad esercitare interessi indipendenti dalla “ragione strumentale” [3], sussistendo una sorta d'enciclopedia telematica preformata alla quale attingere, è deleterio.

Le prassi IoT, sul versante delle conoscenze e competenze, rendono l'attività conoscitiva non più il prodotto di una costruzione attiva da parte del soggetto, non più, in alcun modo, strettamente collegata alla situazione concreta in cui avviene l'apprendimento; in definitiva, non favorisce la continuazione ed il consolidamento della collaborazione sociale e della comunicazione interpersonale. Si sta avverando quanto intuito e spiegato da circa l'aumento delle possibilità pratiche degli uomini, dell'aumento delle conoscenze tecniche alle quali corrisponde in maniera inversamente proporzionale il venir meno dell'autonomia dell'individuo, fino a che questo processo assume il carattere di una vera e propria disumanizzazione.

Il cervello – con circa 100 miliardi di cellule nervose, ciascuna delle quali può stabilire fino a 10.000 collegamenti con le altre – non è un organo statico bensì una specie di cantiere sempre aperto; questo “cantiere continuo” produce risorse per elaborare le informazioni; l'encefalo, quindi, muta in continuazione: è “plastico; gli impulsi elettrici trasmessi dalle sinapsi modificano le sinapsi stesse; in questo modo, le sinapsi diventano “efficienti” e più numerose; si formano così veri e propri percorsi o tracce strutturali.

Il cervello umano è in continuo cambiamento e si adatta a variazioni anche minime nelle nostre condizioni e nel nostro comportamento, rimodellando l'insieme dei propri circuiti elettro-chimici.

L'aspetto critico è costituito dal cosiddetto “pruning sinaptico” costituito dallo sfoltimento di sinapsi scarsamente utilizzate; rimangono, si strutturano, si rafforzano le connessioni realmente utilizzate in esperienze vissute o anche solo pensate. Con lo IoT viene progressivamente meno la neuroplasticità cerebrale.

Pur apprezzando lo stimolo ulteriore che fornisce M. Prensky, superando la sua, un po' rigida, dicotomia fondata su Digital Natives e Digital Immigrants, in presenza del format informatico-telematico dell'InterNET delle cose a e all'Università, difficilmente l'introduzione di nuove concettualizzazioni – la “saggezza digitale” di M. Prensky, [[4]]) – potrà sorreggere l'emancipazione dal quel “fare uso delle risorse”, altrove concepite, congegnate, rese disponibili, industrialmente e commercialmente, ed eterodirette da menti all'uopo dedicate, del tutto estranee alle dimensioni didattiche e incompetenti nella Psicologia dell'età evolutiva, collocate, nella gerarchia sociale, ad un similplatonico elevato livello di comando.

Segno di questa deriva è senz'altro l'appiattimento concettuale che le sottopone ad ibridazione, rendendo del tutto indistinguibili le idee di “potenziamento digitale” e “potenziamento tecnologico”; situazione che lo stesso Prensky descrive, quando afferma: « […] Dipendiamo già da questi potenziamenti. Come argomentano i filosofi Andy Clark e David Chalmers (1998), “la cognizione estesa è un processo cognitivo fondamentale, non un extra aggiuntivo” in quanto “il cervello si sviluppa in modo complementare rispetto alle strutture esterne e impara a svolgere il suo ruolo entro un sistema unificato e densamente accoppiato”. Non a caso, un'adolescente, con linguaggio colloquiale, recentemente affermava “Se perdessi il mio cellulare perderei la metà del mio cervello” […]» [[5]].

Le persone “digitalmente sagge” trascendono la dicotomia generazionale Digital Natives e Digital Immigrants, tuttavia la “scuola nella rete”, come efficacemente scrive Roberto Contu, pur avendo rappresentato «una piena dopo le secche dei primi anni analogici», rischia di generare distanze ed estraneità laddove essa diviene, al cospetto del World Wide Web e all'immanente sistema di navigazione ipertestuale impersonale, un'esperienza storica in decadenza poiché si scontra con un «[…] eterno altrove della rete, [che] nel caso della scuola, [pare] a un certo punto celare il rischio (anzitutto personale) di mettere in crisi la natura politica e collettiva del lavoro dell'insegnante, che si sostanzia nei luoghi fisici della sua presenza: la classe, il consiglio, il Dipartimento, il Collegio docenti. [… e]  scoprire che la “piazza è vuota” di umane relazioni, ma nonostante ciò «[…] ritenere che la vita della scuola nella rete, l'allargamento delle nostre identità sul mezzo digitale, come il radicarsi del discorso pubblico al suo interno, siano fenomeni tanto decisivi quanto di vita recente da imporre il dovere etico di respingere istanze apocalittiche da fine di un Eden che non c'è mai stato – e meno male – e di contro su quanto sia necessario essere scuola anche in questo caso, ossia ottimismo della volontà, speranza, tentativo di edificazione continua e quotidiana del migliore dei futuri possibili» [6].

La formazione è, dunque, al centro delle attività intersoggettive d'innovazione tecnica e gestionale poiché il substrato biologico delle intelligenze è un sistema distributivo, cioè un complesso di sistemi che interagiscono dinamicamente, tramite moduli costituiti da circuiti neuronali locali. Prioritaria, nell'indagine tipica delle Neuroscienze – impresa coordinata di ricerca costituita da poco più di cinquant'anni –, è la premessa: i moduli cerebrali non sono rigidi, ma si organizzano con l'esperienza, creando nuove connessioni, che favoriscono a loro volta la riorganizzazione e l'accrescimento delle conoscenze. Se l'esperienza umana riduce il raggio d'azione, entrando nel tunnel di modalità esecutive sinteticamente identificate da input / feedback, retaggio della idea “comportamentista” della psiche, non tutte le zone cerebrali vengono attivate, e i neuroni non crescono in grandezza e, tanto meno, il numero di collegamenti con altre cellule nervose.

Solo chi ha imparato molto nel corso della vita, sperimentando ed elaborando intensamente le proprie esperienze di apprendimento, senza arrendersi ai meccanicismi di maniera, possiede molte tracce cerebrali che gli permettono di orientarsi nel mondo efficacemente ed indipendentemente.

In accordo con chi sostiene che «a scuola va insegnato il benessere emotivo, contro le insidie del digitale» [7], poiché l'InterNET of Things è un paradigma tecnologico dal potenziale applicativo sconfinato in grado di incidere sulla qualità della vita umana, riorientandola dalle fondamenta di “senso”, è altresì  utile chiedersi se possedere una competenza (la cui  etimologia latina ‘cum petere' rinvia a chiedere, andare insieme, far convergere in un medesimo punto, ossia mirare ad un obiettivo comune) – tendenzialmente trasversale, inter-transdisciplinare – non indichi, forse, l'aver acquisito un “apprendimento significativo”, senza far ricorso al “game based learning” o all'impiego della robotica per lo sviluppo del pensiero computazionale?
Non si è arcaici nel sostenere che InterNET, basata su strutture e reti orizzontali d'intelligenza distribuita, che postulano integrazione e flessibilità, necessita di uomini onnilateralmente preparati e non di “impiegati d'ordine” digitale.
Giovanni Dursi

[1] Film del 2014 diretto da Wally Pfister, al suo esordio alla regia, con protagonista Johnny Depp.
[2] La “teoria delle intelligenze multiple” è stata inserita nel libro Frames of the Mind, scritto nel 1983 e conosciuto in Italia come Formae mentis‘ in cui si sosteneva l'esistenza di diverse forme di intelligenza in aggiunta a quelle già conosciute.
[3] Rif. a Max Horkheimer, Eclisse della ragione.C ritica della ragione strumentale”, testo del 1969; la ragione strumentale, nella sua accezione generale, è quella per la quale ragionevole è ciò che è utile. È una ragione a cui interessa il rapporto mezzi-fini, dove i fini devono rispondere all'interesse del soggetto per l'auto-conservazione.
[4] M. Prensky, H. Sapiens Digitale: dagli Immigrati digitali e nativi digitali alla saggezza digitale, TD -Tecnologie Didattiche, 50, 2010), pagine 17-24.
[5] H. Sapiens Digitale, op. cit, pag. 18.
[6] Roberto Contu, La postura e l'impostura, la scuola che si posta, nella Rubrica a cura di Mimmo Cangiano Consigli di classe. Scuola, democrazia e società, Rivista online Le parole e le cose². Letteratura e realtà, 9 Aprile 2024.
[7] Rif. Alessio Carciofi, A scuola va insegnato il benessere emotivo, contro le insidie del digitale, Agenda Digitale, 18 Marzo 2024.

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