Forum Cina-Africa. Pechino sempre più protagonista nel continente

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Mancava solo il Regno di eSwatini (ex Swaziland), non invitato perché alleato di Taiwan. Al settimo Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC) svoltosi lo scorso 3 e 4 settembre a Pechino c’erano tutti gli stati africani dando un’idea del successo dell’iniziativa e del livello delle relazioni tra la Cina e il continente africano. Un incontro nato dal 2000 con gli obbiettivi del «miglioramento della comprensione, ampliamento del consenso, rafforzamento dell’amicizia e promozione della cooperazione».

Nella dichiarazione finale c’è stato anche il modo di sottolineare un fermo sostegno ad «un’economia mondiale aperta e il sistema commerciale multilaterale, opponendosi al protezionismo e all’unilateralismo». A proposito del multilateralismo va sottolineata la presenza all’inaugurazione sia dell’Unione Africana con il suo presidente e leader del Rwanda, Paul Kagame e sia dell’ONU con il suo segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Presenze che sottolineano sempre più la globalità dell’azione cinese e una politica estera poco incline agli interventi militari. La Cina ha aperto a Gibuti la sua prima base militare all’estero nel 2017 che secondo Pechino dovrebbe unicamente sostenere le operazioni di mantenimento della pace nell’area sotto l’egida ONU e assicurare l’evacuazione dei suoi cittadini, nonché usare le navi come scorta contro la pirateria.

Nei prossimi anni gli investimenti in Africa, annunciati dal leader cinese Xi Jinping, saranno dell’ordine dei 60 miliardi di dollari (dieci saranno messi in bilancio da aziende) che vanno sommati ad un eguale cifra stanziata nel FOCAC del 2015.
Il presidente cinese ha illustrato le otto iniziative guida di questa cooperazione: promozione industriale, connettività infrastrutturale, facilitazioni commerciali, ambiente, formazione, sanità, società civile e sicurezza. Tra questi va sottolineato il «piano di cooperazione con l’Unione Africana per allineare gli obiettivi dell’Agenda 2063 e della One Belt One Road (OBOR), due iniziative – la prima africana, la seconda cinese – volte a creare reti infrastrutturali e commerciali al fine di promuovere il commercio e l’integrazione non solo a livello regionale ma anche internazionale. […]. Facilitazioni commerciali per l’importazione dall’Africa di prodotti diversi dalle risorse naturali. Dei $60 miliardi promessi, $5 miliardi sono destinati ad un fondo speciale per promuovere questa iniziativa, particolarmente importante per ridurre il deficit commerciale africano nei confronti della Cina» [1].

Il Forum è stata anche l’occasione per poter incontrare direttamente i leader delle nazioni africane ed eventualmente sottoscrivere o aprire la strada ad accordi bilaterali come quello sulle telecomunicazioni con il presidente nigeriano Muhammadu Buhari finanziato da un prestito di 328 milioni di dollari dalla banca di import-export cinese (Exim) [2], o come i tre progetti autostradali in Camerun, una centrale idroelettrica di 70 MW nel nord del Gabon, mentre il Senegal spera di ottenere 500 miliardi di franchi CFA per le infrastrutture autostradali e per il lancio della seconda fase del centro urbano di Diamniadio e la Repubblica Democratica del Congo vuole sollecitare Pechino per il finanziamento della diga di Grand Inga [3].

La Cina dichiara che la sua politica commerciale e di cooperazione non nasce e non viene utilizzata per interferire nelle faccende interne agli stati africani, ma di fatto è difficile considerare tutto questo neutro, anzi. È difficile pensare che i finanziamenti non orientino le scelte dei governi visto che Pechino ha fame di risorse naturali necessarie per continuare il suo sviluppo economico e la sua espansione geopolitica. Inoltre la grande disponibilità di suolo coltivabile in Africa è una soluzione per la carenza di terreni in Cina per produrre derrate alimentari.
Meno veritiera è invece l’affermazione per cui la Cina approfitta delle condizioni dei Paesi in via di sviluppo «elargendo enormi prestiti ai loro governi assoggettandoli così allo strapotere economico ed all’influenza del Governo cinese», perché «il debito dell’Africa nei confronti della Cina, – come riporta il Center for Global Development – non è particolarmente rilevante: i 115 miliardi di dollari di credito della Cina in Africa, tra il 2000 e il 2016, rappresentano meno del 2% dei 6 trilioni di dollari di debito complessivo dell’Africa» [4].
Va anche detto che «se ufficialmente gli aiuti cinesi non sono vincolati al rispetto di certe politiche, è innegabile che si siano innestati rapporti di clientelismo, all’interno dei quali i diritti umani sono tenuti in poco conto» [5] che non sono diversi da una qualsiasi politica di potenza.
Pasquale Esposito

[1] Maddalena Procopio, “Cina-Africa: Vie della Seta e mercati del futuro”, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-africa-vie-della-seta-e-mercati-del-futuro-21203, 6 settembre 2018
[2] “Au Forum Chine-Afrique, Pékin célèbre ses «nouvelles routes de la soie»https://www.lemonde.fr/afrique/article/2018/09/03/au-forum-chine-afrique-pekin-celebre-ses-nouvelles-routes-de-la-soie_5349532_3212.html?xtmc=africa_chine&xtcr=3, 3 settembre 2018
[3] Rémy Darras, “Chine-Afrique: affluence record de chefs d’État et de gouvernement au sommet de Pékin“. https://www.jeuneafrique.com/623311/economie/chine-afrique-affluence-record-de-chefs-detat-et-de-gouvernement-au-sommet-de-pekin/,
[4] “Cina in Africa, ma la Francia non sta a guardare”, http://www.lindro.it/cna-in-afrca-ma-la-francia-non-sta-a-guardare/, 5 settembre 2018
[5] Pierre Haski, “La Cina torna a scommettere sull’Africa”, https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2018/09/04/cina-africa-investimenti, 4 settembre 2018

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